«Io è un altro»: la verità è doppia

Protagonista ad Artissima e alla Otto Gallery, Urs Lüthi, irriducibile outsider, dichiara: «Lavoro con la melanconia, con l’umorismo e la sovversione. Il tutto in modo ambivalente. Il mio tema principale è lo sparire»

Franco Fanelli |  | Torino

Uno stand monografico ad Artissima dal 4 al 6 novembre a Torino e, dal 10  dicembre al 13 marzo, una personale a Bologna: il ritorno di Urs Lüthi sulla scena italiana avviene tramite la Otto Gallery di Giuseppe Lufrano,  uno dei più attivi sostenitori dell’opera dell’artista svizzero (1947). La mostra a Bologna, intitolata «Art Is the Better Life» e a cura di Elena Forin, comprende una quindicina di opere, tra lavori recenti e altri dalla serie «Brachland/Wasteland» del 2014.  Del «soloshow» alla fiera torinese parla lo stesso artista, che abbiamo intervistato.

Urs Lüthi, lei ha anticipato molti temi rimasti attuali nella produzione degli artisti contemporanei, dalla corporalità alla performance. Quest’ultima, in particolare, sta attualmente conoscendo un periodo di rifioritura. A che cosa attribuisce questo rinnovato interesse?
Non mi sembra di assistere a un vero «revival» del mio atteggiamento o del concetto che ho elaborato alla metà degli anni Sessanta. Sono invece convinto che quel concetto umanistico, fondato sull’individualità, oggi non sia più attuale. Attualmente mi sembra che esistano, da una parte, molti giovani che si occupano di politica o di problemi sociologici, dall’altra, molti altri che tentano di adeguarsi al mercato dell’arte. Mi sento di non appartenere a nessuno di questi due gruppi. Da questo punto di vista, sono un outsider dell’arte.

Che cosa pensa di certa critica che la individua come rappresentante della  Body art? Di sicuro lei ha lavorato molto sul tema dell’individualità e della sua ambiguità. Oggi viviamo in un mondo paradossale: da un lato l’individualità tende a massificarsi e a dematerializzarsi nell’universo virtuale; dall’altro nell’attuale dittatura dell’immagine, c’è una diffusa tendenza all’apparire, al mostrarsi nei social. Come spiega questa contraddizione?
Gruppi e incasellamenti non mi hanno mai interessato. All’età di circa vent’anni decisi di fare un’arte che mi coinvolgesse direttamente, un’arte fondata sulla messa a fuoco dell’individuo in questo mondo, evitando l’opera intesa in senso canonico e optando per un’opera che avesse a che fare con l’atteggiamento. Non credo all’oggettività. L’oggettività è un patto tra esseri umani per tenere in piedi il mondo, ma che non corrisponde alla verità. È l’individuo in ogni caso il filtro della nostra consapevolezza, e si torna sempre al problema della consapevolezza. Per questo mi sono deciso per un’arte che affondi le radici nel personale, da cui però trarre conclusioni che riguardano il generale. Non mi considero un autoritrattista, ma un artista che rappresenta la figura umana. Ma siccome esiste solo la propria esperienza personale, concepisco la mia rappresentanza umana come un attore... Voglio dimostrare che chiunque può incarnare la propria immagine d’artista. Mi sforzo di formulare qualcosa di personale, di quasi impalpabile, in modo tale da permettere anche ad altri di esperire, attraverso il mio lavoro, analoghe sensazioni. Romano Guardini (teologo e scrittore, Ndr) ha detto: «Esistono solo due strade per giungere all’essenza delle cose, l’una percorre la sua eccezionalità, l’altra la sua banalità. Il viaggio nell’interiorità si svolge al contempo su queste due strade». Nel mio lavoro procedo dal personale al generale, perché credo che noi uomini siamo esseri fondamentalmente molto simili. Regna la contraddizione, eppure tutto coesiste allo stesso tempo. Ogni cosa ha il suo opposto,  e questo opposto è comunque sempre valido. Un tema centrale del mio lavoro è costituito proprio da questo mio non credere a una verità. L’ambivalenza è la fonte essenziale della mia arte.

Come interpreta l’attuale mania del selfie?
L’importanza che ha assunto il selfie  credo dipenda dal fatto che con questo strumento le persone riescono a mettersi a fuoco. In fondo è un sentimento analogo a quello provato da me. L’uomo che sbiadisce sempre più, cerca se stesso e prova a «vedersi» in molteplici situazioni, per scorgere se in quella condizione rimane o svanisce. Le persone che si fanno i selfie probabilmente non ne sono consapevoli, ma a loro sembra di stabilire un punto fermo. Penso che alla fine derivi tutto da una perdita di identità in questo mondo.

Il tempo sembra essere una delle sue ossessioni. Lo si capiva già in un’opera come «Selfportrait» del 1976 e lo stesso suo attuale apparire senza nascondere gli effetti del tempo sul fisico lo rendono ancora più evidente. Tutto questo ha a che fare con una propensione malinconica o è una forma di ironia?
Entrambe. Il senso del tempo è parte integrante della concezione del mio lavoro. Mia intenzione è mostrare la vita di un uomo impegnato a individuare se stesso nel mondo. L’idea base di quanto faccio è la condizione umana. Mi sono peraltro occupato di età e del trascorrere del tempo sin dagli inizi del mio lavoro. Forse il mio tema principale è lo sparire. Io lavoro con la melanconia, con l’ironia, con l’umorismo e con la sovversione. Il tutto in modo ambivalente.

Tempo fa Jean Clair curò una mostra sul tema dell’artista-clown. È una identificazione attendibile o pecca di retorica?
Ogni artista è un clown. Non lo si deve dimenticare. Ogni uomo è un clown.

Ritiene che l’arte debba essere portatrice di ambiguità o di dubbi?
Yes please!!!

Perché lo specchio, lo sdoppiamento, la gemellarità e lo scambio di ruoli sono temi e metafore ricorrenti nell’arte e nella letteratura contemporanea? Penso, tra gli altri (oltre a lei) a un artista come Paolini o a uno scrittore come Borges... È vero, come sosteneva Jacques Lacan, che il primo momento del riconoscimento della propria individualità avviene nell’infanzia davanti all’immagine riflessa (e quindi in certo modo «non veritiera») dello specchio?
Credo che siamo tutti «un autre» («Io è un altro», secondo un assioma di Arthur Rimbaud, Ndr). Chi siamo noi, e quanti, e quando?

L’uso delle droghe ha contribuito, in passato, a rafforzare in lei una forma di autoconsapevolezza o di autosvelamento?
Quando ero giovane mi ha sicuramente permesso di abbreviare il percorso per arrivare dalla conoscenza alla percezione dubbiosa dell’oggettività.

La politica occupa molto spazio nell’arte attuale, ma non nella sua opera. Perché?
Io la penso diversamente. Il ritratto «Lüthi piange anche per lei», che realizzai nel 1969-70, aveva un significato assolutamente politico di denuncia contro il machismo nel mondo. Non era consuetudine allora che un uomo piangesse, e sicuramente non a motivo della guerra in Vietnam. E lavori di questo genere, nel tempo, ne ho fatti numerosi.  Solo che a me non interessa fare riferimenti diretti alla politica quotidiana, o realizzare oggetti. Mi considero un artista politico, perché intendo con questo termine un portatore di una politica di sovversione. Non ritengo che l’artista debba collaborare con la politica o con il potere. Il mio lavoro mira, infatti, alla destabilizzazione dell’individuo.

La sua recente opera «La rivoluzione siamo noi» sembra contenere un chiaro riferimento al noto autoritratto di Beuys, ma solo nel titolo. Perché ha scelto una figura femminile e un bambino per rilanciare quello slogan dopo tanti anni?
Trovai il lavoro di Beuys molto bello e diretto, solo che oggi sento che mia figlia, con sua figlia (le persone raffigurate nell’opera, Ndr) rappresentano una posizione rivoluzionaria, e che un mondo governato dalla forma sociale del matriarcato funzionerebbe meglio. Questa opera è un segno di speranza nel futuro, oltre che, ovviamente, un piccolo omaggio a Joseph Beuys.

In che cosa consiste esattamente il suo evidente interesse per l’architettura e per la spazialità?
La mia arte non termina con la creazione di un singolo oggetto. L’architettura è la madre di tutte le arti e senza spazio, e relative spazialità intermedie, non può sorgere alcun contesto artistico. L’arte semplicemente non esisterebbe.

La pittura, che ha occupato uno spazio importante all’inizio della sua carriera, rimane ancora parte del suo lavoro?
Io sono un artista concettuale, e non sono né pittore né fotografo. Solo che cerco di trovare per ogni lavoro il medium corrispondente all’espressione dell’essenza del lavoro. E ciò comprende l’uso di svariati procedimenti. Un sentimento o un’idea non hanno forma. Per me il lavoro sostanziale di un artista «figurativo» consiste ancora nel reperimento della forma capace di traghettare il sentimento o l’idea.

Vuole anticipare ai nostri lettori com’è concepito il suo intervento ad Artissima?
Per Artissima realizzo un’installazione d’assieme, costituita da differenti elementi tratti dalla serie «Lost Direction», con l’intento naturalmente anche di determinare associazioni con la sfera politica. Questo però solo nel senso di una confluenza di più piani...

Lei ha dichiarato: «Quando uno fa arte, ha molti padri, tanto più se fa arte contemporanea». I suo «padri» chi sono?
Sono convinto che nell’arte, sin dalle origini dell’umanità, sia cambiato molto poco. Ad animare l’arte sono sempre le stesse forze. Man Ray disse che è come fare l’amore, c’è poco da inventare. Tuttavia, artisti o culture che ho considerato sempre importanti per me sono: l’arte egizia, l’arte africana, il Rinascimento, il Cubismo (Picasso, Gris), Velázquez, Feuerbach, Vallotton, Geiser, Duchamp, Man Ray, Mondrian, Maillol, Donald Judd, Tuttle, Rivera....

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