A Roma Grazia Toderi all'insegna della leggerezza

Nella prestigiosa sede dell'Accademia di San Luca l'intervista al vicepresidente e curatore della mostra Marco Tirelli

«We mark» (2019) di Grazia Toderi
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Dal 9 giugno al 30 luglio, l’Accademia nazionale di San Luca ospita una grande mostra di Grazia Toderi, «Marco. (I mark we mark)», che si snoderà in vari ambienti della sua sede, il seicentesco Palazzo Carpegna, a pochi passi dalla Fontana di Trevi. Nelle ampie sale del primo piano, nel cortile, e poi lungo la rampa elicoidale progettata dal Borromini, si articoleranno fotografie, video, disegni, mappe, proiezioni luminose, tutte all’insegna del rapporto tra territorio fisico e territorio interiore.

La mostra nasce da un confronto tra Toderi e suo fratello agronomo, sul tema del passaggio degli individui in regioni specifiche della terra. L’intreccio delle riflessioni ha attraversato i temi degli elementi fondamentali della vita, ovvero acqua, terra, aria, fuoco, giungendo all’idea di una mostra quale compimento naturale di un iter dialogico e spirituale.

A curare la mostra è Marco Tirelli, vicepresidente dell’Accademia nazionale di San Luca, e da gennaio prossimo successore di Paolo Icaro alla presidenza dell’istituzione nata alla fine ‘500. «Con la Toderi inizia una serie di mostre “leggere” in senso calviniano», spiega Tirelli. «Si tratta di togliere forza di gravità ai temi portanti della vita e della cultura, onde stimolare la capacità di volo intrinseca in ogni cosa. Chi meglio della Toderi? Lei guarda sempre verso l’alto, e da lì sorvola realtà lontane, ispirando nuovi modelli cosmologici…».

L’Accademia di San Luca avvia quindi un nuovo corso. Quali sono gli appuntamenti che si possono anticipare?
Il 13 settembre ospitiamo il primo grande convegno di una serie sulla figura di Germano Celant. L’iniziativa è promossa dall’Accademia di San Luca, in collaborazione con lo Studio Celant, e coinvolgerà studiosi e personalità della Fondazione Prada, della Fondazione Cini, del MaXXI, del Madre, del Museo Pecci di Prato, della Biennale di Venezia. È il primo grande approfondimento su questa figura cardine della cultura italiana degli ultimi cinquant’anni. In questi giorni, inoltre, sto lavorando a una mostra di Giulio Paolini, che ospiteremo in Accademia in primavera.

Cosa l’ha spinta ad assumersi l’onere e l’onore di guidare un nuovo corso all’Accademia di San Luca?
Il bisogno di renderla viva, attuale, aperta. Lo si fa attingendo a tutte le visioni possibili sull’arte, di ieri, ma anche di oggi e di domani. Una visione è molto più del visibile, e non si limita all’arte, ma si estende al pensiero globale e interdisciplinare sul mondo. Per questo ho voluto intitolare «La Visione» un ciclo a cadenza mensile di lectio magistralis sui grandi temi filosofici connessi al «vedere» in senso lato: il 22 giugno, per esempio, ospitiamo Giacomella Orofino, docente dell’Università di Napoli L’Orientale, sul tema «Metafisica della luce nel Buddhismo tibetano». È che le sembianze sono solo uno stadio della realtà. La forma incorpora infiniti strati. In Accademia li scandaglieremo fin dove possibile.

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