È solo lui Harry’s, quello vero, l’originale

Arrigo Cipriani racconta il bar più famoso del mondo che vanta 27 «repliche». Prossimamente anche in Palazzo Franchetti

Michela Moro |

Jack Lemmon, incontrato a Napoli sul set del film «Maccheroni», diretto da Ettore Scola, coprotagonista Marcello Mastroianni, invece di incentrare l’intervista sul film e la città partenopea come previsto, raccontò a chi scrive con grande enfasi di Venezia, e in particolare della serata di Capodanno trascorsa con suo padre all’Harry’s Bar. Fu per Lemmon l’ultimo capodanno col genitore poi scomparso e i ricordi di quella serata nel locale, già prenotato dall’America, lo emozionarono talmente che lacrime copiose iniziarono a scorrergli sulle guance. E non recitava.

Questo è l’Harry’s Bar, il locale di cui tutti, proprio tutti, ambiscono a essere clienti. Il mix di glamour e intimità mantenuto intatto nel tempo, la contiguità con artisti di ogni disciplina, scrittori e star della vita e del cinema rendono l’Harry’s Bar celeberrimo senza ulteriori commenti. Arrigo Cipriani «è» l’Harry’s Bar, fondato dal padre nel 1931, un anno prima della sua nascita avvenuta nel 1932, e pur essendone memoria storica, è anche di una discrezione assoluta.

Ottantotto anni ed essere il più famoso ristoratore del mondo. Quali sono le sue memorie più lontane e vicine legate alla presenza di artisti, curatori, presidenti di Biennali nel suo locale? Vizi e virtù di alcuni di loro?
La settimana che precede e quella che segue l’inaugurazione della Biennale d’Arte è probabilmente il momento più splendido per Venezia e per l’Harry’s Bar. Credo che ciò non dipenda molto dalla bravura degli artisti o dalla loro arte. È però sempre un segno che in quel momento a Venezia c’è un’improvvisa ventata di spiritualità. Gli artisti ottimi o mediocri sono abituati a guardare e a vedere il mondo con il filtro dell’anima. Sono il vero specchio della verità del vissuto con le sue ripercussioni.

Qualche volta sento il commento di qualche visitatore che non capisce. Dice senza pensare: «Questa Biennale è brutta oppure è bella». Rispondo che la Biennale non va vista così, ma come uno specchio puntuale di come stanno andando le cose. Nel mondo appunto. E proprio per questo è un evento straordinario. L’arte puntualizza gli aggettivi. Quelli che adornano le parole e spesso vengono usati solo come vuota sensazione. L’arte non ha vizi. E neppure virtù. Non fanno parte dell’arte.


È cambiato il suo modo di vedere i clienti nel tempo?

Nel senso che a 90 anni sono diventato miope? Ho sempre dieci decimi di vista! Mi sta chiedendo se il mondo è cambiato? Dipende da che cosa vogliamo sapere pesandolo. Da che cosa mettiamo sulla bilancia. Direi che i social hanno fatto aumentare, nella bilancia del giudizio, la tara della stupidità.

È cambiato il modo di comportarsi dei suoi clienti nel tempo?

I nostri clienti hanno qualche cosa di speciale: la motivazione. Un oggetto misterioso che muove le cose del mondo. Se sono clienti non è cambiato nulla.

È cambiata l’attitudine degli artisti nei confronti del locale nel tempo?

La motivazione degli artisti viene spontanea, perché la motivazione è un valore intangibile.

Chi sono i clienti più esigenti? Chi fa, o faceva, più capricci?

I più esigenti sono sempre stati gli aristocratici e uso questo vocabolo intendendo chi ha l’abitudine alla raffinatezza. Certamente sono stati i miei maestri da sempre. Quelli che ti convincono che stai sbagliando e te lo fanno capire con una semplice frase o un gesto. Quelli che nella domanda chiama capricci, se vengono da loro, hanno sempre una motivazione di verità nascosta.

Quali sono stati i veri habitué?

Metterei in prima fila gli scrittori, e i poeti della vita che coltivano l’umorismo della leggerezza. L’architetto Carlo Aymonino, che ha trascorso nel mio locale anni memorabili, era uno di loro. Mi piacerebbe diventarlo anch’io prima di finire la mia carriera.

Jack Lemmon scoppiò in lacrime ricordando di essere stato da lei con il proprio padre, ormai scomparso… Se li ricorda?

Jack Lemmon con suo padre passò da noi la notte di Capodanno. Aveva quella rara comicità congenita che riesce a commuovere anche chi ce l’ha, perché si arricchisce di emozioni forti. Era un comico intenso, riusciva a interpretare la comicità perché era dentro di lui con tutte le sue sfaccettature d’intensi coinvolgimenti.

Ha preferenze riguardo all’arte? Compra arte?  Colleziona arte o fotografia?

Seguo ciò che mi emoziona. Mark Rothko per esempio. Non sono un collezionista e non potrei mai permettermi l’acquisto di un Rothko.

Ha mai appeso opere d’arte nei suoi locali, ormai 27 in giro per il mondo?

L’arte non è il motivo per il quale i miei clienti scelgono di venire a trovarci. Non imporre nulla ai clienti è una scelta obbligata e si estende a mille piccoli particolari che escludono, ad esempio, quadri importanti e anche la musica. Ciò che è appeso ai muri ha solo una funzione ornamentale.

Venezia, i veneziani, Harry’s Bar allora e oggi. È cambiato qualcosa? La pandemia ha cambiato Harry’s Bar, al di là delle chiusure e della sua partecipazione?

La visione di Venezia deserta ne trasmetteva l’anima che l’ha costruita. All’Harry’s Bar, durante le chiusure, ci siamo accorti tutti che mancava. Anche i clienti, suppongo.

Quest’anno è la volta dell’architettura. Lei segue le biennali, le visita? E il cinema?

Il primo mese dopo l’apertura scelgo il percorso delle mie visite, ascoltando le impressioni dei clienti. Di architettura ricordo con emozione una Biennale il cui tema era la storia del Paese espositore. Il Giappone la presentava con un padiglione completamente distrutto da un terremoto. Una grande emozione. Credo vinse il premio.

Presto aprirà uno spazio all’interno di Palazzo Franchetti. Come sarà strutturato il posto? E che rapporto ha con l’arte? Avrà un sapore simile ai suoi 24 locali sparpagliati per il mondo?

Da molto tempo desideravo a Venezia uno spazio esclusivo per poter servire eventi. Un luogo storico simile ai meravigliosi quattro che già abbiamo a New York. A Palazzo Franchetti sul Canal Grande, accanto al Ponte dell’Accademia, ci è stato offerto l’uso di tutto il piano terra, che comprende una sala straordinaria circondata da un altrettanto raro giardino. Ciò che mi ha spinto ad accettare con entusiasmo sono stati, oltre allo splendore del luogo, anche l’eccellenza del padrone di casa, che è l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, l’istituzione culturale che rappresenta Venezia in tutta la sua vera essenza.

Sarà uno spazio aperto al desiderio di poter celebrare in una Venezia essenziale avvenimenti importanti della vita e culturali. Quando otterremo la licenza ci sarà anche un ristorante leggero nel cuore della città. Un altro modo di allargare la nostra voglia di servire. Stiamo arrivando anche a casa dei clienti con i prodotti che una comitiva di nostri giovanissimi collaboratori sta realizzando nelle terre della vicina campagna veneta e dell’isola di Torcello.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Michela Moro
Altri articoli in PERSONE