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Mostre

A Palazzo dei Diamanti il primo fotografo di moda

I protagonisti del bel mondo internazionale ritratti da Giovanni Boldini

«La signora in rosa (Olivia Concha de Fontecilla)» (1916) di Giovanni Boldini dal Museo Boldini di Ferrara (particolare)

Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Museo Giovanni Boldini di Ferrara, la mostra a Palazzo dei Diamanti di Ferrara «Boldini e la moda», aperta dal 16 febbraio al 2 giugno, è curata, in collaborazione con Virginia Hill, da Barbara Guidi, che spiega: «La mostra nasce da anni di studio che hanno permesso di rileggere il pittore ferrarese nella giusta prospettiva di rivoluzionario protagonista in quella che era allora la capitale della modernità, ossia Parigi».

La rassegna è strutturata in cinque sezioni che, accostando i ritratti di Boldini (Ferrara, 1842-Parigi, 1931) a una letteratura capace di interpretare la moda stessa come forma d’arte, ripercorrono cronologicamente la carriera dell’artista, affiancando sue opere ad abiti e accessori.

Charles Baudelaire accompagna la prima sezione, intitolata «Eleganza, mistero, modernità», che documenta gli esordi francesi di Boldini negli anni ’80 dell’Ottocento, influenzati da Manet e Degas. La ricca società americana trapiantata in Europa è protagonista della sezione «Ritratto di signora», «guidata» da Henry James, dove tra i capisaldi compaiono «Fuoco d’artificio» (1890-95) e «Pastello bianco» (1888).

Oscar Wilde introduce la sezione «Riflessi» dedicata alle opere di fine Ottocento, che vantano capolavori come i ritratti di Lady Colin Campbell (1894), del conte Robert de Montesquiou (1897) e dello scrittore Henri Gauthier-Villars (1905), marito di Colette. Ed è proprio l’emblema stesso del dandismo, Robert de Montesquiou, il protagonista della sezione «Il pittore della donna». Nel gennaio 1901 il raffinato scrittore scrisse infatti il primo articolo della rivista di moda, lusso e alta società «Les Modes», ideata da Michele Manzi come omaggio alla bellezza muliebre parigina, acclamando in Boldini l’impareggiabile interprete del mondo femminile.

La quinta sezione, «Il tempo dell’eleganza e della mondanità», rileva il legame che unisce poetica boldiniana, moda di Mariano Fortuny e società rappresentata da Marcel Proust nella Récherche tramite i ritratti di «Consuelo Marlborough con suo figlio» (1906), «Gladys Deacon» (1916) e della «Signora in rosa» (1916).

La mostra si chiude con la sezione «La Diva», in cui Gabriele D’Annunzio introduce l’ultima fase della carriera boldiniana. Un’epoca simboleggiata dalla marchesa Casati, opera d’arte vivente ed eccentrico «animale di lusso» che prelude al divismo del cinema muto.

Grazie alle molte opere esposte per la prima volta, ai prestiti internazionali e al ricco catalogo, la mostra documenta anche, come spiega Barbara Guidi, «la nascita del moderno sistema di comunicazione della moda. Come un Mario Testino dell’epoca, Boldini d’accordo con Manzi ritraeva per “Les Modes” attrici e ballerine abbigliate con abiti griffati che poi venivano esposti. Sono le prime testimonial, che come importanti personalità della società e della cultura accrescevano la propria notorietà grazie a Boldini in un proficuo rapporto di promozione reciproca. Siamo all’origine di quell’iconografia del glamour che struttura il desiderio collettivo intorno ad alcuni status symbol. Non a caso l’eredità di Boldini sulla moda è stata così profonda: basti pensare alle collezioni del giovane Christian Dior, di John Galliano o alle recentissime sfilate parigine di Armani».

Elena Franzoia, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


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