A 50 anni dall’apertura, l’Icp è ancora il centro fotografico per antonomasia

Il sogno del fondatore Cornell Capa rivive nel calendario mostre dedicato al 50mo anniversario dell’International Center of Photography

«Worlds Within Worlds» (2019), di Ganyu Xu. © Guanyu Xu, cortesia dell’artista e Yancey Richardson, New York
Gilda Bruno |  | New York

Dalle ripercussioni della crisi petrolifera del 1973, conseguenza della Guerra del Kippur, alle dimissioni del presidente Richard Nixon a seguito dello scandalo Watergate, il 1974 scosse lo status quo dentro e fuori dall’America. Fu in questo contesto che il fotografo Cornell Capa spinse per la realizzazione di un centro dedicato alla «fotografia impegnata», ovvero «alla creazione di immagini socialmente e politicamente orientate capaci di educare e cambiare il mondo».

Dapprima casa dell’International Fund for Concerned Photography, da lui fondato nel 1966 per proteggere la fotografia in quanto disciplina di rilevanza sociale, dal 1974 in poi l’International Center of Photography (Icp) ha reso il pubblico consapevole del ruolo cardine svolto dal medium nel documentare la società. Che si focalizzasse sui conflitti del XX secolo o sullo sguardo femminile (tema già esplorato nel 1977 con la mostra «Women See Men»), sull’emergere della scena fotografica africana, sull’ordine globale affermatosi con la caduta delle Torri Gemelle o sulle criticità del contemporaneo, negli anni la programmazione del museo newyorkese ha visto la fotografia trasformarsi di pari passo alle storie da essa immortalate.

«Sono tanti gli sviluppi che, dagli albori dell’Icp, hanno sconvolto il mondo della fotografia, ci racconta David E. Little, suo direttore esecutivo. Tra le tendenze chiave, troviamo l’ascesa della fotografia digitale e dei media e la massiccia espansione delle reti di condivisione delle immagini». L’avvento del digitale e la facilità con cui condividiamo i nostri scatti hanno reso la fotografia una parte fondamentale della comunicazione, sia che documenti fatti che accadono dall’altra parte del mondo o all’interno delle nostre stesse comunità.

In un mondo dominato dal linguaggio visivo, è impossibile ipotizzare di trascorrere una giornata senza essere posti di fronte al fiume di scatti che modella la nostra interpretazione del presente. Da pratica artistica a mezzo di larga diffusione, l’istituzione di New York non si è mai tirata indietro nel confrontare i più svariati utilizzi e le modalità di creazione resi possibili dalla fotografia. «Il medium fotografico non può essere compreso al di fuori dei cambiamenti tecnologici di una data era», continua Little. «L’Icp è da sempre in prima linea nell’esplorare come questi influiscono su di esso: ne è la prova “Holography ‘75: The First Decade”, la seconda mostra mai organizzata dal centro, la quale esaminava gli ologrammi nella fotografia». Più recentemente, il focus si è spostato sui social media e la proliferazione esponenziale delle immagini, come nel caso della collettiva «A Trillion Sunsets: A Century of Image Overload» (2022).
Veduta dell’Icp. © Foto Alex Fradkin for International Center of Photography
Oltre a ospitare nel suo archivio più di 200mila stampe, negativi e oggetti risalenti a due secoli di storia della fotografia, oggi l’Icp ha all’attivo numerosi corsi artistici e documentaristici, workshop, una «Teen Academy» e una rassegna premi ispirata al meglio del panorama fotografico internazionale, gli Infinity Awards: iniziative che permettono tanto agli esperti quanto agli amatori di apprendere appieno il potere di questa disciplina. Tra i suoi Alumni, personalità di spicco come Dayanita Singh, Martin Weber, Alessandra Sanguinetti e Nausicaa Giulia Bianchi. «Capa riconobbe che, oltre a essere arte e documento, le fotografie sono soprattutto una fonte di comunicazione», spiega Little. «Qui all’Icp, siamo orgogliosi di educare all’alfabetizzazione visiva consentendo alla gente di raccontare le proprie storie attraverso le immagini e di comprendere le visioni del mondo che li circonda in modo più critico».

Situato sulla 79 Essex Street di Manhattan, con oltre 700 mostre il centro ha acceso i riflettori su circa 3mila fotografi e artisti visuali: da André Kertész, Man Ray, Chim (David Seymour) e Walker Evans a Julia Margaret Cameron, Berenice Abbott e Sarah Moon sino a Martin Parr, Nan Goldin, Alec Soth e Tyler Mitchell. Per il suo 50mo anniversario, l’Icp inaugura il 2024 con la mostra «David Seidner» (26 gennaio-6 maggio), un omaggio al pioniere della fotografia di moda, e «Icp at 50», un tuffo nel suo archivio straordinario pensato per celebrare le innumerevoli maniere in cui i fotografi hanno interagito con il proprio pubblico nei decenni: dalla fotografia di guerra a quella artistica e sperimentale, passando anche per gli scatti realizzati con l’iPhone e il frutto della commistione di diversi generi visivi. Tra le immagini esposte al suo interno, «Nasa, Lunar Orbiter 1; Frame 29» (1966), che ritrae la prima navicella spaziale americana ad approdare sul suolo lunare, è la preferita del direttore esecutivo del museo.

«Questo scatto ci ricorda come la fotografia mostri cose che, altrimenti, resterebbero a noi sconosciute, immaginando un futuro che non avremmo mai potuto anticipare», conclude Little. «Non possiamo pensare al prossimo capitolo della fotografia senza partecipare al dibattito sull’IA: con la sua avanzata in campo fotografico, c’è bisogno di istruzione e consapevolezza di come e perché queste immagini vengono realizzate. Come ogni invenzione, l’A rappresenta al contempo grandi sfide e possibilità».

© Riproduzione riservata «New York» (1980), di Helen Levitt. © Film Documents Llc, cortesia della Zander Galerie, Cologne
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