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Mostre

A Palazzo Ducale l’imprinting di Raffaello

Hanno inizio nella sua città gli eventi per i 500 anni della morte del maestro

«Ritratto di donna detto “La gravida”» di Raffaello (particolare), Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti

Urbino. In lieve anticipo rispetto a quel cinquecentenario dalla morte che nel 2020 celebrerà Raffaello Sanzio con un programma comprendente grandi mostre alle Scuderie del Quirinale di Roma e alla National Gallery di Londra, la sua città natale gli dedica «Raffaello e gli amici di Urbino» (3 ottobre-19 gennaio).

La mostra è curata presso la Galleria Nazionale delle Marche di Palazzo Ducale da Barbara Agosti e Silvia Ginzburg con direzione di Peter Aufreiter, direttore del Polo Museale delle Marche che da dicembre si sposterà al Technisches Museum di Vienna. È proprio Aufreiter a sottolineare: «Non si tratta di una mostra sulla giovinezza, ma su tutta la vita di un artista nato a Urbino che, formatosi prima qui con il padre Giovanni e poi in Umbria con Pietro Perugino, vi ritornò durante la maturità. Pur confermando la centralità di Raffaello nel panorama artistico del suo tempo, la mostra intende evidenziare la profonda influenza che ricevette ed esercitò sugli artisti soprattutto marchigiani e umbri, dedicando attenzione a quell’ambiente culturale cui appartennero ad esempio Girolamo Genga, Luca Signorelli, Timoteo Viti, Domenico Beccafumi».

Grazie a significativi prestiti nazionali e internazionali, la mostra proporrà una decina di opere di Raffaello tra cui, oltre alla celebre «Muta» conservata a Palazzo Ducale, la «Madonna Aldobrandini» della National Gallery di Londra, il «San Sebastiano» dell’Accademia Carrara di Bergamo, la «Gravida» della Galleria Palatina di Firenze e la «Madonna Conestabile» dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Quanto agli artisti che variamente influenzarono o orbitarono intorno a Raffaello, la mostra proporrà non solo capolavori di Perugino come la «Maddalena» (Firenze, Galleria Palatina) e il «Ritratto del monaco Baldassarre» (Firenze, Galleria dell’Accademia), ma anche il «Noli me tangere» di Viti proveniente da Cagli o il «Martirio di san Sebastiano» di Genga conservato agli Uffizi.

«È muovendo dal retroterra comune che meglio risalta l’eccezionale “stacco” compiuto dal giovane Raffaello e si intendono caratteri e limiti del percorso degli artisti urbinati contemporanei a lui in quel momento più legati, precisano le curatrici. Nella nuova dimensione di scuola assunta dal lavoro di Raffaello durante il pontificato di Leone X stanno le premesse per i successivi svolgimenti della pittura moderna nel ducato urbinate, con l’emergere di Raffaellino del Colle dalla costola di Giulio Romano e soprattutto con il commovente omaggio ai modelli raffaelleschi tentato da Genga all’indomani della morte dell’artista».

Maioliche e cartoni
La mostra sarà affiancata a fine ottobre dal focus sulla maiolica urbinate del primo Cinquecento «Raphael ware. I colori del Rinascimento», che esporrà rare opere di collezione privata.

Nel corso del 2020 «Sul filo di Raffaello», in collaborazione con i Musei Vaticani e il Mobilier National de France, esporrà invece i cartoni realizzati per gli arazzi della Cappella Sistina, che copiati innumerevoli volte contribuirono a creare, soprattutto a partire dal Settecento, il mito internazionale di Raffaello.

Tra gli altri omaggi, la Galleria Nazionale delle Marche proporrà un nuovo allestimento permanente dell’Appartamento della Duchessa interamente dedicato all’artista e alla sua cerchia, mentre al secondo piano la collezione delle ceramiche sarà non solo riallestita ma anche implementata da nuove acquisizioni. Tra le più illustri capitali italiane del Rinascimento, Urbino risulta fondamentale per comprendere Raffaello.

«Si tratta di uno straordinario caso di Umanesimo vissuto che tuttora perdura, sostiene Aufreiter. La città è rimasta la stessa in cui vissero Luca Pacioli, Piero della Francesca e Francesco di Giorgio Martini, con un palazzo che all’epoca rappresentava il massimo della modernità, le cui collezioni e biblioteche erano aperte al popolo, a differenza di Firenze o Roma dove arte e cultura erano quasi esclusivo appannaggio delle grandi famiglie o dei papi. Una vocazione artistica e culturale ribadita nella Urbino contemporanea dalla presenza di scuole d’arte e biblioteche».

Elena Franzoia, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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