Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Restauro

«Murals divins»: quando Giotto arrivò a Barcellona

Restaurato uno straordinario ciclo di affreschi trecenteschi nel Real Monastero di Santa Maria

Una parete della Cappella di San Miquel nel Real Monastero di Santa Maria di Pedralbes a Barcellona recentemente restaurata

La piccola cappella San Miquel nel Real Monastero di Santa Maria di Pedralbes (un quartiere di Barcellona) racchiude, in appena 20 metri quadrati, un tesoro: un ciclo di pregevoli affreschi gotici risalenti al XIV secolo. Dopo anni di diagnostica e restauri sia degli affreschi sia del soffitto policromo, la cappella è stata riaperta.

L’evento è stato accompagnato dall’inaugurazione di una mostra didattica, «Murals divins», sui restauri e i risultati degli studi, allestita nella vicina Sala Capitolare, mentre la progettazione per la programmazione della conservazione è proseguita fino a fine 2018. Il lungo e approfondito processo di conservazione ha avuto inizio nel 2005, con le fasi preliminari di documentazione, analisi, studio e ricerca.

Nel 2013 hanno avuto luogo i primi interventi sul soffitto ligneo policromo. La fase pilota degli interventi sulle pitture è stata avviata nel 2014 e la seconda e ultima, finanziata dalla tassa turistica, è iniziata nel 2017.

Dal punto di vista strutturale, la cappella di San Miquel è un gioiello incastonato tra due dei contrafforti monumentali della Chiesa di Santa Maria. La sua creazione infatti è il risultato dell’avvicendarsi delle fasi costruttive del complesso monasteriale, il cui attuale impianto (chiesa, monastero e chiostro) fu definito tra l’anno di posa della prima pietra, il 1326, e il XV secolo. Oggi il complesso è un sito museale, adibito principalmente ad attività culturali.

Gli affreschi della cappella furono commissionati a Ferrer Bassa, pittore del re e della corte, nel 1346 dalla badessa Francesca da Portella, nipote della regina Elisenda, fondatrice del monastero, e testimoniano l’arrivo delle innovazioni giottesche provenienti dall’Italia. In effetti, a un primo impatto, il richiamo visivo a Giotto è immediato, forte, quasi disorientante, sia per gli assetti compositivi sia per i colori.

Una più attenta e contemplativa osservazione però permette di apprezzare l’opera in sé, al di là delle influenze. In origine le pitture, di elevatissima qualità sia tecnica sia pittorica, rivestivano la quasi totalità della superficie muraria della cappella, quasi 100 metri quadrati. Nel tempo una minima parte è andata perduta, soprattutto a causa delle modifiche dovute ai cambi d’uso dell’edificio. Il ciclo narrativo, di ispirazione mariana, si compone di tre livelli di scene, la cui narrazione procede da sinistra verso destra.

Il restauro ha ridato continuità di lettura, reintegrando alcune delle cornici perdute che separavano le scene. Il livello superiore narra la Passione di Cristo, quello intermedio è dedicato alle Gioie della Vergine, mentre nel livello inferiore è emersa, sempre grazie al restauro, una finitura a finto marmo. Che le strutture della cappella fossero all’origine di alcuni degradi era evidente; occorreva però definirne l’importanza, individuare con esattezza i fenomeni all’origine, passati e in corso, per determinarne le cause.

Identificare quali fattori entrano in gioco nel determinare la risposta meccanica della pittura a un mutamento di equilibrio del supporto architettonico permette di adeguare le misure conservative. Per questo motivo gli obiettivi sono stati definiti insieme al Museo di Storia di Barcellona, con il coordinamento di Lidia Fonti Pagès, responsabile del Servizio di Conservazione Preventiva e Restauro e del progetto di conservazione e restauro delle pitture murali della cappella.

Lo studio ha inoltre beneficiato della fattiva collaborazione della direttrice del monastero, Anna Castellano-Tresserra, di Rosa Senserrich Espuñes, responsabile del cantiere di restauro delle pitture murali, e dell’architetto Josep Maria Julià Capdevila, responsabile del restauro architettonico del monastero. Questo passaggio è stato determinante per la definizione di una pratica conservativa integrata tra pitture e strutture architettoniche, rispettosa della maggiore fragilità, e principalmente della subalternità fisica, che le prime hanno rispetto alle seconde.

Per raggiungere obiettivi come questi, occorrono una complementarità d’approccio che integri gli studi multidisciplinari esistenti e un continuo scambio con gli specialisti incaricati dei vari campi di intervento. Soprattutto però, occorre volontà, disponibilità, apertura di spirito e capacità di dialogo per oltrepassare la consueta compartimentazione nell’approccio a due beni che, nella realtà, sono intimamente congiunti: pitture e strutture.

Simona Sajeva, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


Ricerca


GDA luglio/agosto 2019

Vernissage luglio/agosto 2019

Il Giornale delle Mostre online luglio/agosto 2019

Ministero luglio 2019

Guida alla Biennale di Venezia maggio 2019

Vedere a ...
Vedere in Calabria 2019

Vedere nelle Marche 2019

Vedere in Puglia e Basilicata 2019

Vedere in Trentino luglio 2019

Vedere in Friuli giugno 2019

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012