150 anni di Galileo Chini

Il 2 e il 3 dicembre in tutta la Toscana le celebrazioni per la ricorrenza della nascita del grande artista fiorentino che portò l’Art Nouveau in Italia e che fu ammirato e voluto dal re del Siam

Autoritratto di Galileo Chini, 1901
Jenny Dogliani |

Nato a Firenze il 2 dicembre 1873 (spentosi nella stessa città il 23 agosto 1956), Galileo Chini è uno degli artisti che meglio incarna il passaggio tra due secoli e due mondi tanto diversi, l’Otto e il Novecento, l’Oriente e l’Occidente. Una figura poliedrica e complessa sospesa tra lo spirito di una Belle Èpoque troppo precocemente sfumata e il vento di una, anzi due guerre mondiali che di lì a poco avrebbero proiettato una tormentata umanità verso il nuovo millennio. Un personaggio a tutto tondo cui la Toscana rende omaggio con una concentrazione di eventi sabato 2 e domenica 3 dicembre, in occasione della ricorrenza dei 150 anni dalla nascita: il programma è presentato lunedì 27 novembre nel Palazzo Strozzi Sacrati di Firenze da Eugenio Giani (presidente Regione Toscana), Elena Pianea (direttrice Beni, istituzioni, attività culturali Regione Toscana), Francesca Velani (vicepresidente Promo Pa Fondazione) e Paola Chini, (nipote dell’artista e curatrice dell’Archivio Chini, di cui è appena stata messa online la nuova versione del sito web: galileochini.it).
Pannello ceramico con due teste femminili fiori e grappoli d'uva, 1898-1902, Arte della Ceramica, Galleria Expertise di Cinelli Marzio
Pittore, decoratore, ceramista, illustratore, scenografo e persino urbanista, Galileo Chini fu tra i primi a intuire l’importanza, la potenzialità e la necessità di unire arte e artigianato, anticipando con la sua pratica la commistione dei linguaggi e la rimodulazione del concetto di opera d’arte, contestualizzata in un’epoca di riproducibilità tecnica, tipico della contemporaneità. Pioniere dell’Art Nouveau in Italia, nella sua pittura ha sperimentato ed elaborato vari stili, dal Simbolismo al Divisionismo, dall’Art Decò alla cupa vena espressionista della maturità, e ha partecipato ad alcune tra le più importanti esposizioni internazionali europee, comprese varie edizioni dell’Esposizione internazionale a Parigi e Bruxelles, della Biennale di Venezia e della Quadriennale di Roma. Oltre 20 gli appuntamenti organizzati per le celebrazioni in tutta la Toscana (elenco completo su galileochini.it). Tra quelli di Firenze, la visita guidata «Galileo Chini a Palazzo Grifoni Budini Gattai e la Fototeca del KHI»; l’apertura straordinaria di Montedomini, che consentirà di ammirare le opere di Chini presenti nella storica struttura di via de’ Malcontenti 6 il 2 e 3 dicembre; e il convegno «Galileo Chini accademico del Disegno. Un bilancio per i 150 anni», il 4 dicembre all’Accademia delle Arti del Disegno. 
Cache-pot con pesci, 1919.1925, Fornaci Borgo San Lorenzo, MIC Faenza, inv. n. 5796
Nipote di Dario Chini, stimato decoratore e restauratore nella cui bottega si accostò all’arte medievale e rinascimentale, Galileo frequentò l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove un giorno sarà docente, tra gli altri, di Ottone Rosai, Primo Conti e Marino Marini. Dopo aver collaborato, già in giovanissima età, a importanti restauri, nel 1896 cofonda a Firenze la Manifattura Arte della Ceramica, ispirata all’Arts and Crafts inglese. Le più grandi innovazioni introdotte da Galileo Chini in campo ceramico sono l’utilizzo del gres e la scelta di subordinare la forma alle esigenze della decorazione. Il successo fu immediato: nel 1900 i manufatti prodotti dall’Arte della Ceramica vincono il Grand Prix all’Esposizione Internazionale di Parigi, a colpire la giuria le audaci sperimentazioni nell’uso della tecnica a lustri metallici, le contaminazioni con le tendenze artistiche europee (dai Preraffaelliti all’Art Nouveau) e l’inedito e per l’epoca del tutto innovativo rapporto con l’architettura. Dopo la rottura con i soci per varie incomprensioni, Chini fonda una nuova manifattura nel 1906, le Fornaci San Lorenzo (oggi nota come Manifattura Chini), una realtà tanto apprezzata a livello internazionale da essere corteggiata anche da Tiffany a New York con cui collaborò a lungo. Una storia, questa, ricordata nella mostra «Galileo Chini. Unico atto», visibile dal 2 dicembre all’11 febbraio nel Chini Museo - Villa Pecori Giraldi a Borgo San Lorenzo.

Tra i lavori decisivi nel percorso di Chini vi è «L’arte del sogno», la sala realizzata nel 1907 per la Biennale di Venezia con l’amico Plinio Nomellini ed Edoardo De Albertis; il pavimento in gres porcellanato, decorato con fiori e animali, e i pannelli con putti e fluenti ghirlande colpirono il re del Siam Rama V al punto che decise di ingaggiare Chini per la decorazione del Palazzo del Trono a Bangkok, dove in due anni realizzò sei immensi affreschi sulla storia thailandese da Rama I a Rama V, in una perfetta sintesi fra la tradizione rinascimentale italiana e l’iconografia e il decorativismo orientali che gli valse la maggior onorificenza del Paese: l’Altissimo Ordine dell’Elefante Bianco. Questo gli anni in parte ricordatinella mostra «Galileo Chini a Lucca: il Padiglione Italia dell’Esposizione Internazionale di Bruxelles (1910) e il suo Archivio privato», visibile dal7 al 17 dicembre nel Palazzo delle Esposizioni della Fondazione Banca del Monte di Lucca.
Palazzo del Trono , Bangkok, gli affreschi di Galileo Chini
Tornato in Italia l’influenza asiatica confluì in uno dei suoi più grandi capolavori, la decorazione di Salsomaggiore Terme a Montecatini, definito dai giornali dell’epoca lo stabilimento termale più bello del mondo. Fu inaugurato il 27 maggio 1923, un tempio della salute e della bellezza tempestato di affreschi, vetri artistici e decorazioni ceramiche dalle brillanti cromie in uno stile allora definito tra il Liberty e il Decò, arricchito da elementi orientali come chimere turchesi e carpe cinesi. Tra le tante grandi opere di Galileo Chini anche le scenografie per la prima messa in scena dell’incompiuta «Turandot» di Giacomo Puccini, completata e diretta da Arturo Toscanini alla Scala di Milano in una memorabile serata del 1926. A questo sodalizio è dedicato sabato 2 dicembre alle 18, nell’Auditorium Enrico Caruso a Viareggio, lo spettacolo «Sogni d’Oriente, Giacomo Puccini e Galileo Chini» di Simone Dini Gandini, una nuova produzione della Fondazione Festival Pucciniano, un documentario teatrale tra lettere, documenti storici, immagini e narrazione che trasformerà il palcoscenico in un cafè chantant della Viareggio anni ’20 per raccontare  il rapporto artistico tra Giacomo Puccini e Galileo Chini. A fare da prologo allo spettacolo sarà la mattina del 2 dicembre l’inaugurazione della mostra «Paesaggio d’autore. Viareggio la città sognata di Chini e Puccini», curata da Maria Adriana Giusti alla Gamc, dedicata alla nascita del sodalizio tra i due autori.

Nel 1926 Chini si occupa inoltre degli interventi decorativi di Villa Argentina a Viareggio, un luogo incantevole costellato di putti e trionfi vegetali ispirati alla natura circostante, da scoprire grazie a un’apertura straordinaria il 9 dicembre. Elementi zoomorfi, vegetali e floreali insieme all’acqua costituirono per Galileo Chini una grande fonte di ispirazione confluita nelle sue figure eteree e perfette, nei volteggi geometrici e negli elementi naturalistici che fanno apparire il suo lavoro un continuo e festante inno alla vita, finché la guerra, la perdita della figlia Isotta e le prime avvisaglie di un’irreversibile cecità non volsero il suo tratto in un’eco struggente di morte, dolore e devastazione. Nella ultimo sua dipinto, «Follia macabra» del 1954, una donna nuda danza tra gli spettri in un’atmosfera cupa, sinistra e terrificante. La pelle è livida e ruvida, le pennellate sono violente, distorcono la figura creando una connessione profonda con il lato cupo e tormentato della follia, chiudendo il cerchio e mettendoci a tu per tu con l’ineluttabile dualità dell’universo, fatto di orrore e di bellezza, di vita e di morte.
Disegno con pavone per grande piatto, 1899-1902, matita, china e acquerello su carta, collezione privata Pistoia

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