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Archeologia

50 sfumature di lapislazzuli | 5

Amore e desiderio nell'antico Egitto: il tempo delle tilapie in fiore

Bottiglietta in forma di tilapia nilotica da Tell el-Amarna (seconda metà del XIV secolo a.C.); Londra, British Museum EA 55193. Fotografia: Francesco Tiradritti; © Francesco Tiradritti

Una delle più famose raccolte egizie di testi a carattere amoroso è tracciata in ieratico sui trentuno frammenti di un’anfora recuperati in un arco di tempo di oltre sessant’anni. I primi tre furono acquistati alla fine del XIX secolo a Luxor e, incollati insieme, vennero esposti al Museo del Cairo (con sede allora in una villa nel sobborgo di Giza) a partire dal 1894. Altri ventotto furono invece recuperati durante gli scavi 1949-51 presso il villaggio di Deir el-Medina, residenza degli operai addetti alla preparazione delle tombe della Valle dei Re.

Databile tra il XIII e l’XI secolo a.C. quello che è ormai noto come Vaso di Deir el-Medina raccoglie brani separati tra loro da un segno che rappresenta l’avambraccio e indica un’unità testuale conclusa di varia lunghezza. La critica egittologica ha riunito i componimenti in due gruppi, malgrado questo risulti accettabile soltanto per gli ultimi sei che condividono un medesimo incipit(espressione traducibile con «Foss’io / Avess’io») e sono tutti costruiti intorno al tema del desiderio di un personaggio maschile di essere vicino all’amata.

I primi sette testi sono parimenti incentrati su varie sfumature della passione amorosa e sono stati interpretati come altrettanti parti di una storia raccontata alternativamente da una ragazza e da un ragazzo innamorati l’una dell’altro. Una tale interpretazione è però possibile soltanto operando numerose forzature ed è più semplice trattare ogni componimento come un’unità a se stante.

Il primo testo del Vaso di Deir el-Medina riprende un tema caro alla letteratura erotica egizia: la fanciulla è sola e soffre per la mancanza dell’amato. Nel caso specifico non riesce a dormire: «La notte delle ore in cui dovrei dormire, resto sveglia fino all’alba». Il resto del componimento è molto lacunoso. Chiara risulta la descrizione dell’amato delineato come il non plus ultra del genere maschile e perciò in grado di destare l’ammirazione di tutti.

Il secondo testo descrive invece la preziosità e la correttezza dell’amore provato dalla fanciulla attraverso comparazioni tra cose che si accordano bene l’una con l’altra. Soltanto alcuni dei paragoni risultano comprensibili anche oggigiorno, mentre altri, a causa della distanza culturale e temporale, purtroppo sfuggono. Affermare che l’amore provato dalla fanciulla sia come l’incenso per le narici, o come il dattero nella birra rimanda a immagini ed emozioni universalmente piacevoli. È invece difficile capire quali sensazioni dovessero suscitare in un’egiziana di tremila anni fa la stoffa-menekh sui corpi degli dei o una mandragora nelle mani di un uomo.

Il terzo testo è tra i più citati negli studi sull’amore nell’antico Egitto. Si tratta di un brano strutturato dal punto di vista formale e terminologico come testo religioso. L’inizio corrisponde infatti a una potente e altisonante invocazione all’amato (Vaso di Deir el-Medina, linea 7):

«O mio dio, o mio fiore di loto!»
Al di là dei concetti che richiamano delicatezza e luminosità è difficile stabilire, almeno in apparenza, quale sia il senso da attribuire al fiore di loto. Chiaro è invece che equiparando l’amato a un dio la fanciulla dichiara di porsi nella prospettiva di un fedele e per conseguenza la sua più totale sottomissione. Una frattura del testo impedisce la comprensione delle linee successive, ma quanto rimasto consente di capire che la fanciulla si appresta a compiere la suprema offerta femminile.

Poiché il contesto è quello di un rapporto con il divino, lo fa seguendo le prescrizioni sancite dal rituale che prevedono innanzitutto la purificazione (Vaso di Deir el-Medina, linee 9-11):

« … per purificarmi davanti a te.
Farò in modo che tu veda le mie grazie attraverso il vestito di lino reale di prima qualità.
(È impregnato con unguento di canfora!)
Scenderò verso l’acqua insieme a te e uscirò per te con la rossa tilapia
(È piacevole per le mie dita!)
La deporrò davanti a te ancora in fiore.
Vieni a occuparti di me!

Un’idea di come intendesse presentarsi la fanciulla all’amato è data dalle pitture della cappella funeraria di Horemheb (Riva Ovest di Luxor; fine XV - prima metà del XIV secolo a.C.) dove le partecipanti al banchetto funebre, indossano lunghe vesti la cui parte superiore è dipinta di ocra scuro a indicare che sono state intrise con qualche unguento. Malgrado i danni inferti dal tempo (e dall’uomo) risulta subito evidente che la qualità del dipinto non è eccelsa.

Lo dichiara in modo eloquente l’infelice figura della ballerina addoppiata su se stessa che fuoriesce in un groviglio di membra alla destra delle due liutiste. Tuttavia, la pittura non manca di una certa vibrante sensualità attribuitale dal bianco brillante dei lembi svolazzanti dei vestiti femminili. L’effetto è quello di fare apparire le figure come se si trovassero davanti a una fonte luminosa che accentua la trasparenza delle stoffe e rende chiaramente visibili le forme piene di commensali, suonatrici e ballerine.

Il dipinto della cappella funeraria di Horemheb traspone vividamente in figura il modo in cui la fanciulla del Vaso di Deir el-Medina ha intenzione di presentarsi agli occhi dell’amato. Il testo prosegue con un passaggio che ha scatenato la fantasia erotica di traduttrici e traduttori. Lo scendere in acqua è stato interpretato come un malizioso espediente della ragazza per bagnare le vesti e farle aderire alle forme del proprio corpo. Una tale interpretazione è però resa difficoltosa dalla chiara affermazione che i due innamorati si immergono insieme e, d’altro canto, induce a chiedersi quale necessità vi sia di bagnare una stoffa la cui trasparenza non lascia già di per sé nulla all’immaginazione.

È assai probabile che il testo non vada preso alla lettera e che «lo scendere insieme nell’acqua» sia piuttosto da interpretare come un modo per esprimere la condivisione di un’azione che prevede fiducia nell’altro (sulla pericolosità delle acque è assai più esplicito il brano successivo, linee 11-13). Al termine di questo atto la fanciulla deporrà «la rossa tilapia in fiore» davanti all’amato («il suo dio»). A questo punto, cosa la smaliziata ragazza abbia davvero intenzione di fare risulta oltremodo chiaro.

La ragione che indusse gli egizi a istituire un paragone tra un pesce e il sesso femminile può oggigiorno non risultare subito evidente ed è necessaria qualche conoscenza del peculiare metodo riproduttivo della Tilapia Nilotica (Oreochromis niloticus) per comprenderla. Il ciclo riproduttivo di questa specie prevede infatti l’incubazione orale: la femmina ingoia le uova fecondate e le risputa una volta giunte a completa maturazione. Interpretare questo fenomeno come una metafora della riproduzione umana non è poi così difficile tenendo anche conto del fatto che la testa della Tilapia, più di quella di altri pesci, ricorda la zona pubica femminile.

Il passo del testo prosegue con una locuzione parzialmente in lacuna, ricostruibile soltanto con il termine «fiore/fioritura» che aggiunge un dettaglio primiziale all’offerta che si accinge a compiere la fanciulla. L’effetto straniante di attribuire una peculiarità floreale a un pesce è geniale e pone ancora di più l’accento sull’illibatezza e la freschezza della portatrice della Tilapia.

Il riferimento al «rosso» può invece avere una duplice spiegazione. Tale colorazione caratterizza alcune parti (soprattutto le pinne) del maschio della Tilapia Nilotica al momento della riproduzione, ma è anche caratteristica peculiare della Tilapia Zillii(Coptodon zillii), specie vegetariana che si nutre di piante acquatiche. Una delle rappresentazioni più frequenti di questo pesce è derivata proprio da questa abitudine alimentare e la Tilapia è spesso ritratta con un fiore di loto (o meno frequentemente di papiro) davanti alla bocca.

Tale figurazione aveva valenza cosmogonica e rimandava a concetti legati alla nascita del dio creatore che, secondo alcune credenze, era venuto in essere spuntando da un fiore di loto. Questo legame dà un senso all’appellativo con il quale la fanciulla apostrofa l’amato all’inizio del componimento. Difficile è andare oltre e vedere nella pianta acquatica una metafora del membro maschile. È più probabile che l’immagine rinvii a concetti più generali legati alla procreazione e che l’espressione intenda affermare che l’amato si addice alla fanciulla così come il fiore di loto alla Tilapia.

Il testo è perciò da leggere come una delicata metafora della decisione presa dalla fanciulla di concedersi all’amato.
Cosa sia disposto a fare un uomo per raggiungere il proprio oggetto del desiderio lo descrive invece il testo successivo (Vaso di Deir el-Medina, 11-13):

«L’amore per l’Altra è laggiù sulla riva. Il fiume potrebbe inghiottire le mie membra.
È un possente oceano primordiale in [questa] stagione e il coccodrillo che divora si tiene dove l’acqua è bassa.
Comincio a scendere nell’acqua e guado le acque. Il mio cuore s’ingrandisce lungo il canale. Scopro così che il coccodrillo che mi si para davanti è come un topoe quello che era acqua è come terra per i miei piedi.
È il suo amore a rendermi forte.
Alla fine, lei compirà per me un incantesimo e mi troverò così a vedere l’amore del mio cuore proprio davanti al mio sguardo».

Il testo potrebbe sembrare un proseguimento di quello precedente. Si tratta però di una semplice apparenza, visto che la posizione occupata dai due protagonisti è diversa. Nel primo i due si immergono (metaforicamente) insieme, nel secondo si trovano (sempre metaforicamente) sulle due rive opposte di un canale.

I due componimenti sono accomunati dall’immagine, centrale in entrambi, dello scendere nell’acqua che nell’antico Egitto era considerata un’azione assai pericolosa. Per la fanciulla affrontare un tale rischio indica la fiducia e confidenza nell’Altro che prelude alla concessione di se stessa; per il ragazzo simboleggia la volontà di dimostrare di essere pronto a tutto pur di ottenere l’Altra. In entrambi i casi vince la forza dell’amore che riesce a trasformare in un innocuo topolino anche il più feroce dei coccodrilli e a tramutare l’insidiosa acqua in solido terreno.

Il secondo testo è anche concepito come una mini-fiaba. Il protagonista intraprende l’impresa, affronta una temibile prova superata la quale ottiene l’ambita ricompensa che, proprio come nelle favole, si disvela per il tramite di un incantesimo: l’amata appare così davanti agli occhi. Anche in questo caso, l’autore interrompe il racconto proprio sul più bello lasciando al lettore la libertà di immedesimarsi nel ragazzo e immaginarsi attraverso il suo antico sguardo l’incomparabile bellezza dell’Altra.


CINQUANTA SFUMATURE DI LAPISLAZZULI
Amore e desiderio nell'antico Egitto

1. Parole antiche per aneliti senza tempo
2. Egyptian gods do it better!
3. L'amore cosmico
4.1 L'antica bellezza
4.2 L'antica bellezza
5. il tempo delle tilapie in fiore

Francesco Tiradritti, edizione online, 25 agosto 2020


  • Vaso di Deir el-Medina: Copia geroglifica delle linee 7-11 del testo ieratico sul “Vaso di Deir el-Medina” (XIII-XII secolo a.C.) Disegno: Georges Posener; elaborazione grafica: Francesco Tiradritti
  • Piatto con tre tilapia e fiori di loto (XVI-XIV secolo a.C.); Museo Egizio di Berlino, ÄM 4562 Fotografia da Google Arts & Culture.
  • Testa di Tutankhamon che fuoriesce da un fiore di loto (seconda metà del XIV secolo a.C.); Museo Egizio del Cairo. Fotografia: Francesco Tiradritti; © Francesco Tiradritti
  • Cappella funeraria di Horemhab. Particolare di una scena di banchetto: musiciste e inservienti.  Tebe Ovest. XVIII dinastia (XV-XIV secolo a.C.) Fotografia: Carlos De La Fuente; © Associazione Culturale per lo Studio dell’Egitto e del Sudan ONLUS

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