A ritmo di Rumma

In 50 anni la signora del contemporaneo ha spaziato dal Minimalismo all’Arte povera, da Vanessa Beecroft a Marina Abramovic con un poker di re: Kosuth, Kabakov, Kiefer, Kentridge

Una veduta della mostra di Michelangelo Pistoletto nella Galleria Lia Rumma di Napoli nel 1988. Cortesia dell’Archivio Lia Rumma Una veduta della mostra «Der fruchtbare Halbmond - La mezzaluna fertile»  di Anselm Kiefer nella galleria di Milano nel 2012. Foto Antonio Maniscalco. Cortesia dell’Archivio Lia Rumma Una veduta della mostra di Gilberto Zorio nella galleria di Milano nel 2013. Foto Antonio Maniscalco. Cortesia dell’Archivio Lia Rumma Una veduta della mostra di Gino De Dominicis al Museo di Capodimonte di Napoli nel 1986. Cortesia dell’Archivio Lia Rumma Lia Rumma con Marina Abramovic a Stromboli. Cortesia dell’Archivio Lia Rumma Una veduta della mostra «L’ottava Investigazione (A.A.I.A.I.) Proposizione 6» di Joseph Kosuth nella galleria di Napoli nel 1971. Foto Bruno Del Monaco. Cortesia dell’Archivio Lia Rumma
Olga Scotto di Vettimo |

«Duro destino è l’avere un destino», scrive Italo Calvino. Eppure, ripercorrendo la storia della galleria Lia Rumma nel cinquantenario della sua apertura, il destino («dàimon») di questa resiliente e determinata signora dell’arte si presenta come un tracciato fecondo e solo apparentemente ineluttabile, perché fortemente indirizzato dal carattere («èthos»).

Nata a Voghera nel 1940, vissuta prima a Como e poi a Salerno, laureata a Napoli, nel suo destino c’è l’incontro con Marcello Rumma, che ne traghetta la cultura classica nella contemporaneità. Mecenate, collezionista, editore e raffinato intellettuale, Marcello Rumma alla fine degli anni Sessanta intuisce il radicale cambiamento nell’arte. I due giovani collezionisti viaggiano e frequentano i più importanti galleristi del momento: Sargentini e De Martiis a Roma, Sperone a Torino, Ileana Sonnabend a Parigi; aprono la casa a filosofi, artisti, critici, divenendo sponsor e organizzatori di importanti rassegne negli antichi Arsenali di Amalfi, tra cui la celebre e seminale mostra «Arte povera più azioni povere» (1968), curata da Germano Celant.

Dopo la prematura scomparsa del marito, Lia Rumma si trasferisce a Napoli, dove nel 1971 apre la galleria in un garage di Parco Margherita, ben consapevole di doversi misurare da quel momento con una figura del calibro di Lucio Amelio. La mostra inaugurale, «L’Ottava Investigazione» di Joseph Kosuth, si può considerare un manifesto di intenti per scelte che attingono alle ricerche asciutte e rigorose della Minimal art, dell’Arte concettuale, della Land art e dell’Arte povera: da Boetti a Pistoletto, da Art&Language a Donald Judd.

Dopo una pausa di sei anni, la galleria, che dal 1974 si era trasferita in via Vannella Gaetani e che dal 1976 al 1978 aveva aperto una seconda sede a Roma in piazza Navona (dove espongono Marc Devade, Martin Barré, John Stezaker e, ancora, Art&Language), riprende l’attività e inaugura nel 1984 con Carlo Alfano, in controtendenza rispetto alle esperienze pittoriche di quella stagione. Alla fine degli anni Ottanta, Lia Rumma instaura un dialogo costruttivo e progettuale con la città, attivando collaborazioni con istituzioni pubbliche.

Dal sodalizio con il soprintendente Nicola Spinosa nascono le indimenticate personali al Museo di Capodimonte curate dalla gallerista: nel 1986 Gino De Dominicis, nel 1988 Joseph Kosuth; poi nel 1997 Anselm Kiefer e nel 2009 William Kentridge. Anni densissimi, in cui Lia Rumma ha già consolidato il suo ruolo internazionale, pur tenendo sempre Napoli al centro di questi intrecci. È lì che realizza due mostre collettive di assoluta rilevanza: «Rooted Rhetoric. Una tradizione nell’arte americana» (1986) a Castel dell’Ovo, curata da Gabriele Guercio; e «Le costanti nell’arte» (1994) nell’Hangar di via Brin, dove la gallerista propone una sintesi critica del lavoro svolto fino a quella data.

Intanto lo spazio della galleria resta attivissimo con mostre, tra i tanti, di Haim Steinbach, Cindy Sherman, Reinhard Mucha, Alberto Burri, Clegg&Guttmann, Marina Abramovic, aprendosi nei primi anni Novanta alle ricerche di quegli artisti che radicalizzavano il linguaggio attraverso la fotografia, come Thomas Ruff, Andreas Gursky, Günther Förg e Mimmo Jodice.

Dalla fine degli anni Novanta la storia internazionale della galleria Lia Rumma, partita da Napoli, acquisisce una stabile presenza anche a Milano: nel 1999 apre con Enrico Castellani una sede in via Solferino e nel 2010 si trasferisce in un edificio industriale in via Stilicone, che inaugura con Ettore Spalletti. Napoli rimane città indimenticata e le attività dentro e fuori la galleria proseguono in parallelo: le scene di Kiefer (2003) e di Kentridge (2006) per il Teatro di San Carlo; le opere di Ilya Kabakov, Kentridge, Kosuth, Pistoletto, Zorio, Spalletti per la Metropolitana; la performance di Vanessa Beecroft nel 2010 al Mercato Ittico, recuperando spazi in disuso della città, come farà con un progetto triennale (2013-16) Gian Maria Tosatti, unico artista invitato al Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia. Ma questa intensa vicenda dell’arte non riguarda solo Napoli e Milano.

Mentre procede intenso il programma espositivo nelle due sedi della galleria, che si afferma come centro di promozione dell’arte italiana e internazionale, incessantemente Lia Rumma collabora con istituzioni italiane e straniere: tra i tanti esempi, è al fianco di Kiefer nel 2004 per «I sette Palazzi Celesti» all’HangarBicocca di Milano, di Alfredo Jaar per il Padiglione Cileno alla Biennale di Venezia nel 2003, di Kentridge per il grande intervento pubblico sui muraglioni del Tevere a Roma nel 2016; apre i suoi archivi per le rassegne sui 50 anni dell’Arte povera e contribuisce con la propria collezione alla mostra «I sei anni di Marcello Rumma», organizzata dal Madre nel 2019 e curata da Gabriele Guercio con Andrea Viliani.

La passione, l’intuito, la sensibilità per l’arte e i legami di profonda amicizia con gli artisti nutrono da sempre le scelte di Lia Rumma, il cui saldo prestigio internazionale sposa ancora le autentiche intenzioni degli esordi, quando sceglie di diventare gallerista per continuare a essere collezionista.

© Riproduzione riservata Una veduta della mostra «My dreams, they’ll never surrender» di Gian Maria Tosatti in Castel Sant’Elmo a Napoli nel 2014
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