L’investimento d’impatto nel settore culturale

Catturare l’intangibile nel finanziamento alla cultura. Dal commento del rapporto Creativity Culture Capital

Silvia Angeli, Marco Ratti |

L’occasione per questa nota è l’uscita di un rapporto curato da Fundaciòn Compromiso, Nesta e Upstart Co-Lab, sul ruolo che l’investimento d’impatto può giocare nei confronti delle industrie culturali e creative. Il quesito è: siamo in presenza di nuovi modi di finanziare la cultura, che ne ha profondamente bisogno?

Di cosa parliamo
Entriamo nelle definizioni di investimento d’impatto e di settore culturale che dà il rapporto. Il primo è qualsiasi “investimento in società, organizzazioni e fondi fatto con l’intenzione di generare un impatto sociale e ambientale insieme a un rendimento finanziario”. Il secondo è la somma di “moda etica, cibo sostenibile, media a impatto sociale, altre industrie creative e luoghi della creatività”. Le “altre industrie creative” a loro volta sono “altre strutture, input, organizzazioni di produzione e distribuzione nei settori dell’arte, design, cultura e patrimonio che sono gestite in modo sostenibile, forniscono lavoro di qualità e hanno un impatto sociale.”
Si sta parlando quindi non di liberalità, ma di investimenti; denaro concesso in corrispettivo di un impatto e anche di un rendimento finanziario: modesto e/o differito nel tempo (grazie agli “investitori pazienti”), ma che non può essere -100% come in una donazione. Il rapporto definisce poi un settore culturale ampio, che ospita attività molto diverse, solo alcune delle quali risiedono nel perimetro tipicamente inteso quando si parla del core della cultura, patrimonio e spettacolo; perimetro che giace un po’ emarginato nella categoria residuale “altre industrie creative”.
I segmenti che non sono “altre ICC” sono più agevoli da finanziare con la prospettiva di un rendimento. Il timore è perciò che sia una prospettiva illusoria che parte dei denari investiti globalmente nell’economia creativa (non molti, se si conta solo il core della cultura) potrebbe sostenere i nostri musei, cinema d’essai, teatri. Tuttavia, l’enfasi sull’investimento ricorda che le organizzazioni culturali sono permanenti se azionano una capacità trasformativa e generativa sia in fatto di reddito che di contenuti e se non esauriscono la loro economia nel ciclo annuale entrate-spese.

L’impact culturale
L’investimento d’impatto nella cultura può essere guardato lungo tre direttrici: i suoi operatori, i suoi strumenti specifici e l’impatto ricercato.
Con riferimento agli operatori, si può trattare di investitori istituzionali tradizionali (la cui allocazione a questi investimenti è residuale, quando esiste), di fondi di private equity (impraticabile per associazioni che non hanno capitale suddiviso in quote investibili), di debito privato (interessante, ma dominato da rendimenti alti), di fondi di Social Venture Capital, di istituzioni di sviluppo del territorio e di fondazioni, anche d’impresa. Le ultime di maggior interesse in tempi ragionevoli.
In ogni caso crediamo che per essere “investibili” le istituzioni culturali dovranno ragionare sulla loro forma giuridica. L’opzione di assumere la forma organizzativa di impresa sociale è da valutare attentamente per ricercare una natura giuridica più rassicurante per i finanziatori, una struttura contabile collaudata e un trattamento fiscale agevolato, da paragonare a quello implicito nel Codice del Terzo Settore per le associazioni, una volta che di ciò si avrà finalmente certezza. Tutto questo aumenta la possibilità di accesso a un investimento d’impatto, abilitando l’investimento nel capitale e facilitando quello in altre passività.
Tra i finanziatori, spesso trascurate in quanto “tradizionali”, sono le banche commerciali. Praticare credito alle organizzazioni culturali, con l’intenzione di facilitare un impatto, è una forma di investimento. Appunto d’impatto.
La riflessione è attualmente – anche in Intesa Sanpaolo – sotto una lente di ingrandimento che ha l’obiettivo di investigare la possibilità di valutare con un approccio sartoriale le organizzazioni culturali, mettendo a dimora i semi per l’individuazione degli elementi prodromici di un rating dedicato alla cultura; specie in un passaggio storico, come quello attuale, in cui i loro rating tradizionali sono o in declino, per la rovina pandemica, o in ripresa ingannevole, per il medesimo motivo (quando il settore pubblico ha continuato a erogare denaro ma le organizzazioni erano chiuse e non gravate da costi correnti). Nel secondo caso a soffrire sono stati gli artisti e tutte le maestranze. Ma non crediamo che ciò durerà. Per questa ragione il relativo sollievo economico potrebbe essere “ingannevole”.
Con riguardo agli strumenti, l’investimento d’impatto ha fatto molto affidamento su un costrutto noto come social impact bond. Si tratta di un oggetto complesso, caratterizzato dalle seguenti circostanze: (1) finanzia un’attività di dimensione non trascurabile; (2) l’attività produce un impatto sociale, misurato da un indicatore quantitativo non complesso e non manipolabile; (3) esistono investitori disposti a ricevere un compenso collegato al raggiungimento di certi livelli di quell’indicatore; (4) qualche attore – usualmente il settore pubblico – disposto a pagare quegli investitori, maggiormente in caso di successo, così da evitare maggiori spese proprie. Vi sono abbondanti difficoltà tecniche in questo setup. Nel contesto culturale, il problema dell’indicatore d’impatto è tra i più spinosi.
Ciò introduce il tema di quale tipo di impatto si va ricercando quando si finanzia il core della cultura. Trascuriamo per semplicità il tema ambientale. Gli impatti più misurabili sono quelli sociali, che però spesso si prestano a manipolazione. Un numero di visitatori addizionali sembrerebbe accettabile se l’obiettivo fosse sfidante; d’altra parte, un focus eccessivo sul successo di presenze potrebbe condurre facilmente a mostre blockbuster che si esauriscono senza lasciare eredità, travestimenti culturali di un business sanitario o altre distorsioni. Ciò illustra che la scarsità di indicatori di impatto socioculturale semplici, non manipolabili e affidabili – nel senso di non incentivare comportamenti devianti – rende difficile disegnare strumenti finanziari outcomes based per la cultura.
La grande questione è: può la componente sociale della cultura produrre, scambiare e ridistribuire valori così da promuovere e stimolare uguaglianza, inclusione sociale e forza critica? Può perseguire l’obiettivo di creare non solo più pubblico ma, auspicabilmente, pubblici eterogenei, dotati di mappe culturali complesse? L’organizzazione creatrice di spazio sociale costruisce reti sociali, si fa portatore di istanze collettive da cui può seguire una diminuzione di disuguaglianze culturali ed economiche. Questo sarebbe fare impatto.
Recentemente il desiderio di ricercare un accesso all’arte, ai suoi valori estetici e culturali, si sta palesando all’interno di una esperienza digitale come la blockchain che pone le basi per una rivoluzione estetica collettiva. La dimensione partecipativa e democratizzante della blockchain può aprire a ulteriori modelli di finanziamento della cultura, stimolando inclusione sociale, allargamento di pubblico aspirante collezionista,
visibilità per artisti e organizzazioni scarsamente rappresentate e finanziate.

Conclusione
Per tutto ciò, sembra necessario capire quanto, di nuovo, succede nel mondo, incluso l’impact investment culturale, con un occhio al medio termine. Per ottenere invece sollievo immediato per il settore culturale italiano ferito, crediamo più efficace limare ciò che ha meno glamour, ma esiste già in scala ed è assai passibile di miglioramento: sia nelle erogazioni, pubbliche e private, sia nel finanziamento. Il credito è incluso: raffinare la relativa valutazione, catturando gli aspetti intangibili caratteristici della cultura e gli elementi predittivi della sostenibilità, significa costruire infrastruttura della conoscenza e così trasformare atomi in molecole.

Silvia Angeli - Fashion&Luxury Manager, Art&Culture Advisor. Profilo poliedrico nel settore moda, lusso, design e cultura. Laureata in Economia per le Arti, Cultura e Comunicazione presso l'Università Bocconi e diplomata in Pianoforte presso il Conservatorio F. Morlacchi di Perugia. È stata Direttore Generale di Neil Barrett. Attualmente è consulente strategico per numerosi brand della moda italiani e internazionali, advisor di fondi di private equity, istituzioni finanziarie e culturali. È co-fondatrice e coordinatore di Opera Futura.

Marco Ratti – Intesa Sanpaolo. Formazione da economista (Bocconi ed LSE), 10 anni nell’ufficio studi della Comit, 10 anni da asset manager e gli ultimi 12 nel banking sociale prima in Banca Prossima e ora nella Direzione Impact di Intesa Sanpaolo. Ha pubblicato ampiamente sia su riviste specializzate che in contributi giornalistici di argomento finanziario, più recentemente in economia della cultura e valutazione di impatto.



Articolo tratto dalla Rubrica "Letture Lente" di AgCult, condiviso per gentile concessione dell'editore

© Riproduzione riservata
Altri articoli in IMPRESE