È un restauro se lo fa un restauratore

Ma l'oggetto dell'intervento non deve necessariamente essere un’opera d’arte

Giorgio Bonsanti |

La famosa Teoria di Cesare Brandi (1963) comincia con un’affermazione non condivisibile: «Comunemente si intende per restauro qualsiasi intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell’attività umana». E poco più sotto: «lo scopo del restauro sarà con ogni evidenza di ristabilire la funzionalità del prodotto».

Non direi; per rimettere in efficienza il tubo della lavatrice non lo restauro, lo accomodo o lo riparo. Trasferiamoci in campo automobilistico: se porto la macchina dal meccanico perché la ripari, significa che non va bene e deve essere, appunto, «rimessa in efficienza». Se invece gliela porto perché la restauri, significa che è un meccanico specializzato in auto d’epoca, che la macchina è anziana e porta con sé dei valori che non si esauriscono nella sua capacità di trasportare, tanto che io ho deciso di investirci tempo, soldi, attenzione.

Del resto si sono evolute nel tempo anche la concezione di che cosa meriti protezione e salvaguardia, e la normativa che ha accompagnato questo processo. La nozione di bene culturale ha sostituito quella più limitativa di opera d’arte e il Codice Urbani nel 2004 si è preso cura di elencare le realtà più o meno nuove da tutelare. In mezzo a esse (art. 11 comma g, «Beni oggetto di specifiche disposizioni di tutela») troviamo i mezzi di trasporto aventi più di settantacinque anni (quindi, se io fossi un tram, potrei rientrarci, perché ne ho uno di più).

Il mio Corsarino Morini ZZ 48 cc ne ha soltanto una cinquantina, ma vorrei trattarlo con la cura che è propria del restauro. Mi interessa che possa scendere regolarmente in strada ma vorrò anche recuperare l’aspetto originale. Ugualmente, non mi fermerò all’estetica ma vorrò che funzioni da mezzo di trasporto. Dovrò dunque trovare un compromesso utile fra queste due esigenze, che teoricamente potrebbero anche rivelarsi conflittuali.

Il mio atteggiamento sarà quello di uno che si occupa di restauro; e quindi vorrei per quanto possibile recuperare, riutilizzare, rifunzionalizzare se del caso i pezzi suoi propri; se non si rivelasse fattibile, trovarne sul mercato altri originali; soltanto nel caso che proprio non mi riuscisse, sostituirli con altri selezionati secondo un principio validissimo nel restauro, quello di compatibilità.

Naturalmente, potrei anche disinteressarmi di questi scrupoli filologici e pensare all’apparenza, procedendo fin dall’inizio a più comode sostituzioni. Personalmente, da tutto ciò deduco la validità della mia definizione di restauro pubblicata una quindicina d’anni fa, che lo identifica come tale non in base all’oggetto cui si applica (l’opera d’arte, così Brandi), ma un po’ paradossalmente qualora l’intervento venga realizzato da un restauratore; cioè segua i modelli di attenzione e di rispetto, compiuti da un professionista specializzato, comunemente ritenuti distintivi del restauro di un’opera d’arte.

A questa concezione del restauro di un veicolo fanno corollario altre considerazioni; quelle, ad esempio, che lo includono nei prodotti seriali. Non è che quest’ultima qualifica di per sé lo diminuisca di importanza e di valore, ma certo dipenderà dal numero degli altri esemplari tuttora in esistenza. Se per assurdo rimanesse al mondo un’unica bottiglia della Coca-Cola, andrebbe conservata con ben altra cura rispetto alla situazione attuale (ce ne sono miliardi).

Piuttosto, mi domando quali prerogative nel dettare condizioni e quali competenze tecniche possano avere gli organi di tutela, qualora dovessero proteggere un veicolo particolarmente raro e significativo. L’ultimo fra i sei percorsi formativi professionalizzanti previsti per i restauratori dal DM 87/2009 contempla le «Strumentazioni e strumenti scientifici e tecnici», appaiati (e fu un errore) con gli strumenti musicali; l’unico cui, con un po’ di approssimazione, ci si possa riferire nel caso dei veicoli a motore.

Attualmente c’è un solo soggetto che ha attivato questo Pfp, l’Università di Pavia nella sede di Cremona; ma non credo proprio che abbia pensato a impartire anche insegnamenti di restauro dei veicoli storici. Prima o poi si dovrà arrivarci; e allora torneranno validi considerazioni svolte, ed esempi presentati, nel congresso Igiic dell’Aquila nel 2016 dall’architetto marchigiano Luca Maria Cristini, che prospettava con forza un nuovo modo di intendere il restauro dei veicoli storici, molto più attento al mantenimento e al restauro delle parti originali, propugnando un concetto filologico che non avesse come finalità quelle meramente estetiche di alcuni fra i tanti concorsi di bellezza che si tengono in giro per il mondo.

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