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Musei

A Palazzo Barberini si vive l’esperienza barocca

Si inaugura la nuova sezione dal Cinque al Seicento delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica

L'ingresso a una sala dell'Ala Nord di Palazzo Barberini. Foto: Alberto Novelli

Roma. Con il riallestimento e la riapertura al pubblico dell’Ala nord del Piano nobile, giunge a conclusione il secondo atto del programma di rinnovamento museale delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica nella sede di Palazzo Barberini, un progetto complesso per dare, secondo moderni criteri espositivi, nuovo respiro alle collezioni.

Nell’aprile scorso era stato presentato il riallestimento dell’Ala sud del museo, dal 2015 guidato da Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini: 10 sale espositive, restituite tre anni fa dal Ministero della Difesa, che le aveva avute in gestione per più di ottant’anni, e che ora ospitano la collezione settecentesca del museo.

Un nuovo impianto di illuminazione, una nuova grafica, nuovi apparati, pannelli e didascalie, offrono maggiore visibilità e leggibilità al percorso allestitivo, medesimi criteri ora applicati alla rinnovata Ala nord che il 13 dicembre riapre al pubblico (con un'apertura straordinaria il 12 alle 18). Per la cura di Gennari Santori, con Maurizia Cicconi e Michele Di Monte, saranno presentate le dieci sale completamente restaurate, scandite da un nuovo percorso, organizzato secondo un ordine cronologico e geografico, e articolato in 80 opere che si dipanano dal tardo Cinquecento al Seicento.

La prima sala è dedicata al Tardo Manierismo romano e internazionale, a seguire la sala dei Veneti di fine Cinquecento, che accoglie il dipinto «Venere e Adone» di scuola di Tiziano, recentemente restaurato. La Galleria ospita la pittura di genere e alcune tele, mai prima esposte, di Frans Francken il Giovane. A seguire, in una piccola sala aperta al pubblico per la prima volta, l’Altarolo portatile di Annibale Carracci diviene punto nodale dell’infilata di spazi che si susseguono, in vertiginosa sequenza, da un capo all’altro del Piano nobile. Nuova sala inserita nel percorso museale è anche l’ambiente seguente, affrescato da anonimo di fine Cinquecento e riservato ora a tre paesaggi di Paul Bril, i «Feudi Mattei».

«A partire dal 2016, spiega Flaminia Gennari Santori, abbiamo iniziato a lavorare all’impianto concettuale del riallestimento, anche ragionando sulla complementarietà del Palazzo rispetto alla Galleria Corsini. Avevamo il dovere di pensare a un allestimento che facesse vivere un tipo di esperienza differente. Da qui la decisione di esporre i dipinti su un unico registro, non più secondo la struttura della quadreria come invece avviene alla Corsini.

Le due sale aggiunte al percorso espositivo, e l’aver compartimentalizzato alcuni ambienti molto ampi, ci hanno inoltre permesso di esporre un numero più nutrito di opere, e di creare allestimenti concettualmente monografici, come i caravaggeschi stranieri che operarono a Roma. Allo stesso modo le tele di
Caravaggio sono state distribuite in tre ambienti diversi: la prima sala accoglie la “Giuditta e Oloferne”, in dialogo con opere di Baglione, Borgianni, Manfredi e Saraceni, nella seconda sarà esposto, da giugno 2020, il “Narciso” e tele del Candlelight Master, di Ribera e di Vouet, mentre nella terza sala sarà collocato il “San Francesco”, accanto a dipinti di Orazio Gentileschi, Manfredi, Petrazzi, Strozzi.

Abbiamo scelto di diventare un museo in cui si racconta una cultura pittorica e visiva. Altrettanto cruciale, poi, era raccontare il Palazzo, la compresenza dello spazio architettonico, della storia della famiglia, della collezione, in cui ciascuna opera deve avere la propria voce. Ora il visitatore potrà vivere in pieno l’esperienza del palazzo barocco, in termini anche spaziali, salendo dalla scala di Bernini e discendendo da quella del Borromini
».

Nel 2020 i lavori riprenderanno, toccando nel mese di ottobre l’allestimento delle sale del Cinquecento, mentre in marzo il Palazzo ospiterà la prima esposizione monografica dedicata a Orazio Borgianni.

Arianna Antoniutti, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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