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50 anni fa il furto del Caravaggio di Palermo

La storia completa di un capolavoro mai ritrovato

La replica della Natività di Caravaggio nell'altare dell'Oratorio San Lorenzo a Palermo

Palermo, ottobre 1969, centro storico, una notte buia e tempestosa, due balordi a bordo di una moto Ape percorrono la via Immacolatella, arrivano all’oratorio di san Lorenzo, forzano l’ingresso, rimuovono la Natività del Caravaggio dall’altare, asportano la tela dal telaio con una lametta, la arrotolano e la portano via. Questo è l’incipit, ancora oggi ritenuto credibile, di uno dei più clamorosi furti d’arte della storia che a cinquant’anni di distanza non ha trovato soluzione; il trascorrere del tempo e le infinite versioni dei «collaboratori di giustizia» e di pseudo investigatori, che negli anni hanno indirizzato le indagini, rendono ancora oggi oscuro il destino della Natività.

Per avere una visione della complessità delle trame è utile consultare il recente e documentatissimo libro del giornalista Riccardo Lo Verso La tela dei boss ed il prezioso testo del saggista Luca Scarlini Il Caravaggio rubato che ricostruiscono e ripercorrono tutte le vicende investigative.

Riassumo alcune delle ipotesi più suggestive che partono tutte dall’incipit sopra citato: Marino Mannoia nel 1989 e nel ’96 dichiara a Falcone che la tela era stato rubata su commissione ma quando l’acquirente la vide, la rifiutò perché ridotta in pessime condizioni e l’avrebbe quindi fatta a pezzi e bruciata; inoltre accenna a un interessamento di Giulio Andreotti. Gerlando Alberti, essendone venuto in possesso, dopo aver provato a venderla, la seppellisce con un tesoro di dollari; gli scavi effettuati nella sua proprietà non hanno portato ad alcun risultato. Brusca ne patteggia la restituzione con lo Stato in cambio di un ammorbidimento del 41 bis. Spatuzza racconta che era stata conservata in una stalla e che sarebbe stata mangiata dai topi e dai maiali. Il giornalista Peter Watson racconta di esserne stato sulle tracce ma che sfortunatamente sarebbe finita sotto le macerie del terremoto in Irpinia, durante una trattativa con la camorra per lo scambio con una partita di armi e droga. Guido De Santis ha visto la tela, dice che a commissionare il furto fu Pietro Vernengo, è lui stesso che la consegna al boss che cerca di venderla, ma non riuscendo nel tentativo la distrugge. Cangemi dice che veniva esposta nei summit come segno di potere. Altri pentiti raccontano, certamente la versione più sprezzante, che l’avessero usata come scendiletto.

Un’infinità di storie, millanterie, piste su cui le forze investigative per anni si sono dovute impegnare in verifiche, riscontri, interrogatori, missioni che hanno portato a due sole conclusioni, che sia stato rubata dalla mafia e che sia andata distrutta.

Nel 2017 la Commissione antimafia, guidata dall’onorevole Bindi, riapre il fascicolo ed acquisendo le nuove dichiarazioni di Mannoia e di Grado arriva alla conclusione che il quadro sia ancora esistente, che sia passato dalle mani del boss Gaetano Badalamenti, che sia stato tagliato in diversi pezzi e che sia finito in Svizzera. Il lavoro della Commissione è certamente importante e, anche se nella relazione emergono alcune imprecisioni di tipo logistico e geografico nel racconto dei pentiti e la teoria del taglio in più parti del quadro non trova consensi tra gli addetti ai lavori nel mercato dell’antiquariato, ha il grande merito di riportare in vita il quadro, di identificare il ruolo di Badalamenti e di individuare nella Svizzera la possibile meta della Natività.

Tornano attuali le accuse che monsignor Rocco, custode dell’oratorio, subito dopo il furto lancia, inascoltato, contro Gaetano Badalamenti raccontando di aver avuto offerta, ricevendo un pezzo della tela come prova, la possibilità di una trattativa che l’allora Sovrintendente Scuderi gli avrebbe impedito. Il rapporto tra i due era particolarmente teso, perché Scuderi non avrebbe ascoltato in tempi che precedono il furto la richiesta di aiuto per la messa in sicurezza del luogo ed avrebbe autorizzato, contro la sua volontà, le riprese Rai in oratorio per una trasmissione sui capolavori nascosti andata in onda nell’agosto del 1969 ed alla quale il Monsignore attribuiva la responsabilità del furto. L’indagine della Commissione antimafia può dunque rafforzarsi con le dichiarazioni in cui monsignor Rocco attribuisce a Badalamenti la gestione del quadro; e sicuramente potrebbe essere la nuova strada da seguire.

In questo breve resoconto rimangono alcune domande che non vengono risolte dalle indagini fin qui svolte: 1) quando è stata rubata la Natività? La comunità dei fedeli la vede per l’ultima volta il 12 ottobre in occasione della messa domenicale, le sorelle Gelfo, custodi dell’oratorio si accorgono della sua mancanza sabato 18 entrando nell’aula per preparare la messa dell’indomani. Il furto sarebbe quindi potuto avvenire qualunque giorno tra il 12 ed il 18, avendo così l’organizzazione tutto il tempo per realizzarlo e per far uscire l’opera da Palermo. Il Giornale di Sicilia da la notizia soltanto il 20 ottobre. 2) Non esiste il verbale dello stato del luogo redatto dalla Polizia, fondamentale per capire i modi dell’azione, ma andato smarrito 3) è credibile l’incipit con cui abbiamo iniziato l’articolo e che viene assunto come base di qualunque indagine?

Scendere un quadro di 3m per 2m con il pesantissimo telaio ligneo, posto a 6m di altezza in mezzo ai delicatissimi stucchi del Serpotta che non vengono minimamente danneggiati, è un lavoro di due balordi? Il furto non poteva essere improvvisato, aveva bisogno di essere studiato. Tagliare la tela con una lametta senza lasciare un milligrammo di pittura nei brandelli rimasti? Il taglio è stato accurato e molto preciso, non improvvido ed improvvisato. Di conseguenza, se non sono stati due balordi che casualmente entrano in oratorio e portano via la tela tagliandola velocemente, allora l’ipotesi più probabile è che si sia trattato di un furto preparato, su commissione e forse ad opera di professionisti; d’altronde lo dice nell’immediatezza il Giornale di Sicilia nella sua prima pagina e lo dichiara il Maresciallo Andrei del neonato nucleo tutela patrimonio, mandato a Palermo per coordinare le indagini che in un informativa dice «il furto non è casuale, forse commissionato da grandi organizzazioni internazionali con manodopera palermitana».

È una teoria investigativa che forse troppo presto è stata abbandonata per seguire le confessioni-rivelazioni mafiose, ma che sarebbe opportuno provare a riconsiderare con la possibilità di trovare incroci, con la precedente ipotesi di indagine, in Svizzera o sul nome di Badalamenti nel ruolo di committente o più semplicemente di cassiere della mano d’opera.

Curiosa infine la provocatoria tesi di un antropologo locale, studioso e conoscitore della fenomenologia mafiosa, che ritiene la mafia totalmente estranea al furto ma che ne diventa vittima perché mina il preteso e vantato primato del controllo territoriale ed il prestigio internazionale dell’organizzazione criminale; se ne assumerebbe quindi la paternità, millantando le innumerevoli storie che inevitabilmente devono concludersi con la distruzione della Natività.

Sono passati 50 anni, molti dei protagonisti di questa storia sono passati a miglior vita, nulla sarà lasciato di intentato, la speranza è viva ed è riposta nella fiducia della costante ricerca investigativa, nel caso o nel miracolo di un religioso pentimento nel fine vita dell’illegittimo possessore che a breve dovrà rendere anche lui l’anima al Signore.

Bernardo Tortorici di Raffadali
Presidente degli Amici dei Musei Siciliani

Bernardo Tortorici di Raffadali, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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