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A Gedda l’arte è en plein air

Dedicata all’emergenza ambientale la VII edizione di 21,39 Jeddah Arts

Un fotogramma dall’opera «I lived once», 2020, dell’artista saudita Marwah AlMugait, che verrà presentata dal 28 gennaio a «21,39 Jeddah Arts». Cortesia di Marwah AlMugait

Gedda (Arabia Saudita). Gedda è il centro commerciale e artistico dell’Arabia Saudita. Sede del secondo porto più imponente del mondo arabo, situato sul Mar Rosso, è anche uno dei principali punti di accesso alla Mecca, il luogo sacro dell’Islam. «Gedda è diversa», amano ripetere i suoi abitanti. Considerata la città più aperta e liberale in una nazione profondamente conservatrice, Gedda è un polo del turismo internazionale e un «contenitore» di molta arte europea: per le strade della città, difatti, è possibile ammirare sculture open-air di artisti quali Henry Moore, Joan Miró e Victor Vasarely, acquisite dal Governo cittadino durante il boom petrolifero degli anni Settanta e Ottanta.

Dal 28 gennaio al 18 aprile, la metropoli saudita è la sede di una rassegna annuale il cui scopo è di supportare la scena artistica e culturale locale attraverso collaborazioni internazionali: 21,39 Jeddah Arts (i numeri illustrano le coordinate geografiche della città). Quest’anno alla sua settima edizione, l’esposizione, a cura di Maya El Khalil, è concepita come un richiamo all’azione in risposta all’emergenza ambientale: attraverso progetti di artisti, architetti e designer, presentati negli spazi del Saudi Art Council e all’interno del distretto Al-Balad (il centro storico di Gedda), gli organizzatori si propongono di offrire soluzioni di vita alternative, ispirate a modelli ecosostenibili, a partire dal contesto regionale dell’Arabia Saudita, un Paese in rapida e costante trasformazione.

I lavori dei partecipanti di Jeddah Arts «hanno un ruolo attivo nel contrastare atteggiamenti e mentalità legati all’Antropocene, dichiara Maya El Khalil. Sono affascinata dall’idea per cui, emulando le strategie e gli schemi della natura, possediamo già le soluzioni per un futuro sostenibile». Punto di partenza della rassegna è il lavoro dell’architetto tedesco Frei Otto (1925-2015), vincitore del Pritzker Prize 2015, soggetto di una presentazione speciale, il cui pioneristico lavoro esplora la relazione tra architettura e storia naturale. Tra gli altri progetti in mostra, una nuova videoinstallazione dell’artista saudita Marwah AlMugait («I lived once», 2020), commissionata dal Saudi Art Council.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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