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A 125 anni il Touring Club è come lo vorremmo?

L’illustre associazione privata non profit, con 230mila iscritti, vuole «ripensare il modo di viaggiare», dichiara il presidente Franco Iseppi, ma anche «prendersi cura del Paese»

Una delegazione di studenti di Milano in gita alla Certosa di Pavia nel 1947

Milano. Nella stessa città, Milano, e nello stesso giorno, l’8 novembre, in cui fu fondato nel 1894, il Touring Club Italiano (Tci) ha celebrato, a Palazzo Marino, i suoi 125 anni di vita. L’incontro ha rappresentato l’occasione per rileggere il proprio passato ma, soprattutto, per riflettere sugli obiettivi futuri, sotto il segno della parola d’ordine «Prendersi cura dell’Italia bene comune».

Questo è anche il titolo del libro destinato ai soci, presentato a Palazzo Marino, che dopo l’introduzione del presidente del Tci, Franco Iseppi, riunisce numerosi saggi di studiosi ed ex consiglieri, come il cardinale Gianfranco Ravasi, Romano Prodi, Antonio Paolucci, Giuseppe De Rita e testimonianze degli attuali consiglieri, fra i quali Antonio Calabrò, Nando Pagnoncelli, Livia Pomodoro e Salvatore Veca.

Fondato da un gruppo di 57 lungimiranti «velocipedisti» che si proponevano di diffondere in Italia i valori del ciclismo e del viaggio, il Tci, che conta oggi circa 230mila iscritti (300mila con le famiglie), imboccò ben presto la strada dell’impegno al servizio del Paese, allora da poco unificato. E inaugurò un modello di non profit oggi diffuso e vincente ma allora del tutto pionieristico, caratterizzato dalla collaborazione tra pubblico e privato (il Tci è da sempre un’associazione privata) e tra professionisti e volontari, e con una precisa funzione di supplenza, tesa allo sviluppo dell’Italia verso la modernità e l’accoglienza.

Nel 1924 il Tci sostenne la costruzione dell’autostrada Milano-Laghi (la prima in Europa) dopo aver «inventato», nel 1913, le gite scolastiche, con l’obiettivo di far conoscere ai giovani il nostro patrimonio culturale, aver creato, nel 1914, la prima scuola alberghiera e aver promosso nel 1919 l’Enit, agenzia nazionale del turismo.

Nel 1922 fu la volta della promozione della legge di protezione delle bellezze naturali e dell’istituzione dei primi parchi nazionali, e in seguito il Tci avrebbe proseguito su questa linea (anche con una ricca produzione editoriale di guide, cartografia e riviste specializzate), fino a raccogliere le sfide più recenti, tanto che nel 1996 è stata la prima associazione turistica italiana ad avere un sito internet. Ne parliamo con Franco Iseppi, che del Tci è presidente dal 2010.

Presidente, è possibile sintetizzare in pochi punti (ancora meno dei 10 «comandamenti» che figurano nel libro appena pubblicato) le linee guida del vostro operato, oggi e nel prossimo futuro?

Direi che il nostro impegno si può riassumere nei tre ruoli fondamentali di produttori di conoscenza, di servitori civili del Paese e di punto di riferimento morale del turismo. Ciò che ci proponiamo, infatti, è essere non soltanto attori nell’universo del turismo, bensì civil servant nei confronti del Paese, contribuendo a generare consapevolezza e orgoglio, senso civico e coscienza sociale, ed educando gli italiani al rispetto del bene comune e all’impegno a prendersi cura delle nostre ricchezze. Questo è l’obiettivo d’iniziative come «Bandiere Arancioni», che si propone di valorizzare l’Italia interna, dei retroterra, per farne emergere eccellenze e identità, o di «Aperti per Voi» che, al di là della funzione sussidiaria per l’apertura di luoghi della cultura, vuole stimolare il senso civico e la riappropriazione dei territori da parte dei cittadini e dei visitatori, per noi «cittadini di un giorno».

Il Tci resterà un’associazione privata? Come vi finanziate?

Il nostro destino è di appartenere ufficialmente all’universo del non profit, cui del resto apparteniamo per storia e natura. Il Tci nacque infatti (su modelli europei) come un club poi, per le sue funzioni di supplenza, è diventato un’«istituzione», pur senza esserlo giuridicamente. Oggi siamo un’associazione privata di volontari e professionisti, che non rinuncia a essere autonoma economicamente (il 70% delle nostre entrate viene dalle quote associative, il restante dall’editoria e da convenzioni con soggetti diversi) per essere libera. Ma il nostro destino, come dicevo, è di appartenere all’universo del non profit.

Quale sarà il futuro del Tci?

Il futuro sarà costruito intorno ai nostri principi ispiratori, ritarando la nostra identità in funzione dei cambiamenti del mondo ma senza venir meno ai nostri valori non negoziabili (a questo fine abbiamo istituito un comitato, presieduto da Salvatore Veca). Oggi più che mai occorre ripensare il modo di viaggiare, e «prendersi cura del Paese» per il Tci significa tutelarne l’identità qualificando i territori, investendo in conoscenza e sviluppando un modello di partecipazione, con una costante attenzione alla sostenibilità. C’è poi la questione etica, sempre più urgente, relativa al modo di rapportarsi alle altre culture, istituendo un rapporto virtuoso tra residenti e viaggiatori del mondo. Esistono del resto riferimenti internazionali precisi, come la «Carta del turismo sostenibile» o l’«Agenda del 2030», promossa dall’Onu. Noi intendiamo essere sempre più facilitatori culturali (dove andare e come viaggiare) e promotori d’iniziative sistematiche di formazione sul modo di praticare il turismo. Parafrasando l’ex ministro francese della Cultura Jack Lang, dico che ciò che vorremmo è un «turismo elitario per tutti».

Quali sono i vostri rapporti con le principali realtà italiane (Italia Nostra, Fai, Legambiente...) che perseguono obiettivi non dissimili dai vostri?

Dopo il terremoto del 2012 era nato un rapporto con tutti i grandi protagonisti associativi del Paese intorno al problema della messa in sicurezza. C’è stata una presa di posizione comune, che non è stata, però, tradotta in pratica. Certo, nessuno può rinunciare alla propria identità, ma alcune grandi tematiche vanno recepite unitariamente. Oggi deve prevalere la cultura della cooperazione, altrimenti è difficile diventare attori di un cambiamento. Tutti siamo consapevoli di tale necessità e al riguardo si percepisce una forte tensione che, tuttavia, non si è ancora tradotta in operatività. È però una strada obbligata.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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