250 mln per la sicurezza antisismica nei luoghi di culto

Anche grazie al Pnrr, è in corso il Piano nazionale affidato alla Direzione generale Sicurezza del Patrimonio culturale guidata da Marica Mercalli

Concattedrale di Santa Maria Argentea, Norcia. Foto Stefano Miliani
Stefano Miliani |

Nel 1997 vedemmo in tv il soffitto della Basilica di San Francesco ad Assisi crollare e sotto quelle macerie rimasero dei morti. Nel 2009 L’Aquila fu semidistrutta. Nel 2012, con sorpresa di tanti, la terra inferse forti danni in Emilia Romagna. Nel 2016 il terremoto rase al suolo Amatrice e colpì pesantemente Marche e Umbria. Si sa: in gran parte d’Italia la terra può tremare.

«La mancanza di adeguate azioni preventive ha comportato un notevole danno al patrimonio culturale, oltre che un enorme spreco di risorse economiche per interventi di ricostruzione post sisma», scrive in una nota la Direzione generale Sicurezza del Patrimonio culturale del Ministero della Cultura, diretta da Marica Mercalli. Che ha approntato un «Piano nazionale di miglioramento della sicurezza antisismica nei luoghi di culto»: contempla un censimento in corso di chiese, campanili e torri più a rischio e un investimento di 250 milioni di euro, previsto dal Pnrr per interventi antisismici preventivi. È la prima volta che il nostro Paese adotta un programma simile.

Il MiC ha una mappa del rischio sismico applicata al patrimonio culturale che incrocia dati dei suoi istituti, importata dall’ex Ministero dell’Ambiente, in cui le colorazioni viola e a seguire rossa indicano le aree a più alta pericolosità: dall’Etna si sale lungo l’Appennino fino all’Umbria per ritrovare quei colori accesi in Friuli Venezia Giulia e nel Veneto nord orientale. «Diciamo sempre che l’arma fondamentale è curare di più la manutenzione ordinaria e programmata, premette la direttrice Mercalli, già soprintendente in Umbria al tempo dell’ultimo terremoto. Dobbiamo rendere le strutture più capaci di rispondere positivamente alle sollecitazioni sismiche, più resistenti».

Il primo passo è scegliere gli edifici: «Abbiamo chiesto schede tecniche alle Soprintendenze territoriali dando la precedenza ai territori a maggiore rischio sismico; interroghiamo la Carta del rischio e incrociamo i dati dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e quelli dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia».

Per fare un esempio, come si colloca una chiesa come il Duomo di Spoleto? «È in una zona di rischio medio-alto. Metteremo fondi a disposizione». E come si relazione il piano con il Fec, il Fondo edifici di culto del Ministero degli Interni? «Negli edifici del Fec, che ha messo a disposizione il suo elenco, agiamo di intesa con loro. Interroghiamo anche gli uffici diocesani su quanto è della Chiesa». La lista e la definizione delle priorità sono appunto in corso. «Il progetto in realtà è in piedi da una ventina d’anni, prosegue Mercalli. Abbiamo incardinato la Carta del rischio che nasceva con l’Istituto Centrale del Restauro e di cui è responsabile Carlo Cacace. Ci interfacciamo con l’Ispra, con l’Ingv, con la Protezione civile. I beni sono georeferenziati per avere dati immediati, così quando scatta l’emergenza si sa già quali sono i beni immobili e quelli mobili all’interno, le operazioni di intervento vengono facilitate, non si va al buio».

«Siccome il rischio lega la vulnerabilità e lo stato di conservazione con la pericolosità della zona arriviamo a definire il rischio locale del bene», aggiunge Cacace. E precisa che la Carta (per la quale è doveroso citare Giovanni Urbani, che diresse l’Icr) «viene aggiornata continuamente con i dati più attendibili». La Direzione Sicurezza ha il compito di realizzare il piano, avverte infine Marica Mercalli, e i tempi di esecuzione dipendono dalla messa in pratica del Pnrr.

© Riproduzione riservata Carta del rischio sismico per il patrimonio culturale. MiC
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