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Mostre

«The Coming World» al Garage di Mosca

È una delle maggiori esposizioni di sempre sul tema della crisi ambientale

Hayden Fowler, neozelandese di nascita (nella foto, durante la sua performance «Together Again», nel 2017 a Sydney Contemporary), trascorrerà 10 giorni durante la mostra al Garage in una gabbia con una volpe e utilizzerà la realtà virtuale per riportarla alla vita selvatica, almeno digitalmente. Foto di Joy Lai

Mosca. «Così come la natura non viene più intesa come una sfera pura e separata dall’attività umana, l’autonomia dell’arte è ancor più indifendibile se messa a confronto con la catastrofe ecologica». Parole di T.J. Demos, fondatore del Center for Creative Ecology di Santa Cruz e autore di Art After Nature (2012). In un’epoca infestata dallo spettro del disastro ambientale, qual è il ruolo dell’arte? E in che modo gli artisti possono contribuire a destare le coscienze di un’umanità il cui ecosistema naturale è sul punto del tracollo biologico?

A tali quesiti vuole rispondere «The Coming World: Ecology as the New Politics 2030-2100», ambiziosa mostra collettiva organizzata dal Garage di Mosca (dal 28 giugno all’1 dicembre) e curata da Snejana Krasteva ed Ekaterina Lazareva. 2030 e 2100, due date simboliche nella cronologia dell’Antropocene: la prima corrisponde all’anno in cui le risorse di petrolio verranno esaurite, a detta dell’ambientalista e biologo statunitense Paul R. Ehrlich; la seconda, invece, denota l’anno in cui l’uomo, secondo le previsioni azzardate da Arthur C. Clarke negli anni Sessanta, sarà in grado di espandersi verso altri sistemi solari.

Tenendo a mente questi due riferimenti temporali, il progetto espositivo volge lo sguardo a un imminente futuro, concentrando l’attenzione sul trauma ecologico collettivo e suggerendo ipotetici spunti per una sua risoluzione. Cinquanta gli artisti in mostra, i cui lavori occupano l’intera superficie del museo: tra questi John Akomfrah (uno degli artisti del Padiglione del Ghana alla Biennale di Venezia), autore dell’epica videoinstallazione a sei canali «Purple» che, mediante l’uso di filmati d’archivio e nuove riprese, affronta il tema del riscaldamento globale e i suoi effetti sul pianeta; e Allan Sekula, che con le fotografie «Black Tide/Marea Negra» documenta le conseguenze dell’affondamento della petroliera «Prestige» nel 2002 al largo delle coste della Galizia.

Fra gli altri, Doug Aitken, Laure Prouvost, Jon Rafman, Tomás Saraceno e Maurizio Cattelan. Rivelando un concreto impegno ecologico da parte degli organizzatori, lo stesso allestimento della mostra risponde a principi eco: oltre al riciclo di strutture e materiali espositivi di progetti precedenti, molti dei lavori verranno ricostruiti in situ secondo le istruzioni degli artisti (tra questi, Kim Abeles, Martha Rosler e Tita Salina), evitando spedizioni intercontinentali e riducendo così le emissioni di gas e l’effeto serra. Allo scopo di evitare materiali cartacei, il team del museo ha anche deciso di produrre un catalogo elettronico, insieme ad audioguide digitali della mostra.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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