270 foto e 200mila carte

Durante la pandemia la Fondazione Giorgio de Marchis ha continuato il servizio di consultazione e ha incrementato il patrimonio culturale soprattutto tramite donazioni

Stefano Miliani |  | L'Aquila

Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre (L’Aquila, 1930-Roma, 2009) è stato un intellettuale poliedrico: filologo per studi, critico e storico dell’arte, soprattutto sugli anni ’60 e ’70, scrittore e giornalista, è stato anche soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma e direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo dal 1974 al 1993.

Nel 2003 creò all’Aquila la Fondazione de Marchis documenti per l’arte contemporanea, che nel suo cospicuo fondo vincolato dalla Soprintendenza archivistica conserva lettere, 200mila pezzi cartacei, locandine, cataloghi, manifesti, foto e 10mila volumi consultabili online. Poiché Palazzo de Marchis (già Simeonibus) è inagibile dal terremoto del 2009, dal 2017 la sede è a Palazzo Cappelli Cappa, ora in nuovi locali. Presieduto da Franca Fanti e diretto da Diana Di Berardino, durante la pandemia l’Istituto ha continuato il servizio di consultazione e a incrementare il patrimonio culturale soprattutto tramite donazioni.

A proposito dei programmi in corso Diana Di Berardino spiega: «Abbiamo in comodato d’uso la collezione "In vista", con 270 foto di paesaggi e ritratti raccolte da Giampiero Duronio e Sergio Maritato, due docenti del Liceo artistico Fulvio Muzzi; comprende 97 autori come Gianni Berengo Gardin, Elisabetta Catalano, Cesare Colombo, Ugo Mulas, Maria Alba Russo, Maria Beltramini e aquilani come Paolo Porto, Mauro Mattia e Vinicio di Gasbarro. Dalla raccolta in autunno proponiamo la mostra “Senza confini. Fotografie dal vero” con haiku di poeti odierni ispirati a quegli scatti».

A ottobre, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti aquilana, l’Istituto organizzerà una giornata sullo studioso e promotore culturale: «de Marchis voleva che la Fondazione formasse alla conoscenza delle arti i giovani che qui fanno proposte e ricerche», conclude Diana Di Berardino.

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