«Pas de deux» | Gli occhi

Strumenti umani come mani, piedi, occhi, peni e passere, dipinti dagli artisti e raccontati da Stefano (Causa) e Arabella (Cifani)

Una scena del film «Un cane andaluso» (1929) di Luis Buñuel
Stefano Causa |

«Uocchie c’arraggiunate / senza parlà». Per capire perché in certe situazioni della vita il vernacolo sia un bene rifugio rispetto alla lingua maestra bisogna assaporare l’endecasillabo di questa canzone napoletana di Rodolfo Falvo dei primi del ‘900, che Eduardo De Filippo amava più di altre. Come si potrebbe tradurre, senza umiliare il senso e la storia che carburano ogni volta che risuona, la frase «Uocchie c’arraggiunate senza parlà?»: «Occhi che ragionate senza parlare». Come passare da un torrente in piena a un rigagnolo.

D’altronde non è vero che gli occhi esistessero da sempre. Questo possono dirlo gli appassionati di un pittore come Rembrandt, che degli occhi sapeva tutto, o chi fosse rimasto invischiato in uno sguardo del genere. Bette Davis. «She’l unease you, just to please you», ti mette a disagio solo per piacerti, canta Kim Carnes nella cover di una canzone che, scritta, qualche anno prima, diventa un passaggio a livello del pop degli anni 1980.

Ma tutti gli altri sanno bene che gli occhi sono stati inventati quando le mascherine di protezione si sono definitivamente stabilizzate nel nostro paesaggio fisico e mentale. Grossomodo, da due anni e mezzo. A quel punto sono spariti bocca e naso mentre la liturgia del viso, cui hanno lavorato tutti gli artisti del mondo, ha subito una riconversione.

C’è chi obietterà che gli occhi esistessero anche prima della pandemia da Covid 19. La storia dell’arte universale di nuovo lo prova. Ma avevamo tutti smesso di guardarli concentrandoci su altri frammenti del corpo e, da qualche tempo, sulla sua decorazione (subiti o mostrati come precisi distintivi di appartenenza, i tatuaggi sono diventati come le calamite sul frigo. Anche se, a giudicarne dall’abuso, è ormai il corpo che decora i tatuaggi). Oggi l’unico occhio rimasto, che ci colpisca con l’evidenza di uno sparo, è quello di Torre dei Lamberti a Verona.
La scala della Torre dei Lamberti di Verona
E, se si parla di scala a chiocciole, reggono ancora molto bene gli urti del tempo questi occhi ravvicinatissimi che chiamano in causa chi guarda, come mai prima, nel film omonimo di Robert Siodmak del 1946. Per martellare i nervi dello spettatore il Dario Argento di «Profondo Rosso« trent’anni dopo è partito anche da qui, dove i personaggi compaiono e dispaiono nelle pupille dell’altro.

Da quando i dispositivi di protezione dal virus ci hanno obbligati a reinventare il nostro modo di presentarci al mondo o di accoglierlo, l’occhio è tornato ad accampare tutte le sue ragioni. Nere, bianche, verdi o rosa le famigerate FFP2 ci hanno volentieri protetto; ma hanno eliminato dal gioco della seduzione e dalle strategie di persuasione buoni tre quarti del volto. In un mondo mascherato il gesto di Jean Paul Belmondo che si accarezza le labbra nel capolavoro di Godard del ‘60 è vanificato a monte; ma, se è per questo, si svuota di senso (ed è anzi vietatissimo) anche il logo dei Rolling Stones. Lingua e labbra sono rimandate a data da destinarsi. La scena, ora, è tutta per gli occhi.
Una scena del film «Io ti salverò» (1945) di Alfred Hitchcock
Ma per arrivare a questo c’è voluta una lunghissima rincorsa. Una delle rare operazioni del ventesimo secolo sperimentali e popolari insieme, il cinema di Hitchcock, dispone i materiali per un’indagine sul potere esplorativo e autodistruttivo dell’occhio. In «Io ti salverò» (1946) l’intermezzo, ideato da Dalì, del sogno di Gregory Peck, alias Dottor Edwards, alias John Ballantyne, impoverisce didascalicamente quanto già contenuto nelle immagini precedenti e, tutto sommato, serve da bignami, autocelebrativo, sull’opera completa di Dalì fino al ’46. Cominciavano tempi di manierismo altamente monetizzabile. Occhio per occhio, meglio quello tagliato nel «Cane andaluso» (1929) di Dalì e Luis Bunuel vent’anni prima, non fosse altro perché affrontava nel modo più brutale possibile il ruolo dello spettatore dinanzi ai nuovi linguaggi.

Curioso, però, pensare a quanto poco il narcisismo acuito in rete negli anni abbia approfondito il potenziale di coinvolgimento degli occhi. Sui social si vedono molte labbra e sguardi di tre quarti, sederi e tatuaggi, ma pochissimi occhi che ragionino, indaghino, scrutino. Il rampino dello sguardo non è previsto nei selfie. Eppure bastava rifare una possibile storia dell’arte mettendosi da quel punto di vista. Tireremmo in ballo, tra i tanti, gli occhi, che sembrano non finire mai, del Santo Stefano di Giotto del Museo Horne. Gli occhi, sempre perfetti, dei fiorentini di ‘4 e ‘500. Gli occhi del Castiglione di Raffaello. Quelli, ghermiti dalla morte, del Paolo III di Tiziano. E, naturalmente, chi, come Rembrandt, fa degli occhi pretesto di scavi materici, quasi aprisse crepe nel terreno. Gli occhi più disarmati e privi di difese, gli unici ai quali possiamo aggrapparci senza sforzo o timore, saranno i suoi, almeno fino alla crisi dei linguaggi figurativi tradizionali che, d’altronde, aveva contribuito anche lui ad avviare.
«Santo Stefano» (1320-25) di Giotto, Firenze, Museo Horne
Ma dopo? Nel 1907 le signorine d’Avignone, dalle fiche di legno e dai seni ad acutangolo, con quali occhi accolgono i clienti e il pubblico del Moma? Eccole: ma ora provate a immaginarle con le FFP2. Sempre nude ma con parte del volto celato. Già massimamente stilizzati, i sintagmi di bocca e naso scompaiono, mentre tornano ad accampare le loro ragioni gli occhi delle quattro donne (ne vediamo distintamente soltanto sette, anzi sei e mezzo). Potentemente contornati e come bistrati, quelli al centro sono latori di una fissità che sarebbe quasi dolente, se non arrivasse ai limiti dell’ottuso; mentre le due modelle d’angolo hanno ormai dei buchi neri che non vanno da nessuna parte e non invitano al dialogo. Picasso mascherato: e non sembra di stare a una festa.

«Pas de Deux»
Strumenti umani come mani, piedi, occhi, peni e passere, dipinti dagli artisti e raccontati da Stefano (Causa) e Arabella (Cifani)
Le mani
I piedi
Le labbra
La passerina
Le tette
Gli occhi

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