«Oggi viviamo nell’ossessione della visibilità. Gli Etruschi invece costruivano non per gli occhi degli uomini»

È dedicato agli archeologi «custodi di ogni fine» il film «La Chimera» in cui la regista Alice Rohrwacher, attraverso le devastazioni dei tombaroli, racconta la sua passione per il passato e per il mondo etrusco con cui ha convissuto fin da bambina

Un fotogramma di «La Chimera»  (part.)
Giuseppe M. Della Fina |  | Orvieto (Tr)

Incontro Alice Rohrwacher in un caffè, a Orvieto. Due giorni prima avevo visto il suo nuovo film «La Chimera», appena uscito nelle sale cinematografiche e presentato già al Festival di Cannes e alla Festa del Cinema di Roma. Un film difficile da riassumere, dove una serie di personaggi differenti tra loro per cultura, estrazione sociale e valori vanno alla ricerca di una personale felicità, che può essere assicurata dal denaro per alcuni, o dalla creazione di uno spazio di vita dignitoso, o, ancora, dalla ricerca di una persona amata e perduta per altri.
Alice Rohrwacher ritratta da Brigitte Lacombe. Foto  © Brigitte Lacombe
Tra i protagonisti principali Josh O’Connor (Arthur), Isabella Rossellini (Flora) e Carol Duarte (Italia): una parte significativa è interpretata da Alba Rohrwacher e, come sempre nei suoi film, sono presenti anche attori non professionisti. Fanno da sfondo i paesaggi dell’antica Etruria e mi è tornata alla memoria un’affermazione di Stendhal in Rome, Naples et Florence (1826), che mi ha colpito: «Mi sento indignato contro i Romani, che vennero a turbare, senz’altro titolo del coraggio feroce, quelle repubbliche d’Etruria che erano loro tanto superiori per le belle arti, per le ricchezze e per l’arte di essere felici». Ricerca della felicità ed Etruria sembrano collegate da un filo sottile. Nel film sono altri ad andare a turbare le «repubbliche d’Etruria»: due bande di tombaroli diversamente inserite nel mercato che commercia antichità.

Non essendo un critico cinematografico, ma un archeologo, la nostra conversazione si è indirizzata soprattutto sul rapporto con il passato, più o meno remoto, ricorrente nella produzione della regista. In «Lazzaro felice» (2018), ad esempio, arriva addirittura a farlo convivere con il presente nelle scene iniziali del film immaginando un ambiente restato fuori dalla contemporaneità.

Quale funzione affida al passato nei suoi film?
Tutti i miei film sono legati al tema del passato, cosa fare con il passato: sono fatti di tracce, resistenze, reminiscenze e oblii. Vivendo in un Paese come l’Italia, è un ragionamento imprescindibile. Spesso ci si rivolge al passato cancellandolo o cristallizzandolo: è difficile trovare qualcuno che abbia un rapporto vitale con esso. La ricerca è convivere con il passato senza esserne schiacciati e trovarvi una radice comune, che consenta d’immaginare il futuro. Un futuro non solo come un luogo dove costruire, ma anche come luogo dove custodire.
Alba Rohrwacher e Josh O’Connor sul set di «La Chimera»
Il mondo degli Etruschi ritorna nei suoi film: un popolo che non ha avuto sinora grande attenzione da parte del cinema se si escludono alcuni horror. La loro civiltà viene richiamata già in «Le meraviglie» (2014), denunciandone con forza e ironia lo sfruttamento mediatico/turistico, e torna ora in «La Chimera». Quando e come ha incontrato quel mondo lontano nel tempo?
In «Le meraviglie» è presente la commercializzazione dell’idea di mondo etrusco, mentre in questo ultimo film parlo proprio del traffico dei loro oggetti meravigliosi. Sono cresciuta in un angolo di terra tra Umbria, Lazio e Toscana, in una terra intrisa dall’eredità di questo popolo e, sin da piccola, mi sono chiesta quali fossero i pensieri e le sensazioni delle persone che avevano abitato quei luoghi prima di me. Non era soltanto un’idea astratta: sapevo che i tracciati, le strade, le cavità, le alture che osservavo erano state vissute già da altri e non potevo ignorarlo. Durante la mia infanzia mi sono imbattuta anche nei profanatori di questo mondo etrusco. Tombaroli che, di notte, andavano «ad aprire» le tombe per rubarne i «tesori». Ero incredula, non solo per il fatto che derubavano la nostra memoria collettiva e privavano quegli oggetti di una storia con le loro azioni, ma anche per il motivo che quegli oggetti erano stati depositati come dono per le anime e non capivo con quale tracotanza si potessero rubare e vendere.

Qual è il messaggio della civiltà etrusca che più le interessa?
Se penso al mondo di oggi, credo che il messaggio più contemporaneo sia l’idea che un popolo costruisca con cura e fatica oggetti non per gli occhi degli uomini. Costruire per l’invisibile, per le anime, è qualcosa che adesso a stento possiamo immaginare: oggi viviamo nell’ossessione della visibilità, addirittura se facciamo una torta dobbiamo farla vedere a tutti! Sicuramente confrontarci con una civiltà che ha dato tanta cura alle anime è una vertigine. La sensazione che la civiltà etrusca mi trasmette è un legame forte tra i vivi e i morti e quindi tra il presente e il passato.
Alice Rohrwacher e Josh O’Connor sul set di «La Chimera»
Il protagonista è un archeologo inglese in crisi esistenziale, quasi alla deriva, con doti di rabdomante e il film è dedicato «agli archeologi custodi di ogni fine». Quale immagine ha di questo mestiere?
Questo film nasce da un amore per l’archeologia, anche se narra le vicende di devastatori del patrimonio archeologico, ma a volte, per esprimere l’amore verso qualcosa occorre metterne in luce la fragilità. Un patrimonio non minacciato solo dai tombaroli, ma anche dall’incuria e dall’abbandono. Nel film vediamo necropoli piene di spazzatura, umiliate dalla plastica e dal degrado. La scoperta più importante ad opera della banda di tombaroli è quella di un santuario sotto una centrale a carbone. Non ho esagerato nella rappresentazione, sono tutte impressioni che scaturiscono dall’osservazione attenta della realtà. In un mondo scandalizzato dai tombaroli, senza destare scandalo una centrale venne costruita su un sito archeologico e ancora oggi questo scempio continua. I tombaroli quindi profanano un mondo già profanato, sono figli della loro epoca. Mi sembrava importante inserire le loro malefatte all’interno di un contesto sociale e politico, far capire che pur sentendosi dei liberi «predatori», in realtà sono solo ingranaggi al servizio di un sistema economico.  Ma torniamo all’archeologia. Gli archeologi mi sembrano tra i pochi che al giorno d’oggi si dedichino alla cosa più importante che ci sia, la cura di tutto ciò che abbiamo lasciato alle spalle. Ho dedicato loro il film in quanto «custodi di ogni fine», perché è proprio la ricerca archeologica che ci fa capire che nulla è per sempre, le civiltà finiscono e dobbiamo sempre tenerlo a mente. Se fossimo tutti più attenti all’archeologia, ci soffermeremmo di più non sulle cose da fare, ma su quelle che vorremmo lasciare dopo di noi, per gli archeologi di domani.

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