«Perfect Behaviors» in armonia con le macchine e il mondo

Alle Ogr di Torino gli artisti in mostra ci indicano quali controlli adottare per rendere l’asservimento dell’uomo alle tecnologie il più possibile compatibile con la vita e con la sopravvivenza del pianeta

Una veduta della mostra «Perfect Behaviors» alle Ogr di Torino: in primo piano «Sociality» (2018), il «claustrofobico corridoio tappezzato di brevetti» di Paolo Cirio, e, sullo sfondo, «Tribes» (2019) di Universal Everything. Foto Andrea Rossetti for Ogr Torino
Domenico Quaranta |

«L’anima stessa dell’uomo è dovuta alla macchina, è un prodotto della macchina; perché l’uomo pensa come pensa, prova le sensazioni che prova per l’influsso e l’azione delle macchine su di lui, e la loro esistenza è la condizione sine qua non della sua, come la sua della loro», scrive il filosofo che ispira alla popolazione di Erewhon, l’ambigua utopia immaginata da Samuel Butler nel libro omonimo (1872), la sistematica distruzione delle macchine costruite nel suo Paese negli ultimi 300 anni. Scritto all’epoca della macchina a vapore, Erewhon (anagramma di Nowhere) dovrebbe stare oggi sulla scrivania di chiunque si occupi di intelligenza artificiale, per il modo geniale in cui dimostra l’inconsistenza di molte delle questioni in cui è impantanato il dibattito odierno.

In particolare Butler oppone all’idea mcluhaniana delle macchine come «membra extra corporali» l’intuizione che è piuttosto l’uomo a svolgere i ruoli subalterni di cuoco, impollinatore, ostetrico, educatore per un apparato macchinico che ci ha ridotti a meri ingranaggi della sua inarrestabile evoluzione: non perché sia intelligente o cosciente, ma perché sfrutta la nostra intelligenza e la pulsione a migliorare le nostre condizioni come energia e motore della propria evoluzione.

Penso a Erewhon mentre passeggio per le Ogr, un tempio della macchina a vapore riconvertito a incubatore creativo di macchine intelligenti e luogo di riflessione critica sulle stesse, in una contraddizione solo apparente che si riverbera anche nel concept della mostra «Perfect Behaviors», che insieme condanna e incarna il determinismo tecnologico («La vita ridisegnata dall’algoritmo», recita il sottotitolo).

Se già Butler credeva che, per fermare un processo che ci avrebbe irrimediabilmente asservito alle macchine, non era sufficiente interromperlo, ma era necessario fare un passo indietro (un regresso possibile, anche allora, solo «Nowhere»); oggi, 150 anni dopo, la questione non è tanto se, e quando, questo asservimento avverrà (è già avvenuto), ma che cosa dobbiamo fare per renderlo il più possibile compatibile con la vita, nostra e del pianeta.

In fondo, è questo che fanno gli artisti in mostra: arricchire una relazione che chi progetta le macchine in nome dell’innovazione, del progresso e dell’accumulazione configura in maniera pericolosamente semplicistica; restituire all’uomo un ruolo che non è solo quello di risorsa da estrarre, modello da emulare, ingranaggio invisibile di un sistema volto a mantenere il mito dell’automazione, costruttore di macchine utili e funzionali, ma anche quello di critico, sabotatore, costruttore di macchine celibi e disfunzionali.

Così, «Autonomous Trap 001» (2017) di James Bridle ammicca a un futuro non troppo remoto, in cui la resistenza all’imperversare di automobili a guida autonoma è condotta da ingegnosi trickster che ne conoscono perfettamente il funzionamento, ma fanno ricorso a mezzi pretecnologici per ingannarle e confonderle. Il cerchio di sale che intrappola la smart car sul Monte Parnaso, sede delle Muse, dandole informazioni discordanti sembra indicare nel mito, nella magia e nel linguaggio poetico la via maestra per un futuro possibile.

Con «Sociality» (2018), Paolo Cirio offre invece un ritratto amarissimo del presente, raccontando di migliaia di compagnie intente a realizzare software concepiti per condizionare i nostri comportamenti sociali e le nostre relazioni interpersonali, e per estrarre valore dai nostri dati. Dopo aver scaricato da Google Patents più di 20mila brevetti registrati tra 1998 e 2018, Cirio li ha convertiti in una forma comprensibile per ripubblicarli su una piattaforma web dedicata, invitando il pubblico a esercitare attivamente il proprio diritto di controllo sociale e denuncia.

La trasparenza si oppone all’opacità con cui tecnologie problematiche vengono implementate nei nostri dispositivi al di fuori di ogni controllo e regolamentazione; la resistenza alle tecnologie del controllo non può che dipendere dalla presa di coscienza e dall’esercizio attivo del proprio ruolo politico.

Cirio combina strategie hacker di appropriazione di vasti archivi di dati mantenuti volutamente sotto il livello del visibile con tattiche di ostentazione mutuate dall’arte pubblica, costruendo per la mostra un claustrofobico corridoio tappezzato di brevetti. Nell’economia dell’allestimento, il corridoio collega visivamente la video proiezione di «Tribes» (2019) del collettivo Universal Everything, con l’installazione «The Bots» (2020), di Eva e Franco Mattes. «Tribes» apre la mostra con l’inquietante visualizzazione, in prospettiva aerea, di una socialità tradotta in modelli predittivi e software di gestione dei flussi. Il soggetto politico cosciente di Cirio diventa qui un puntino in una massa consenziente e beota, controllata e controllabile.

«The Bots» si basa invece su una serie di interviste condotte con i moderatori di contenuti di internet: persone assunte da intermediari delle grandi compagnie di social media per valutare e censurare contenuti problematici sulla base di precise linee guida. Vincolati all’anonimato e all’invisibilità da accordi rigidissimi, i moderatori sono esposti per ore a contenuti estremi, esercitando dai loro cubicoli un controllo che viene, nell’immaginario comune, attribuito all’algoritmo (da cui il titolo del lavoro).

Nei video, installati sul retro di convenzionali scrivanie da ufficio ribaltate, le interviste sono recitate da attori apparentemente impegnati in un make-up tutorial: uno stratagemma comune per veicolare contenuti politicamente sensibili sui social media, qui usato anche per restituire pienezza all’umanità dei bot, privilegiando identità queer e connotazioni razziali eterogenee.

Un vero bot è invece il cervo di Brent Watanabe, eroe di «San Andreas Streaming Deer Cam» (2015-16): una sorta di animal cinema che ha visto il cervo scorrazzare per mesi, in diretta web, per le strade di San Andreas, la città che fa da sfondo a «Grand Theft Auto V» (un videogioco, Ndr), e interagire spesso violentemente con giocatori e altri bot. Il cervo infesta con la sua presenza e il suo sguardo non umano uno spazio virtuale fotorealistico, portandone alla luce in maniera inedita caratteristiche e limiti.

Chiude la mostra «Toy Prototype» (2021) di Goumhyung Jeong, in cui i robot antropomorfi usati dall’artista coreana nelle sue performance giacciono inattivi su un piano orizzontale simile a un tavolo operatorio. Mescolando parti anatomiche con dispositivi ed elementi robotici a vista, i robot di Jeong offrono della macchina un’immagine insieme minacciosa e vulnerabile, mostrando come il suo destino sia ancora vincolato a quello dell’uomo, ai suoi servizi e alle sue cure.

Un tema che ritorna in «Distrust Everything», ultimo live set di Lorem: un’allucinazione audiovisiva prodotta con reti neurali generative istruite su 21 anni di trascrizioni dei sogni del ricercatore Mirek «Amendant» Hardiker. Le macchine possono «sognare», ma solo dopo essersi nutrite dei nostri sogni.

«Perfect Behaviors. La vita ridisegnata dall’algoritmo», a cura di Giorgio Olivero, Torino, Ogr, 29 marzo-25 giugno 2023

L’autore è critico, curatore e docente all’Accademia di Belle Arti di Brera

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Domenico Quaranta