50 anni di Arte Fiera

Edizione speciale per la prima fiera italiana del contemporaneo, che il direttore Simone Menegoi festeggia con 196 espositori

Simone Menegoi. © Foto: Valentina D’Accardi
Jenny Dogliani |  | Bologna

Nel 1974 nasceva Arte Fiera. In quell’anno faceva il suo debutto dal 5 al 16 giugno nell’ambito della Fiera Campionaria, con una decina di gallerie tra cui le concittadine Forni e De Foscherari. Una felice, lungimirante intuizione dell’allora dirigente Maurizio Mazzotti. In Italia era una novità assoluta, in Europa un evento piuttosto raro, contando che all’epoca, nel settore, esistevano solo le giovanissime Art Cologne (1967) e Art Basel (1970). L’iniziativa ebbe un tale successo che le gallerie partecipanti nel 1975 passarono da 10 a 200, portando nella Bologna degli anni Settanta anche i signori del mercato a stelle e strisce, da Leo Castelli a Ileana Sonnabend, a John Weber.

«Da quando Arte Fiera ha mosso i primi passi il mercato dell’arte contemporanea si è globalizzato, estendendosi dalle Americhe all’Asia; si è diversificato come mai prima per l’apporto di importanti scene extraeuropee (si pensi alle grandi ondate di arte cinese e indiana); le case d’asta si sono affermate come attori di prima grandezza, capaci di cambiare le sorti di un singolo artista o di una corrente intera. I collezionisti, raccoglitori di opere che eccezionalmente aprivano una fondazione o un museo privato, sono diventati attori del sistema dell’arte a tutto campo che con le loro scelte influenzano profondamente il mercato, le gallerie e le istituzioni. Arte Fiera, seguendo la traiettoria di altre fiere della prima ora in Europa (Art Cologne, ad esempio) da fiera internazionale (nel senso che questa parola poteva avere negli anni Settanta, limitato all’Europa stessa e agli Stati Uniti) è diventata una fiera che si concentra fondamentalmente sul proprio Paese e su quelli vicini», spiega il direttore artistico Simone Menegoi.

Cinquant’anni, in un mondo che corre veloce come il nostro, equivalgono circa a un’era geologica. E Arte Fiera oggi si trova a fare i conti con centinaia di rivali in tutto il mondo (se ne contano circa 380), con un sempre crescente appeal delle case d’asta e dei nuovi strumenti di vendita online e con lo strapotere di pochi noti colossi fieristici che saturano buona parte del mercato. Ma spegnere quelle 50 candeline è il primo e inequivocabile segno di successo, di una presenza costante e ininterrotta che, al di là di fisiologici alti e bassi, ha saputo tenere salda la propria identità, ambendo a rimanere il punto di riferimento per il moderno e il contemporaneo storicizzato italiano, senza cedere troppo alle lusinghe di mode e tendenze passeggere.

«In uno scenario in cui pochissime fiere riescono a essere veramente globali (una sola in realtà: Art Basel con le sue filiali), il radicamento di una fiera nel suo territorio è fondamentale. Penso che l’italianità di Arte Fiera e perfino la sua vocazione “nazional-popolare”, come è stata definita più volte, siano la sua carta vincente che non dovrà mai essere persa di vista. Un altro aspetto vincente di Arte Fiera è il suo taglio commerciale: è una fiera di mercato, una piazza capace di intercettare un pubblico (del Centro e Sud Italia soprattutto) che sfugge ad altre fiere. Ma l’anima commerciale non esclude un aspetto culturale. Dalle performance delle primissime edizioni (di cui nella prossima edizione offriremo un assaggio con una mostra di studio) alle commissioni della serie “Opus Novum” degli ultimi anni, Arte Fiera è stata e deve continuare a essere anche un luogo di proposta e di sperimentazione artistica, in linea con la vitalità culturale di Bologna», aggiunge Menegoi.
«Foret (en scène)», di Eva Jospin. Cortesia Galleria Continua
La 50ma edizione (main sponsor Bper Banca) si svolge dal 2 al 4 febbraio nei Padiglioni 25 e 26 di BolognaFiere, sotto la direzione artistica di Simone Menegoi e quella operativa di Enea Righi. In tutto 196 espositori con alcuni importanti ritorni, come Apalazzo Gallery, Laveronica, Lia Rumma, Lorenzelli Arte, Franco Noero, Ronchini e Sprovieri, a confermare il trend di crescita che caratterizza la fiera dal post pandemia. Nella sezione principale opere di artisti moderni e post war italiani in particolare, ma non solo. Castellani, Burri, Fontana, de Chirico, Balla, Sironi, Capogrossi, Vedova, Afro, Optical art, Arte povera, Transavanguardia, tante le (solide) certezze per un collezionismo di fascia media e alta.

«Quando dico che la carta vincente di Arte Fiera è l’italianità, non parlo solo delle gallerie, spiega Menegoi, ma anche degli artisti. L’arte contemporanea italiana storicizzata è una parata di figure e tendenze che, a parte tre o quattro casi, patisce un cronico divario fra la sua qualità e il suo valore di mercato, specie se si comparano quelle figure e tendenze agli analoghi americani o tedeschi. Quando qualche artista, come Salvo, comincia a ottenere la visibilità e il valore di mercato che gli spettano fa notizia; ma il suo valore artistico era noto da sempre a chi aveva occhi per vedere. Noto con piacere che sempre più collezionisti stranieri (per non parlare delle gallerie) hanno compreso questa dinamica e non aspettano le aggiudicazioni d’asta spettacolari per interessarsi agli artisti italiani storicizzati. Far diventare Arte Fiera un punto di riferimento imprescindibile per tutti loro è uno degli obiettivi cruciali per la fiera nei prossimi anni».

Tra gli stand non mancheranno però giovani e mid career e artisti da scoprire (o riscoprire). Specialmente nelle tre sezioni curate (e di ricerca) dove i prezzi si abbassano alla fascia medio bassa. Per esempio, nella sezione «Pittura XXI», coordinata dal critico e curatore indipendente Davide Ferri, con un focus sulle tendenze della pittura dal 2000 a oggi. L’altra sezione curata, affidata per la seconda volta a Giangavino Pazzola, è «Fotografia e immagini in movimento», un genere, specialmente quello della video arte, sempre più raro nelle fiere. Nella terza sezione curata, da Alberto Salvadori, intitolata «Multipli», incisioni, stampe, gioielli, libri d’artista e tutto ciò che rientra nell’arte moltiplicata.

Ma una buona fiera funziona se ci sono buoni collezionisti e per attirarli a Bologna «è necessario catturare il loro interesse: far capire loro, fin dalla lista delle gallerie partecipanti, che in fiera troveranno sia ciò che conoscono e amano, sia ciò che ancora non conoscono e che potrebbero amare. Per farli tornare è indispensabile che la visita sia facile, piacevole e stimolante in tutti i suoi aspetti, dal pernottamento in città alla ristorazione in fiera, all’offerta di mostre ed eventi collaterali. In questi ultimi due anni abbiamo lavorato molto sul collezionismo straniero, attraverso l’ingaggio di “Vip manager satellite”. È una formula che si basa su un elemento fondamentale: il rapporto diretto, di confidenza e fiducia, che queste persone hanno creato nel tempo con i collezionisti che conoscono e seguono», prosegue Menegoi.

Da segnalare anche quest’anno l’opera su commissione «Opus Novum», affidata (dal 2019) ogni edizione a un artista diverso e presentata in fiera. Dopo Flavio Favelli, Eva Marisaldi, Stefano Arienti, Liliana Moro e Alberto Garutti, è la volta di Luisa Lambri, raffinata fotografa che trasforma le architetture, in particolare moderniste, in astrazioni di luci e ombre. La serie realizzata ha come soggetto la Chiesa di Santa Maria Assunta di Alvar Aalto a Riola, nell’Appennino bolognese. Si deve alla Fondazione Furla, infine, il programma dedicato alla performance curato da Bruna Roccasalva, un genere che sin dagli anni Settanta, quando fu creata la storica settimana internazionale della performance, ha con Bologna un legame particolare.

© Riproduzione riservata «Regno Dei Fiori Misericordia» (2018-23), di Nicola De Maria. Cortesia Giorgio Persano
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