«Pas de deux» | Le tette

Strumenti umani come mani, piedi, occhi, peni e passere, dipinti dagli artisti e raccontati da Stefano (Causa) e Arabella (Cifani)

«La caccia di Diana» (1616) di Domenichino. Roma, Galleria Borghese
Stefano Causa, Arabella Cifani |

Seno o tette?
Tanto per cominciare: parrebbero all’incirca la stessa cosa. Ma è nell’estensione da fornire all’avverbio che si misura la differenza tra un seno da accarezzare con lo sguardo, sbirciare nella scollatura o sotto la maglia e che sta, come si diceva ai tempi dei dinosauri, dentro una coppa di champagne (vedi alla voce «Venere» del Botticelli); e la tetta che esplode smargiassa, liberatoria, costringendo il Pozzetto di «Sono fotogenico» del 1980 dinanzi al davanzale della Fenech (uno dei doni della civiltà algerina francese al popolo degli anni ’70) a sbottare: «eh la Madonna!».

Seno è quello che, nel 1941, concede Clara Calamai. Un seno stilizzato, liberty, non protervo. Seni senza esagerare e con il capezzolo che fa ciao. Seni di regime. Vuoi mettere con la sventagliata di freschezza che arriva quando Sophia diciottenne, nel 1951, l’anno della mostra del Caravaggio di Milano, sfodera l’unico contraltare possibile al neorealismo montante, per il resto alquanto mesto, degli accattoni e degli sciuscià di Pasolini, Caracciolo e Vincenzo Gemito (Longhi conosceva Mina ma aveva presente anche la Loren). Fosse vivo, avremmo chiesto a Giorgio Gaber un codicillo alla sua partita doppia di quasi trent’anni fa: il seno è di sinistra, la tetta di destra. O il contrario? O, se si vuole: il seno si ammira mentre la tetta è, come si dice a Napoli, da maniare.

Altro che le supertette delle attrici di Russ Meyer che, come le pubblicità lo sono state per il futurismo, altro non sono che la continuazione delle poetiche pop con altri mezzi. Dalle poppe alla pop non c’è che un passo specie quando si guardino i nudi di Wesselmann o di Mel Ramos, dove Modigliani si mescola al calendario di «Playboy». Ma qui, dinanzi a Sophia, era proprio tutto oro quello che luccica («Comme facette mammeta», avrebbe cantato Tito Schipa qualche anno dopo). Che zizze, diremmo.

Certo, a noi italiani, le grazie di Sophia diciottenne le bandirono (per timore che diventassimo ciechi?), mentre in Francia no; e poi ti chiedi come mai abbiano avuto Truffaut mentre noi finissimo, insieme a Mastroianni, all’ombra dei confessionali di «Otto e mezzo». Pure Fellini era uomo di tette. Ricordate? C’è stato un momento in cui il seno è diventato tetta. L’Antonomasia della Tetta. La supertetta. The big tit. L’upgrade che aspettavamo. «Amarcord». 1973. Tra un anno compie mezzo secolo l’unico film italiano che abbiamo visto almeno quindici volte. Mi ricordo.
«Maternità» (1916) di Gino Severini
Titta in fregola che entra nell’emporio in cerca di sigarette (una nazionale) trovandosi catapultato nel primo assalto all’arma bianca della vita. In quelle tette spaziali, dove si sono date convegno le smanie e le velleità dell’Italia fascista, la tabaccaia gli fa affondare la faccia. Rivedetelo sul tubo se, sciaguratamente, non abbiate voglia di regalarvi il film intero. Soffia! comanda e lui fa quel che può. Soffia, s’ingegna, s’incarta, soffoca. Fino ad ammalarsi. Poco male se suoni cacofonico che tra quelle tette sia morto e risorto un attore eccellente come Bruno Zanin, allora al suo esordio.

Titta tette è il più azzeccato scioglilingua, l’ultimo prima che il cinema italiano, dopo qualche sussulto, finisse per disperso tra le tette di Maria Antonietta Beluzzi, allora quarantenne. La tabaccaia che tira fuori quel po’ po’ di mercanzia dinanzi al profilo di Dante (che ci avrebbe apposto il nasone) ha formato generazioni di adolescenti infoiati che di quella scena arricchirono i palinsesti del proprio vizio solitario fino a far piangere san Luigi.

Onanismi a parte, direbbe un amico versato nella sintesi: il seno è amore, la tetta è sesso (altro assioma scemissimo ma di efficacia estiva e per il quale verrebbe fucilato sul posto da quanti, e soprattutto quante, giurano, in buona e malafede, si tratti dello stesso campo da gioco o, almeno, di terreni confinanti, auspicabilmente interferenti). Fino a quel momento il gioco tra seno e tette si era polarizzato tra le opposte concezioni della Vergine umanissima che allatta come ogni madre e di quello della madre che, nel gesto di allattare, diventa Vergine. Come a dire la Maestà di Giotto che finisce, andata e ritorno, nella «Maternità» di Gino Severini di Cortona.
«Madonna con il Bambino circondati da angeli» (1452-1458) di Jean Fouquet. Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Facile l’obiezione. Sono chiacchiere da spiaggia dalle ricadute rischiose non fosse altro perché, in un consesso misto e non nel codice cameratesco di uno spogliatoio di palestra, il seno più bello è quello delle signore presenti (che, subito, avranno fatto un tacito confronto con tutti gli altri). Quando con gli amici del «Giornale dell’Arte» ci accordammo sui seni e altre cose leggere e vaganti ho fatto, tramite cellulare, un veloce sondaggio sui seni (dipinti) più belli.

Curioso che le signore abbiano fatto la stessa scelta (agli uomini non ho chiesto non volendo il porno). Medaglia d’oro: Fouquet. Argento: la ninfetta lolita del primo piano della «Caccia di Diana» del Domenichino della Borghese. Bronzo: Sophia Loren 1951, rieccola! Quanto a me, il seno numero uno è quello della moglie di Putifarre nel Paolo Finoglio di Harvard nel Massachussetts. Nessuna ha tirato in ballo, nel Seicento, Guido Cagnacci, uno dei pochi a fare seni veri e non copiati da dipinti. Su Fouquet però ci sto.

Il primo vero seno occidentale non è italiano: questo è un fatto. Ma è chiaro. Se ha senso la divaricazione di Brandi tra spazio italiano e ambiente fiammingo, allora un seno è questione di ambiente prima che di spazio, volume e prospettiva. Mica è una mela o un cilindro o un frammento antico! Ma la Vergine di Fouquet, eseguita per il tesoriere di Carlo il Temerario a metà del ’400, e oggi ad Anversa, è un seno da rimanerci secchi.

Persino il bambino distoglie lo sguardo, non si sa se stordito o incredulo (sei secoli prima di Freud). Un secolo dopo alla «Scuola di Fontainebleau» i seni insegneranno a toccarli, a pizzicarli, ad arpeggiarli: Gabriella d’Estrées titilla il capezzolo di una delle sorelle. Gli oltremontani coi seni non hanno mai smesso di giocare, come sapevano bene i surrealisti francesi e belgi che su quel misterioso (e dispettoso) quadro del Louvre ci hanno fatto i compiti, costruendoci un impero.
«Gabrielle d’Estrées e una delle sue sorelle» (1593-1594) della Scuola di Fontainebleau. Parigi, Louvre
Tette frolle
Seno, tetta, mammella o poppa sono un osservatorio favorevole per la storia dell’arte dall’antico al Moderno (senza contare il dolce sentier tra mamma e mamma che aveva individuato il Marino stesso). Persino la pittura caravaggesca, dove omeri e sederi se la contendono con tette e inguini scoperti, offrirebbe scorci inediti (ma soprattutto nella fase calante e più annacquata, dalla solita Artemisia al Cagnacci, al Turchi al Forabosco del museo di Rovigo). Ma, due secoli dopo, anche il fintamente frigido primo Ottocento, preso dalla parte di Hayez, ha in serbo una carrellata di seni, tra malinconie e meditazioni dove se non si capisce se siano più prossime le stanze dei bordelli (ma di lusso) o dei palchi di teatro. Quelli sono seni stellati; per le tette bisogna scendere di livello e magari scoprirle frolle.

Nel 1814 quando, ai piani alti della biblioteca di Monaldo, Leopardi traduce dal greco e a Roma Canova lavora alle Grazie, Carlo Porta fa dire a Ninetta, che certo non parlava come quella di una furtiva lacrima: «che bell cojon, sont minga on scoldalett| Pover tett nèe?...te sentet com’hin froll» (Ah Cristo, come sono fredde queste mani piano piano…aspetta un attimo…tu vuoi gelarmi, caspita! Che ghiaccio! Ahi le mie tette! che bel coglione, non son mica uno scaldaletto Povere tette, neh? …senti come sono frolle?).

Certo nessuna mano umana avrebbe potuto incrinare la stereometria dei seni della «Notte» delle tombe medicee, palle di cannone dai capezzoli a transistor. Zeri li paragonava a limoni. Esistono seni chiusi a chiave col capezzolo a lucchetto (come quelli che hanno le donne di «Guernica»). Ma i capezzoli non sono sempre armi bianche come in Michelangelo o in Picasso. Provate a zoomare col cellulare nella tavola della «Fornarina» tagliando la foto di modo che al di sotto della sporgenza cilindrica sia compreso l’indice oltre il quale il velo si sovrappone narrativamente al dito medio (un apice di naturalismo dinanzi al quale Caravaggio diventa né più né meno che Accademia).
«Giuseppe e la moglie di Potifar» (1620-1623) di Paolo Finoglia, Harvard Art Museums
Seno o tetta? La prima che hai detto (parlando di Raffaello 1520). Per le tette meglio rivolgersi ai veneziani. Tiziano e Palma: quello vecchio e, tra poco, anche il giovane. Dalle lagune è più facile risalire alla «Giovane bionda» di Manet, anno di grazia (è il caso di dire) 1878, Museo d’Orsay: il quadro più tizianesco dell’Ottocento (incluso lo schiaffo delle tette in pieno viso). Ma che ci può più dire un quadro così carnale e carnoso?

Oggi che il sesso è passato di moda, specializzandosi in rete (siamo passati dal ditale al digitale), mentre i ritocchi, veri e fotografici, hanno vanificato l’avverbio da cui eravamo partiti, non resta che ritornare a quelle che sono le grandi cose del primo Novecento in quota figurativa. Quando le persone ancora si toccavano, si annusavano e, come K. e Frieda nel «Castello» di Kafka, passavano ore di fiati comuni e di palpiti comuni.

Alfred Stieglitz nel 1919 è dinanzi a Georgia [O’Keeffe], obiettivo in mano, prima o dopo aver fatto l’amore (ma saranno state settimane intense). Sono le uniche foto veramente erotiche che io abbia mai visto (direi insieme a Weston e a poco altro). Dinanzi a questi seni pieni e pesanti, densi e carichi come racconti brevi i nudi coevi di Modigliani si svelano per ciò che sono (una cover molto mainstream, ma francamente eccitante, di Simone Martini, Derain e Cézanne). Nelle mani (e negli occhi) di Stieglitz seno e tetta sono la stessa cosa. Love and passion potremmo dire.

[Stefano Causa]
«Georgia O’Keeffe» (1919) di Alfred Stieglitz
Piovono tette
Per un curioso destino, nel 1918, proprio nel tempo in cui nascevano i reggiseni moderni, destinati a sostituire gli infernali corsetti in cui le donne europee fino ad allora si strizzavano fianchi e seno anche a scapito della salute, in Spagna, a Madrid, veniva pubblicato un ineffabile libro intitolato Senos, un testo considerato forse a torto come uno dei monumenti dell’erotismo spagnolo e proibito a lungo durante il regime franchista.

L’autore era Ramón Gómez de la Serna di famiglia altoborghese e che, invece di studiare per divenire un serioso magistrato come il padre, fu precocissimo scrittore. Ventenne appena era a capo del movimento futurista spagnolo con sconfinamenti nell’anarchia che lo portarono vicino alla galera. Fu a Parigi e in seguito spesso in viaggio in Italia.

Nel 1926 lavorò per conto del giornale napoletano «Il Mezzogiorno», che pubblicava a puntate la traduzione del suo romanzo Il dottore Inverosimile. A Napoli, città a lui particolarmente congeniale, e a dimostrazione del suo essere bizzarro, estroso e geniale, scrisse il romanzo spagnoleggiante Il torero Caracho e, tornato a Madrid, quello di ambiente napoletano La donna d’ambra. Si avvicinò al Surrealismo (Luis Buñuel ha certo un grosso debito con lui) e si trasferì in Argentina nel 1936, con l’inizio della Guerra Civile. In seguito tornò poco in patria e morì a Buenos Aires nel 1963.
«Estate» (1555 ca.) di Jacopo Tintoretto. Washington D.C., National Gallery of Art
Scanzonato, geniale e prolifico scrittore di oltre 90  libri, giornalista, saggista, drammaturgo, Ramón amava veramente le donne. Al punto da scrivere sulle loro «beltà gemelle» un testo ancor oggi attualissimo. Certamente il libro, ripubblicato ora da Fefè editore, Roma 2022 (con qualche imprecisione nell’introduzione di Leo Osslan) con il titolo Elogio delle tette. Reali, immaginate, sognate, ricercate, temute è tutto meno che un testo pornografico come qualcuno potrebbe presumere. Anzi.

In Italia il libro  conobbe  durante il Novecento una notevole fortuna. Fu edito una prima volta, nel 1927 (Corbaccio editore) e poi ancora nel 1960, 1966, 1978, 1991, 1995. Ma la prima traduzione, di Mario da Silva, preceduta da un’introduzione di un altro scrittore bizzarro e sulfureo come Orio Vergani è certamente quella che fa testo.
«Venere e Cupido» (1529) di Lucas Cranach il Vecchio. Londra, National Gallery
I seni femminili sono i protagonisti del libro e in oltre cento miniracconti si distendono mollemente come morbide bignole offerte su un cabaret. Ci sono seni per tutti i gusti, di tutte le forme e dimensioni: delle madri e delle portinaie, alla veneziana, alla spagnola, alla francese, alla cubana, seni alla finestra, delle monache, dei cherubini, delle allieve del Conservatorio, delle vedove, delle malattie e della morte, delle statue, delle regine e delle serve. Ramón li descrive con una selva di iperbole e di volta in volta sono sorbetti alla crema, pani finissimi, uova sode luccicanti, gelatine appena uscite dall’acqua. Le tette vivono nel libro una vita propria, piovono, cadono al suolo con soffici tonfi e trovano uomini adoranti pronti a raccoglierle, collezionarle, venderle, giocarci.

Nella descrizione delle «tette nell’arte» Gómez de la Serna concentra il fuoco d’artificio del suo virtuosismo e si rivela anche come un finissimo intenditore di pittura. Vero è che i seni dipinti da Cranach sono «tette di donne gotiche, testarde e incitanti», e che quelle vestite di Leonardo sono più belle di quelle nude. Per l’autore però il meglio si trova in Tintoretto che tirava fuori alla sua modella una «tetta opulenta, rustica ed esuberante e gliela metteva al fresco lasciandola poi al fresco per l’eternità».
«Le tre grazie» (1639) di Pieter Paul Rubens. Madrid, Museo del Prado
Vero anche che le tette delle donne di Rubens sono tette di «tedesca, pacioccona, di donna troppo bianca, senza ossa e senza cartilagini»: quanti di noi l’hanno pensato? Quanti hanno trovato che queste matrone nordiche cellulitiche sono fatte della stessa sostanza molle dei budini che si squagliano al caldo?

Il feticismo di Gómez de la Serna, il suo culto per queste parti squisitamente femminili produrrà nel tempo frutto e lo si può ritrovare con un corrispettivo preciso nella tetta gigante e assassina scatenata  attraverso la campagna americana  di «Everything You Always Wanted to Know About Sex But Were Afraid to Ask» di Woody Allen. Quando i sogni diventano incubi, per fermarli è necessario procurarsi un reggiseno gigante.

[Arabella Cifani]

Elogio delle tette. Reali, immaginate, sognate, ricercate, temute,
di Ramón Gómez de la Serna, a cura di Leo Osslan, pp.168, Fefè, Roma 2022, € 13.

«Pas de Deux»
Strumenti umani come mani, piedi, occhi, peni e passere, dipinti dagli artisti e raccontati da Stefano (Causa) e Arabella (Cifani)
Le mani
I piedi
Le labbra
La passerina
Le tette
Gli occhi

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