«Stazioni Meteorologiche» artistiche in 28 Paesi

La rete meteorologica mondiale, pur con un rigore scientifico variabile, mira a far dialogare «mondi meteorologici diversi» e a raccogliere dati diffusi sul cambiamento climatico

Le isole Filippine, Tropical Climate Forensics. Courtesy MCAD
Elena Goukassian |

La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di giugno di togliere potere all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente è un passo che, purtroppo, potrebbe avere ripercussioni sul resto del mondo molto più che sugli Stati Uniti, soprattutto ora che le emissioni di anidride carbonica del secondo inquinatore del mondo saranno molto più difficili da regolamentare. Ma può essere difficile comprendere la portata del problema del cambiamento climatico, soprattutto per coloro che non ne sono testimoni nell’immediato.

La citazione di dati scientifici è un approccio che apre gli occhi; altrettanto potenti (e utili) sono le storie di individui di tutto il mondo che ne sono personalmente colpiti. Con questa seconda strategia in mente, il mese scorso è stata lanciata la World Weather Network, un’alleanza di artisti e scrittori che hanno creato «stazioni meteorologiche» (in senso lato) in 28 Paesi diversi, molti dei quali stanno già assistendo all’innalzamento del livello del mare, al cambiamento delle stagioni e all’aggravarsi dei disastri naturali a causa dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo.
«Gidree Bawlee», Bangladesh, 2022. Courtesy Dhaka Art Summit
In Bangladesh, in vista del Dhaka Art Summit del febbraio 2023, l’artista Kamruzzaman Shadhin ha lavorato con un gruppo di bambini per aiutarli a creare un video di marionette sulla stagione dei monsoni. Il copione, scritto dai giovani interpreti dello spettacolo, racconta la storia di un contadino che fa di tutto per ottenere le piogge per far crescere le sue piante di riso, come ad esempio celebrare un matrimonio con le rane (una vera e propria usanza locale utilizzata in tempi di estrema siccità).

Ma la pioggia arriva più forte del previsto, costringendo le formiche ad arrampicarsi sugli alberi, e persino il pupazzo della pianta di riso dice di sentirsi annegare. Bonna, una figura che simboleggia l’inondazione, è un nome popolare in bengalese che significa letteralmente «inondazione», non mostra alcun rimorso per tutta l’acqua extra che ha portato. Eppure la pianta di riso sopraffatta dalle acque e in punto di morte dice: «Abbiamo bisogno di te più di quanto sappiamo. Bonna, torna ancora».

«I ragazzi stanno lavorando anche a un film più lungo», dice Diana Campbell, curatrice capo del Dhaka Art Summit. Le loro famiglie hanno intrapreso una migrazione climatica verso nord. Nella parte meridionale del Bangladesh, le inondazioni quasi costanti hanno spazzato via i raccolti e portato l’acqua salata verso l’interno, distruggendo colture e mezzi di sussistenza. Ma il clima estremo ha invaso anche il resto del Paese, come dimostrano il progetto video e le devastanti inondazioni del mese scorso nel Nord-est.

«Il Bangladesh è una cartina di tornasole del cambiamento climatico», afferma Campbell, aggiungendo che i bangladesi ne sentono gli effetti ogni giorno. Per Campbell il progetto dei bambini (e in generale il prossimo Dhaka Art Summit, che condivide il tema Bonna/alluvione e che Campbell descrive come una «enorme stazione meteorologica») è un mezzo per «umanizzare il cambiamento climatico. Non è un concetto astratto». L’autrice osserva che le inondazioni fanno parte da tempo della vita di quel Paese, «l’architettura tradizionale del Bangladesh è costruita per le inondazioni», con edifici dotati di palafitte o addirittura fatti per galleggiare quando l’acqua sale ma le piogge sono diventate molto più estreme. «Un tempo il Bangladesh aveva sei stagioni, ora ne ha forse quattro».

Dall’altra parte del mondo, sull’isola di Fogo al largo di Terranova, in Canada, sta prendendo forma una stazione meteorologica più convenzionale. In collaborazione con Fogo Island Arts, l’artista Liam Gillick ha progettato un modello in scala due terzi di una capanna da pesca tradizionale che scienziati locali, artisti e altri sono invitati a utilizzare per i loro progetti di ricerca meteorologica nei prossimi anni.

A Variability Quantifier continua la serie di progetti di Gillick legati al clima su un’isola con una profonda cultura della pesca in una parte del mondo spesso definita «vicolo degli iceberg», vicino al luogo in cui affondò il Titanic nel 1912.

«Sono interessato all’architettura vernacolare dell’isola, alle diverse comunità e alle loro storie», dice Gillick. «Sull’isola non c’è una stazione meteorologica ufficiale, ma gli abitanti sono pescatori che hanno una conoscenza intuitiva. Seguono costantemente ciò che accade».
Fogo Island in Canada. Courtesy Fogo Island Arts
Ricorda di aver visto il diario di una residente locale in cui descrive la sua vita e le sue relazioni (come ogni diario), con una sezione dedicata a un bollettino meteorologico personalizzato. Proprio come in Bangladesh, il tempo sull’Isola di Fogo è profondamente importante per la cultura locale e per la vita quotidiana delle persone.

Per la sua capanna, Gillick ha assunto dei pescatori dell’isola di Fogo affinché questi la costruiscano con legno di provenienza locale, «tra una pesca di aragoste e l’altra». La vede come «un’attrezzatura su cui fissare gli oggetti e un luogo di sperimentazione», una stazione meteorologica che sia scientificamente utile e che rappresenti «l’estetica della misurazione del tempo». Spera che diventi un luogo di ritrovo per la comunità. (Fogo Island Arts si occupa di organizzare eventi e visite ufficiali, ma Gillick incoraggia anche visite informali).

«Molte immagini sul cambiamento climatico sono un cliché», dice Gillick, aggiungendo di essere particolarmente interessato alla storia della matematica che sta alla base della ricerca sul clima, a come e perché le cose vengono misurate così come sono, e a come le diverse tradizioni culturali di rilevamento del tempo possono contribuire alla nostra comprensione del fenomeno.

«Il mio progetto è un approccio realista e naturalista, qualcosa di concreto che può essere misurato, più che una sensazione» (il progetto di Gillick è stato acquisito dalla National Gallery of Canada e rimarrà in mostra fino all’ottobre 2026 grazie al programma National Outreach della galleria, che mantiene le opere d’arte in esposizione in tutto il Paese).

I progetti del Bangladesh e dell’Isola di Fogo sono solo due delle decine che si svolgeranno nel corso del prossimo anno nell’ambito della Rete meteorologica mondiale.

Tra gli altri, le osservazioni di Hiroshi Sugimoto sull’atmosfera del suo Osservatorio di Enoura a Odawara, in Giappone; l’esplorazione di Joana Escoval dei licheni come «reporter meteorologici» a Grasse, in Francia; il monitoraggio di Xiaoxiao Zhao delle formazioni nuvolose su Qinhuangdao, in Cina; la «stazione meteorologica concettuale» di Yinka Shonibare a Ijebu-Ode, in Nigeria, e l’abbinamento di descrizioni aneddotiche del tempo con dati meteorologici raccolti scientificamente dal Sophia Point Rainforest Research Centre lungo il fiume Essequibo in Guyana.
Enoura Observatory in Japana. Courtesy Enoura Observatory
Sebbene questi progetti siano pensati per le rispettive comunità locali, il sito web della Rete meteorologica mondiale sarà aggiornato nel corso dell’anno con foto e video degli eventi, dati meteorologici raccolti e aggiornamenti generali su ciascuno di essi.

Questa visione a volo d’uccello di tutti i vari progetti è qualcosa che il direttore associato di Artangel, James Lingwood, definisce «prendere diversi mondi meteorologici e metterli insieme».

Sebbene Lingwood sottolinei che il World Weather Network ha una «struttura rizomatica decentralizzata», sia Campbell sia Gillick hanno citato Artangel come la forza trainante.

Da parte sua, Artangel ha organizzato due progetti a Londra: il «dizionario» di parole meteorologiche in diverse lingue della scrittrice Jessica J. Lee e i bollettini meteo stagionali di Abi Palmer in collaborazione con i suoi due gatti.

«Ogni organizzazione è responsabile del proprio progetto, degli eventi e di ciò che accade nella rete. È un grande viaggio di scoperta per tutti noi», dice Lingwood, che definisce l’impegno di un anno come un «invito a guardare e imparare, e poi, si spera, ad agire».

Traduzione Mariaelena Floriani

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