«Seeing the invisible» nei giardini botanici dall’Australia a Israele

Tredici artisti internazionali, dodici giardini botanici di sei nazioni diverse, un’app: gli spettatori sono invitati a sperimentare come la propria presenza fisica influenza le opere in mostra

«Anamazon Limb» (2021) di Pamela Rosenkranz, Jerusalem Botanical Gardens «Gilded Cage» (2021) di Ai Weiwei, Jerusalem Botanical Gardens «Salt Stalagmite» di Sigalit Landau, Jerusalem Botanical Gardens «AG + BA» (2014-2021) di El Anatsui, Royal Botanic Gardens Victoria Melbourne
Graziella Melania Geraci |

Ha aperto simultaneamente in 12 giardini botanici di 6 Nazioni diverse la mostra «Seeing the invisible», l’evento che vede 13 artisti internazionali esporre opere in realtà aumentata esplorando temi legati all’ambiente e alla sostenibilità ed esaminando i confini e le connessioni tra arte, tecnologia e natura.

La mostra organizzata dai Jerusalem Botanical Gardens in collaborazione con Outset Contemporary Art Fund, con il sostegno della Jerusalem Foundation, viene vissuta come un’esperienza unica grazie ai differenti contesti botanici in cui sono collocate le opere digitali e l’interazione attraverso un’app scaricabile su smartphone e tablet dal sito dell’organizzazione che permette non solo di entrare nelle opere ma anche di farsi ritrarre con esse.

Gli spettatori sono invitati a esplorare i giardini botanici, visitarli fisicamente, localizzare le opere d’arte, che non possono essere vissute online, e sperimentare il modo in cui la propria presenza fisica influenza l’opera e ne cambia il corso, indagando ulteriormente le interrelazioni tra l’oggetto d’arte e il sé. I curatori Hadas Maor e Tal Michael Haring hanno selezionato opere già esistenti e ne hanno commissionate di nuove agli artisti partecipanti alcuni dei quali sperimentavano per la prima volta la realtà aumentata.

È il caso delle installazioni del 2014 di El Anatsui (Ghana), realizzate solitamente con migliaia di tappi di alluminio delle bottiglie e trasformati in enormi oggetti preziosi e luccicanti, opere che tradotte in realtà aumentata appaiono sospese e agitate da una leggera brezza, la stessa che muove le foglie dei giardini che le ospitano. Anche la «Gilded Cage», la grande gabbia dorata di Ai Weiwei (Cina), opera del 2017 e mai vista prima in versione digitale, invita all’interazione, alla scoperta delle celle e dei tornelli, all’osservazione dei giardini dal suo interno, attraverso le sue sbarre dorate, come farebbe un uccello catturato o un uomo imprigionato.

La gigantesca opera «Directions (Zero)» di Mohammed Kazem (Emirati Arabi) è un progetto di arte pubblica mai realizzato su cui sono inscritte delle coordinate geografiche, che rappresentano tutti i Paesi del mondo, uniti in una struttura che rimanda a unico simbolo, lo zero. Con l’avanzare della giornata, la luce, le ombre e i riflessi sulla struttura digitale cambiano, rafforzando ulteriormente la connessione tra l’opera e l’ambiente naturale circostante. Sviluppata su un precedente lavoro commissionato dal Victoria & Albert Museum nel 2006, l’opera di Ori Gersht (Israele/Uk), evoca una natura morta olandese del XVII secolo attraverso una creazione digitale iperrealistica, un bouquet di fiori lussureggiante che esplode in mille frammenti all’avvicinarsi dei visitatori. Il ronzio insopportabile che accompagna la visione integra si trasforma dopo la deflagrazione in voci che discutono sul significato del dipinto e sulla caducità della realtà.

Sulla transizione tra artificiale e naturale è l’opera di Pamela Rosenkranz (Svizzera), un ramo verde che sembra pulsare sangue attraverso i suoi capillari mentre l’algoritmo dell’intelligenza artificiale creata da Refik Anadol (Turchia) utilizza i dati delle immagini grezze della natura trasformandoli in un flusso di coscienza. Il lavoro si basa su immagini della natura, ma offre una realtà alternativa che spinge il pubblico a interrogarsi su un mondo futuro in cui la natura non esiste più e la tecnologia diventa l’unico modo per ricordare.

Presenti anche le opere di Sigalit Landau (Israele), Daito Manabe (Giappone), Sarah Meyohas (Usa), Mel O’Callaghan (Australia), Timur Si-Qin (USA), Jakob Kudsk Steensen (Danimarca).

Le sedi che ospitano «Seeing the invisible» fino ad agosto 2022 sono: Royal Botanic Gardens Victoria Cranbourne e Royal Botanic Gardens Victoria Melbourne (Australia), Jerusalem Botanical Gardens (Israele), Kirstenbosch Botanical Garden (Sud Africa), Eden Project e Royal Botanic Garden Edinburgh (Uk), Tucson Botanical Gardens, San Diego Botanic Garden, Denver Botanic Gardens, Marie Selby Gardens ed Elm Bank Garden Massachusetts Horticultural Society (Usa).

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