A Palazzo Reale è tempo di Bosch

Sono prestiti eccezionali quelli della mostra che sviluppa la tesi di Bernard Aikema di un Rinascimento alternativo e non italocentrico

«Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio» (1500 circa) di Jheronimus Bosch © DGPC/Luísa Oliveira
Ada Masoero |  | Milano

Poco meno di un anno fa Bernard Aikema, illustre studioso del Rinascimento, già professore dell’Università di Verona, pubblicava da Scheiwiller I Rinascimenti in Europa 1480-1620, una ricerca innovativa in cui si sovverte la lettura tradizionale, vasariana e italocentrica, di quella stagione fondante della cultura europea, accostando e intrecciando al (sempre centrale) Rinascimento italiano gli altri linguaggi, non meno significativi ed egualmente rinascimentali, fioriti in quel secolo e mezzo nel resto d’Europa.

Ora è la volta della mostra «Bosch e un altro Rinascimento» (dal 9 novembre al 18 marzo), che di quello studio è una sorta di gemmazione, curata per Palazzo Reale da lui e da Fernando Checa Cremades (Università Complutense di Madrid, già direttore del Prado) e Claudio Salsi (direttore del Castello Sforzesco e docente all’Università Cattolica di Milano).

Ne è protagonista il maestro fiammingo Jheronimus Bosch (1453-1516), di cui vanno in scena parecchi capolavori dello scarno catalogo, come il «Trittico delle tentazioni di sant’Antonio» da Lisbona, uscito un paio di volte soltanto dal Museu Nacional («come ottenere in prestito la Gioconda», ammicca Aikema), presente qui grazie allo scambio con la «Pala Trivulzio» di Mantegna, delle raccolte del Castello Sforzesco; il «Trittico del Giudizio Finale» di Bruges, appartenuto nel ’500 al cardinale veneziano Marino Grimani; «Le tentazioni di sant’Antonio» del Prado e il «Trittico degli eremiti» delle Galleria dell’Accademia di Venezia, già nella collezione del cardinale Domenico Grimani. Cui si aggiungono opere di altri maestri della stessa temperie culturale, percorse dall’identico spirito inquieto, onirico e visionario, e abitate da figure ibride, mutanti, mostruose.

«Si tratta, spiega Bernard Aikema, di una mostra costruita intorno a Bosch ma con una prospettiva molto ampia. Poggia su una duplice volontà: presentare per la prima volta, con tanta ampiezza, l’opera di Bosch al pubblico italiano e mostrare come questo maestro così “nordico”, così lontano dalla classica misura di un Leon Battista Alberti, abbia esercitato attraverso gli originali, le copie, le varianti, le derivazioni e le stampe un enorme impatto sull’arte italiana e spagnola del suo tempo e degli anni a venire. In Italia influì, infatti, su Dosso, sullo stesso Raffaello e su Tiziano, e in Spagna su El Greco. E non solo la prima fama gli venne proprio dall’Italia e della Spagna (a quest’ultima, del resto, le sue Fiandre erano strettamente legate, nell’Impero asburgico) ma il suo influsso, per l’identica ragione (le conquiste coloniali di Spagna e Portogallo) varcò anche l’Atlantico, come ha dimostrato di recente un giovane studioso belga, che ha trovato in chiese dell’altopiano di Cuzco dei “Giudizi finali” singolarmente affini al suo linguaggio».

In mostra figurano poi pezzi di arti decorative, come i quattro magnifici arazzi su suo disegno, giunti dall’Escorial cui, vera primizia, si aggiunge il cartone (degli Uffizi), sinora trascurato dagli studiosi, del quinto arazzo, perduto. Ci sono numerose incisioni, specie di Brueghel il Vecchio, suo primo divulgatore, ma anche di Dürer («Mostro marino») e Marcantonio Raimondi («Lo stregozzo») e, in chiusura, oltre all’audiovisivo «Tríptiko» di Karmachina, c’è una Wunderkammer, tipica espressione di quel gusto, con animali tassidermizzati e inquietanti mirabilia, posti a confronto con una versione del «Giardino delle delizie», che di queste creature è brulicante. «Non un “Antirinascimento” dunque, come voleva Eugenio Battisti, conclude Aikema, ma un vero e proprio Rinascimento alternativo, le cui grandi novità venivano stimolate dagli Asburgo, ben di più di quando sinora sia mai stato messo in luce».

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