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«Non porto etichette»

Maria Lassnig all’Albertina nel centenario della nascita

«Kartoffelpresse (Schiacciapatate)», 1989, di Maria Lassnig. Vienna, Albertina, Collezione Batliner. © Maria Lassnig Privatstiftung

Vienna. Maria Lassnig è certamente una delle artiste di punta dell’arte austriaca del Novecento. Benché nei sette decenni della sua carriera abbia affrontato temi svariati, dall’autoritratto ai rapporti interpersonali, dalla violenza alla guerra, dagli animali al mondo della tecnica e della fantascienza, fin dai primi anni del dopoguerra Lassnig ha fatto del corpo una costante del suo lavoro e della sua personale ricerca artistica, ponendosi così alla testa di sviluppi che sarebbero diventati cruciali nell’arte al femminile.

Ribelle, consapevole, battagliera, determinata, vicina alle istanze femministe, la sua rilevanza venne riconosciuta in patria solo a partire dagli anni ’80, quando a sessant’anni fece nuovamente di Vienna il centro della sua vita e una cattedra alla Hochschule für angewandte Kunst cominciò la sua consacrazione, poi suggellata dal Leone D’Oro alla carriera a Venezia nel 2013 e dalla mostra al MoMA aperta appena prima della morte.

Nel primo centenario della nascita, in collaborazione con lo Stedelijk Museum di Amsterdam, l’Albertina dedica all’artista scomparsa nel 2014 un’ampia retrospettiva aperta dal 6 settembre al primo dicembre col titolo «Maria Lassnig.
Ways of Being».

Curata da Antonia Hoerschelmann per il museo viennese e da Beatrice von Bormann per lo Stedelijk, la mostra presenta 100 opere, di cui un terzo dell’Albertina, con uno spaccato sia della pittura, sia dei lavori su carta, la scultura, ma anche i film e i suoi testi, ripercorrendo le varie fasi della sua produzione, a partire dagli anni ’60 a Klagenfurt, Parigi e Vienna, per concentrarsi sul lungo periodo a New York dal 1968 al 1980, con gli autoritratti assieme ad animali, o gli originali film di animazione prodotti da sola in tutte le loro componenti, e che le portarono il riconoscimento di cineasti d’avanguardia; e quindi sugli anni viennesi: «Adesso che sto per morire, aveva detto in un’intervista nel 2007, le mie quotazioni salgono, ma fino a pochi anni fa galleristi e collezionisti non sapevano che farsene di me, perché non porto etichette e non corrispondo all’ideale di artista eccentrica».

Flavia Foradini, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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