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«Un patrimonio di informazioni irrinunciabile»

Intervista a Tiziana Cugini, sostituto procuratore della Repubblica specializzato nei Beni culturali, sull'attività del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale

L'opera di Battistello Caracciolo («Compianto di Adamo ed Eva sul corpo di Abele») recuperata dalle forze dell'ordine

Roma. Innamorata del suo lavoro, soprattutto quando serve a riportare a casa tesori d’arte e di archeologia illecitamente sottratti al nostro patrimonio. Tiziana Cugini, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, non ha dubbi su quali siano le sue inchieste predilette. «Non c’è niente di più bello», dice convinta. E in effetti, sentendola parlare delle (tante) operazioni di recupero messe a segno negli anni insieme ai carabinieri del Reparto operativo per la tutela patrimonio culturale (Tpc), si percepisce chiaramente l’autenticità della sua passione per un settore d’indagine molto particolare, dove la specializzazione avviene sul campo e l’approccio multidisciplinare riveste un ruolo fondamentale.

Dottoressa Cugini, qual è il ruolo del pubblico ministero nelle inchieste che riguardano il patrimonio culturale?

L’obiettivo primario non è tanto reprimere il fatto-reato, quanto recuperare l’opera, restituirla al nostro patrimonio, consapevoli di quanto ciò sia importante per la nostra storia, la nostra identità culturale. In questa materia il pm può stare abbastanza tranquillo: la professionalità e l’intuito delle forze dell’ordine sono tali per cui sicuramente un fatto-reato sussiste e quando si chiede una perquisizione non si va «random» perché gli indizi sono stati raccolti, è stato eseguito un sopralluogo, è già stata verificata la corrispondenza dell’opera da ricercare con le fotografie conservate nella «Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti» del Comando Tpc. Noi interveniamo in queste tappe con grande fiducia nell’operato preventivo delle forze dell’ordine e anche quando il fascicolo viene archiviato perché, ad esempio, il reato di ricettazione è prescritto, facciamo tutto il possibile per recuperare il bene e proseguire nelle indagini. Questo ci permette di vedere come operano questi ladri, questi ricettatori, che sono comunque un mondo a parte, un mondo diverso. Non ci troviamo di fronte a un ladro di autovetture o di gioielli, non ci si improvvisa ladri di opere d’arte. Occorre conoscere il mercato, essere in grado di valutare un’opera, sapere anche a chi collocarla perché non tutti possono essere interessati all’acquisto. Individuare dunque i protagonisti della vicenda, i loro collegamenti, capire perché un’opera sia finita, per esempio, dal napoletano in Sardegna piuttosto che a Milano o perché sia stata utilizzata una casa d’aste francese, inglese, belga o austriaca ci dà la possibilità di ricostruire queste reti, questi rapporti, gettando le basi per indagini future. Tutto ciò costituisce un patrimonio di informazioni irrinunciabile.

Quando ha cominciato a occuparsi di questo settore?

Tra il 2012 e il 2013. È stato un po’ un cambio di prospettiva, perché prima mi occupavo di estorsioni, rapine, usure. Reati dove è prioritaria l’esigenza di sicurezza pubblica più che il recupero al nostro patrimonio di un’opera, ovunque essa si trovi. E sottolineo ovunque, perché i nostri tesori vanno spesso a finire all’estero. Ecco perché questo è un settore in cui si utilizza moltissimo la rogatoria internazionale come attività di indagine e, in Europa, l’Ordine europeo di indagine penale (European Investigation Order), entrato da poco in vigore.

Qual è l’inchiesta che l’ha maggiormente appassionata?

È difficile dirlo. Forse quella relativa al capolavoro di Battistello Caracciolo («Compianto di Adamo ed Eva sul corpo di Abele», Ndr) che è stata una delle mie prime inchieste in questo campo. La tela, conservata nel castello d’Ayala di Valva, di proprietà del Sovrano Militare Ordine di Malta (Smom), era stata rubata alla fine degli anni Ottanta. Nessuno si era reso conto dell’esatto periodo in cui fosse sparita, quindi per noi si trattava non solo di ricostruire il momento di commissione del fatto ma anche di recuperare dagli archivi la storia di quest’opera.

Com’è iniziata l’indagine?

In modo un po’ anomalo. Con una email, indirizzata al Reparto Tpc, in cui un antiquario cagliaritano chiedeva informazioni su un dipinto del Seicento di cui asseriva essere proprietario. Si trattava appunto dell’opera attribuita a Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello, un importante seguace del Caravaggio a Napoli, e l’antiquario voleva sincerarsi che non fosse stata rubata. Nella banca dati del Comando Tpc non venne rinvenuta alcuna denuncia di furto. La tela non risultava censita come opera da ricercare. E la storia poteva anche finire lì.

E invece?

E invece i carabinieri si sono insospettiti e hanno cominciato a indagare. I marescialli, Roberto Lai e Pompeo Micheli, che allora facevano parte della sezione Antiquariato del Reparto operativo Tpc, hanno appurato che nel 2004 l’antiquario in questione aveva già messo il dipinto all’asta da Sotheby’s, a Milano, e sono andati a verificare le informazioni contenute in un articolo segnalato dallo stesso antiquario e pubblicato sul web. In questo articolo, Michele Figliulo, che era stato sindaco di Valva, citava l’opera fra quelle facenti parte della ricca pinacoteca del marchese Francesco d’Ayala, custodita, prima della sua dispersione, nel castello D’Ayala di Valva. Si sono dunque recati in questo piccolo borgo della provincia di Salerno e hanno avuto la fortuna di trovare una fotografia che ritraeva la tela all’interno della sua cornice e la stessa cornice recante sul retro la scritta «Giovanni Battista Caracciuolo». La fotografia era stata scattata nel 1989 nell’ambito di un censimento eseguito da Figliulo e mostrava anche il contesto in cui era stata immortalata l’opera: sotto il porticato del castello. È stata sporta regolare denuncia di furto e da lì ho fatto partire le perquisizioni locali dei vari soggetti coinvolti, in primis dell’antiquario cagliaritano, cui il dipinto venne sequestrato, per risalire poi al mercante che gliel’aveva venduto e che sosteneva di averlo fortuitamente trovato avvolto in una busta nera al mercato domenicale di Porta Portese, vicino ai cassonetti dell’immondizia.

Che cosa l’ha colpita in questa indagine?

La pervicacia dei marescialli Lai e Micheli nel compiere gli accertamenti. La pervicacia è stata anche mia, a livello investigativo, nel ricostruire il profilo dei personaggi implicati nell’inchiesta e nell’andare a verificare la falsità delle loro affermazioni con domande specifiche. Nell’interrogatorio dell’antiquario, ad esempio, un tipo molto scaltro perché sapeva come provare la sua buona fede, si è trattato di sviscerare tutte le sue dichiarazioni mendaci. A suo dire, il dipinto gli era costato 60 milioni di lire, mentre il mercante indicava un prezzo di vendita molto più basso, intorno ai 6 milioni. Le verifiche effettuate in seguito nel negozio del restauratore napoletano, cui il dipinto era stato consegnato, sono state un altro momento importante dell’indagine. Se uno è in grado di scegliere un certo restauratore vuol dire che non è un novellino in questo tipo di reati. Abbiamo accertato la non coincidenza delle date fra la dichiarata e l’effettiva consegna dell’opera e anche qui è emersa un’ulteriore discrasia sul prezzo pagato al restauratore, 6 milioni di lire e non i dichiarati 20 milioni, proprio perché c’era piena consapevolezza dell’illecita provenienza.
Grazie all’esistenza di una banca dati dei beni rubati, io non potrò mai riconoscere la sussistenza della buona fede e quindi scagionare chi non si sia preoccupato di verificare la legittima provenienza di un’opera, soprattutto se si tratta di un mercante d’arte o se chi acquista è un esperto del settore.

Com’è finita questa storia?

Dal punto di vista penale il reato si è estinto per prescrizione e il fascicolo è stato archiviato. Quindi non è stata esercitata l’azione penale nei confronti del responsabile ma, come dicevo, abbiamo verificato fino in fondo i vari passaggi. L’opera non è stata più rivendicata da nessuno ed è ritornata nella disponibilità dello Stato, nell’attesa di poter essere ricollocata nella sua sede.

Altri recuperi memorabili?
Me ne vengono in mente parecchi, soprattutto in materia archeologica. Anche qui non si tratta solo di acciuffare il tombarolo ma di trovare il pezzo e contestualizzarlo perché potrebbe far parte di un patrimonio ancora più importante. Occorre dunque rintracciare il sito da cui l’opera è stata trafugata. E per farlo è fondamentale conoscere il mondo dei tombaroli, un altro mondo a sé. Ricordo l’operazione «Museo Ritrovato» che ha portato al sequestro di quasi 3mila reperti archeologici, provenienti da scavi clandestini. Le indagini erano iniziate nel 2012 con il monitoraggio di un arredatore che, avvalendosi della complicità di un importante architetto della Capitale, impiegava materiali archeologici di frodo per impreziosire le ville di facoltosi imprenditori. Grazie alle perquisizioni siamo riusciti a recuperare intere collezioni di reperti che coprivano un arco temporale lunghissimo, dall’VIII secolo a.C. al II d.C. Ricordo anche altre due collezioni, assai particolari, sequestrate ai privati, nella zona della Sabina, e restituite alla collettività. In una spiccavano più di 200 strumenti chirurgici in bronzo di età romana: un unicum nel suo genere. Ora è custodita nel Museo archeologico di Monterotondo. Grazie alle nostre indagini, il Museo di Monterotondo ha potenziato la sua sezione archeologica acquisendo più di mille reperti trafugati. Ciò che vorrei sottolineare, a questo proposito, non è l’opera del singolo magistrato o dei carabinieri, ma il fatto di essersi calati nella dimensione del patrimonio culturale come patrimonio universale e aver reso accessibili beni che non appartengono al singolo ma alla comunità. A ciascuno di noi. Credo che potenziando al massimo il proprio impegno nel rispetto della legge e delle professionalità i buoni risultati si raggiungano. Ecco: il museo di Monterotondo è il risultato di questo lavorare congiunto.

Le pene attualmente previste per i predatori d’arte e di antichità sono adeguate dal suo punto di vista?
Servirebbero pene più severe. In questo modo noi pubblici ministeri potremmo avvalerci delle intercettazioni telefoniche, uno strumento di indagine fondamentale. La fortuna non basta. Spesso solo le intercettazioni ci permettono di conoscere i reali rapporti fra i trafficanti, ma non possiamo usarle perché le pene edittali previste per i singoli reati non lo consentono. Per il trasferimento all’estero dei beni, ad esempio, un reato gravissimo dal punto di vista della depredazione del nostro patrimonio, non è ammessa l’attività di intercettazione, salvo che si dimostri un’associazione a delinquere.
Un altro grave attentato al patrimonio culturale è la falsificazione. Anche qui bisognerebbe intervenire con inasprimenti di pena e impedire la circolazione di opere false. Nel mio piccolo, nel momento in cui devo restituire un’opera, cerco sempre di evidenziare che trattasi di falso, secondo le procedure previste dal Codice dei Beni Culturali. Permetto cioè la circolazione anche dell’opera falsa, ma come tale, evitando che possa indurre in errore la buona fede altrui. La conoscenza delle tecniche di falsificazione è un altro degli aspetti rilevanti nel nostro lavoro. Solo così possiamo intervenire efficacemente per eliminare dal mercato l’opera falsa. In questo campo ci avvaliamo della competenza scientifica dei Ris, il reparto di investigazioni scientifiche dei carabinieri, che di solito si occupano di tutt’altro. La multidisciplinarietà è un fattore di grande arricchimento nell’attività investigativa per il recupero delle opere d’arte e dei reperti archeologici. Dobbiamo essere sempre all’avanguardia, affinare le conoscenze, perché solo così ci mettiamo nelle condizioni di svolgere al meglio il nostro mestiere. D’altronde non possiamo credere che i nostri indagati siano degli sprovveduti. Basti pensare ai miliziani dell’Isis, che hanno distrutto e saccheggiato il patrimonio artistico e archeologico tra Africa e Medio Oriente. Il fatto che abbiano messo in circolazione le opere d’arte trafugate dà la misura di quanto esse siano diventate un importante mezzo di finanziamento del terrorismo internazionale. Quindi è sempre più importante dotarsi di una legislazione adeguata.

Lo scorso ottobre è stata approvata dalla Camera una proposta di legge, a firma dei deputati del Pd Dario Franceschini e Andrea Orlando, che ha l’obiettivo di intervenire proprio sui reati contro il patrimonio culturale. Ora si attende il via libera da parte del Senato, ma mi vuole dare intanto una sua prima, seppur parziale, impressione?
Noi addetti ai lavori ne auspichiamo la definitiva approvazione. Cogliere la specificità del bene culturale fatto oggetto di atti predatori, come furto, appropriazione indebita o ricettazione, innalzando le pene significa, come le dicevo, assicurare maggiore tutela, consentendo di approntare tecniche investigative adeguate al valore da proteggere ed efficaci contro gli spregiudicati delinquenti del settore, contro i quali si è sempre combattuto ma purtroppo con armi spuntate: oltre alla lievità delle pene e all’impossibilità di richiedere intercettazioni, vengono in rilievo il breve termine di prescrizione dei reati e l’impossibilità di richiedere misure cautelari. Sicuramente efficaci, dunque, sono la prevista nuova formulazione del delitto di illecita esportazione di beni culturali e la previsione di un apposito delitto di associazione organizzata per l’esercizio del traffico illecito di beni culturali, come pure ritengo opportuno il previsto inasprimento delle pene per il delitto di contraffazione di opere d’arte.

Laura Sudiro, edizione online, 1 aprile 2019


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