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Opinioni

È ora di togliersi le fette di Barocco dagli occhi

Serve più Dior a Lecce o Lecce a Dior?

Un momento della sfilata della collezione Cruise 2021 della maison Dior in piazza del Duomo a Lecce

Le luci di Piazza Duomo si spengono. Un tamburello risuona. Un gruppo di ballerini accenna i primi passi convulsi e irrequieti di quella che si appresterà a diventare una pizzica appassionata. Niente di tutto questo sarebbe strano in una qualsiasi piazza del Salento. Altrettanto non si direbbe quando, l’attimo successivo, un allestimento scenografico fatto di luminarie si accende, accompagna il passo balzante di modelle che irrompono nella scena, e irradia la Pietra di Lecce con i tipici colori elettrici della festa.

Questo è l’inizio della presentazione della collezione Cruise 2021 della Maison Dior, tenutasi nella capitale salentina il 22 luglio scorso, che tanto ha fatto parlare di sé. Se da una parte i maggiori commenti sono stati di soddisfazione per la visibilità a livello mondiale, per le risorse investite dalla casa di moda francese e assorbite dalla città (si parla di 5 milioni di euro), dall’altra un gruppo di voci (poche, ma autorevoli) si sono alzate per gridare il proprio dissenso.

Non è la critica in sé, legittima in qualunque caso, di cui vorrei discutere, ma dei contenuti di tali critiche e degli argomenti portati a supporto.

Appena conclusosi l’evento è Italia Nostra per prima a precipitarsi alle porte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Brindisi, Lecce e Taranto, reclamando chiarimenti. Si scopre che l’autorizzazione per la manifestazione era stata chiesta solo il 17 luglio, ad allestimento già iniziato, e non nei tempi tecnici necessari alla Soprintendenza per istruire la pratica ed esprimersi. Un punto in meno per Dior. Nella conferenza stampa della vigilia, la direttrice creativa Maria Grazia Chiuri aveva fatto appunto riferimento alla burocrazia come a uno dei nodi principali da tener presente per l'allestimento di un evento in Italia.

Altra cosa sarebbe comprendere la necessità di tempi così lunghi per l’autorizzazione dell’occupazione di suolo pubblico a manifestazioni temporanee. Sono emblematiche le disposizioni in merito ai tempi di rilascio della concessione annotate nel sito del Comune di Lecce, ente preposto alla procedura, che preannunciano lapidarie: «L’autorizzazione viene rilasciata entro 30 giorni dalla presentazione [della domanda] a meno che non si renda necessario il nulla osta della competente Sovrintendenza». «In quel caso, sembra che i comunali lascino presagire, mettetevi pure l’anima in pace».

E meno male, viene quasi da dire, che la Soprintendenza non abbia fatto in tempo a pronunciarsi. Ciò che emerge nei giorni successivi alla manifestazione è infatti il «rammarico» della Soprintendente Maria Piccarreta che definisce la tipologia di allestimento adottata «completamente avulsa dal contesto storico tutelato, anacronistica e riduttiva dello scenario architettonico presente nell'invaso della piazza di eccezionale rilevanza».

Alcune voci le fanno eco, tra le quali quella dello storico dell’arte Teodoro De Giorgio sull’Huffington Post, il quale lamenta allo stesso modo l’assenza della «Storia» dalla scena della sfilata, dichiarando: «non basta aver fatto sfilare le modelle tra ballerini di pizzica o al ritmo dei suoni dell’orchestra della Notte della Taranta».

Proprio qui sta il punto. Perché non c’è abbastanza storia in quello che già Ernesto De Martino considerava uno dei riti coreutico-musicali più antichi del mondo, che affonda le proprie radici nei misteri orfici e dionisiaci classici?

C’è un tipo di patrimonio culturale, nell’Italia degli esperti di Barocco e di Rinascimento, che vale meno. È il patrimonio immateriale, della musica, del ballo e delle tradizioni orali, che ci parla evidentemente di un passato troppo recente, di un passato di contadini e artigiani, di un passato di povertà. Quel passato non è Storia, almeno non tanto «bello» e dignitoso quanto il passato barocco e non rappresenta, secondo De Giorgio, l’identità di Lecce.

È curioso che risulti «identitario» e rappresentativo di un luogo e di un popolo un complesso architettonico costruito quattrocento anni fa da un ristretto gruppo di ricchi nobili, ma non le tradizioni e i simboli che tutto il Salento riconosce come propri, e che in questo caso riconosce nella Festa, che sia dedicata al Santo Patrono del paese, alla cura di persone malate, all’arrivo della primavera, alla fine del raccolto, all’unione di due amanti o alla nascita di una nuova vita. La Festa, il rituale sociale più paradigmatico e distintivo dell’essere umano, che appartiene a tutte le estrazioni sociali. Chi simpatizza con l’uso dei paradossi direbbe che se c’è una cosa avulsa dal contesto leccese è proprio quella Piazza Duomo, così unica e diversa dal resto della città.

Senza essere frainteso, sto cercando di dire che sia la soprintendente Piccarreta, sia le altre voci che mettono in primo piano l’esclusione del contesto barocco dal concept Dior disonorando il patrimonio culturale della città, dimenticano una cosa. Il nostro Codice dei Beni Culturali dà eguale importanza e dignità al patrimonio storico-artistico quanto al patrimonio demoetnoantropologico (del quale Ministero e soprintendenze hanno lo stesso dovere di tutela) e nel 2008, all’interno dello stesso Codice, è stato inserito un articolo che ratifica la Convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

Non voglio affermare certo che Dior abbia istituito un’azione di salvaguardia del patrimonio culturale immateriale salentino e leccese. I paladini dell’«autentico» farebbero subito notare che le luminarie erano troppo basse, che la musica e i balli erano riadattati per la sfilata e in tal modo asportati dalla tradizione e consacrati per sempre al dio denaro. Dice bene lo stesso De Giorgio: «visibilità non è valorizzazione». Ma è anche vero che la visibilità si rivela oggi obbligatoriamente propedeutica alla valorizzazione. Le persone non visiteranno mai le magnifiche bellezze architettoniche e storico-artistiche di Lecce se non sanno che Lecce esiste.

Sotto il video ufficiale di Cruise 2021, che dopo due settimane dalla pubblicazione sfiora il milione di visualizzazioni, fioccano i commenti da varie parti del mondo di curiosità e interesse per quella musica e per quella danza, che insieme alla scenografia creano un’atmosfera così ipnotica, ancestrale, carica di significato, tanto che alcuni commentano più in basso sostenendo che distolgano troppo l’attenzione dalla sfilata.

Dopo una ventina di minuti abbondanti le luminarie si spengono e Piazza Duomo torna buia. La sfilata è finita. L’allestimento è stato finalmente smantellato e oggi Piazza Duomo è tornata splendida come sempre. La differenza è che adesso Lecce ha tanti occhi in più puntati su di essa. Spetterà agli storici dell’arte, ai soprintendenti, ai dirigenti regionali, a tutti i professionisti dei beni culturali rimboccarsi le maniche e trasformare quegli sguardi in interesse reale, approfondimento e conoscenza, dare un contenuto e una struttura agli spunti forniti dalla moda. Trasformare la visibilità in valorizzazione, qualcuno ha pensato che lo dovrebbe fare Dior nelle sue Cruise. Ci riusciremo, ma solo una volta che ci saremo tolti le fette di barocco dagli occhi e magari, perché no, dopo aver sfogliato qualche numero di «Vogue» o «Harper’s Bazaar».

Cristiano Croci, edizione online, 6 agosto 2020



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