«In questa casa si sono posati gli angeli», ovvero il piacere di essere anticollezionista

In questa intervista esclusiva a «Il Giornale dell’Arte» Luigi Magnani, raffinato quanto rarissimo superstite di una «razza» di connaisseurs in estinzione, racconta la sua straordinaria iniziazione artistica

Luigi Magnani in un ritratto di Milton Gendel (particolare). Foto tratta dal sito della Fondazione Magnani Rocca
Carlo Bertelli |

Da sabato 15 settembre fino al 14 ottobre, a Reggio Emilia, nel Palazzo Magnani (corso Garibaldi, 29) ha luogo la mostra «I capolavori della pittura antica della collezione Magnani», realizzata in collaborazione con l’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Modena, il patrocinio della Regione Emilia Romagna, la collaborazione del Comune di Reggio Emilia e un contributo della Cassa di Risparmio. Vi sono esposte 45 opere, dipinti di Tiziano, Carpaccio, Rubens, Lippi, Ghirlandaio, Gentile da Fabriano, Dürer, Lorenzo Costa, van Dyck, Füssli (catalogo Arnoldo Mondadori). Successivamente la mostra verrà trasferita a Milano nella Pinacoteca di Brera.

Luigi Magnani è un nome difficilmente noto al grande pubblico che pure comincia a familiarizzarsi con quelli di qualche collezionista (della Guggenheim, di Thyssen, di Panza di Biumo, di Jesi, Jucker e Mattioli), ma nel ristretto ambito dei maggiori studiosi di tutto il mondo, dei direttori di museo, dei grandi antiquari la sua superba raccolta di arte antica e contemporanea ha da tempo un’altissima reputazione ed è, come suol dirsi, meta di pellegrinaggi devoti.

Altrettanto straordinario quanto le sue sceltissime opere è il personaggio, che ha riservato a «Il Giornale dell'Arte» e alla rivista inglese «Apollo» l’insolito consenso a venire intervistato. Gino Magnani, come risulterà dalle sue stesse parole, per l’educazione e la privilegiata condizione familiare, è una singolare quanto ormai pressoché scomparsa ed irripetibile figura di connaisseur nel senso stretto del termine, la cui vita è stata interamente ed esclusivamente dedita alla pratica rigorosa delle arti: musicologo raffinato e stimatissimo, letterato, bibliofilo, medioevalista, collezionista d’arte ma prima ancora intenditore, studioso e saggista, egli ha coltivato in tali discipline amicizie selezionatissime, a talune delle quali (per esempio con Berenson) accenna nella conversazione che ci ha accordato.

Una consuetudine estetica praticata fin da fanciullo lungo quasi l’intero arco del secolo, una esistenza solitaria, trascorsa per lo più nella antica villa di famiglia in un grande parco secolare tra Reggio e Parma, costantemente condotta con un irreprensibile rapporto con le arti al più alto livello qualitativo. «In questa casa si sono posati degli angeli» egli dice alludendo alla concentrazione di bellissime opere da lui raccolte. E spiega: «Come le anatre, anche gli angeli hanno i loro luoghi di riferimento, i loro luoghi prediletti di sosta».

Ma si impazientisce con chi lo qualifica collezionista: «Il mio piacere, ci dice, è di fare l’anticollezionista». Con ostinazione, quale quella che l’ha portato nei giorni precedenti il nostro colloquio, sofferente dei postumi di un’operazione, a consultare ben quattro o cinque medici fino a trovare quello che gli consentisse quanto gli altri gli avevano negato, cioè il placet a un rapido viaggio per rivedere gli affreschi di Oberzell nella Reichenau del prediletto periodo ottoniano.

E con sottile civetteria, come testimonia la sua bella immagine che abbiamo ottenuto a corredo del servizio la quale, per onor di firma, risale a diversi anni or sono: il ritratto infatti è opera della indimenticabile Ghitta Carell, ben nota ai cultori dell’arte fotografica.

Professor Magnani, quale fu la sua iniziazione all’arte, fin dai più remoti ricordi dell’infanzia?
Ho avuto la fortuna di essermi scelto degli ottimi genitori. Mio padre amava la musica e mi accompagnava alla Scala al Comunale di Bologna ove per la prima volta ascoltai il «Tristano». Mia madre era appassionata per la letteratura e la pittura, ogni anno mi portava con sé nei suoi viaggi a visitare città, chiese, musei rendendomi partecipe del suo amore per l’arte. Il gusto per la pittura, per la musica e per la poesia nacque in me non disgiunto. Questo giustifica anche la varietà nei miei interessi culturali e del mio lavoro.

Pur essendo la sua una delle ultime, rare figure di conoscitore generale delle arti, lei ha tuttavia manifestato in ciascuna di
esse un’applicazione assai specialistica.
Vorrei sperarlo perché ho sempre cercato di condurre le mie indagini con il massimo impegno e rigore.

Oltre all’influenza dei genitori, ha avuto da adolescente un maestro o un compagno prediletto nella sua formazione artistica?
Ho avuto un’adolescenza solitaria e malinconica, tristissime vicende familiari mi rinchiusero nella cerchia dei più intimi affetti. Ho letto sempre moltissimo. A Salisburgo ebbi la mia prima rivelazione e consacrazione musicale ascoltando le esecuzioni di Bruno Walter, di Furtwängler e di Toscanini. Furono giorni di beatitudine perfetta in quella città per me allora Santa.

Come si è manifestata la sua affezione per le arti figurative?

Viaggiando, visitando i musei con l’animo aperto ad accogliere tutte le più svariate emozioni, dalle visioni celesti di Beato Angelico a quelle infernali di Bosch. Sedicenne ebbi il privilegio di visitare i musei d’Europa con l’impareggiabile guida di Adolfo Venturi, padre della nostra storia dell’arte, che mi apprese a saper cogliere al di là delle suggestive apparenze figurative di un’opera ciò che in essa l’artista vi aveva colto ed espresso di più reale e di più profondo: la forma, pietra di paragone di ogni giudizio e di ogni scelta.

Ancora studente liceale mi fu spontaneo e naturale prendere quale oggetto di studio diretto una statua del ’500, il Giano bifronte che sta nella nostra casa, opera di un allievo di Michelangelo, Prospero Sogari detto il Clemente, attorno a cui andai componendo la mia prima monografia di un artista, cui seguì poco dopo quella di uno scultore modenese del ’500: Antonio Begarelli.

Risalii poi, per farmi le ossa, agli studi sull’Alto medioevo e precisamente a quello sulle miniature del Sacramentario di Warmondo (inizio del secolo XI) che fu pubblicato dalla Biblioteca Vaticana e che mi valse l’ambito invito a redigere il corpus dei manoscritti di quella celebre biblioteca. Ma, per quanto affascinato da quel mondo di alta civiltà carolingia e ottoniana, me ne dissuase l’attrazione che esercitava su di me il mondo della musica, della poesia, della pittura.

Come ha continuato in seguito ad alimentare il suo rapporto con il mondo dell’arte? Quali amicizie ha avuto in questo mondo?

Frequentando artisti, interessandomi alla loro opera e facendone oggetto di studio. Tra le amicizie che mi furono più care vi è quella di Eugenio Montale. Egli soleva trascorrere frequenti periodi in campagna da noi, attento a cogliere, a riconoscere di ogni uccello del bosco il suo verso, pronto a costituire un comico rapporto tra ogni semplice evento familiare e una frase tratta da un melodramma, che con la sua voce baritonale faceva risuonare in tutta la casa. Serbo un caro e piacevole ricordo anche delle visite autunnali di Bernard Berenson e di Giorgio Morandi, tanto diversi tra loro ma che creavano, entrambi, intorno a noi un’aura di alta civiltà, di eletta spiritualità il cui ricordo ne rende anche più sensibile la nostalgia.

Perché lei sembra dispiacersi quando la si definisce un collezionista?

Poiché questa definizione non corrisponde alla mia attività e non mi assomiglia. A differenza dei collezionisti non frequento gli antiquari, non vado alle aste, non visito le mostre. Ho, sì, un mio museo immaginario formato dalle opere più amate e ammirate nel tempo, e di altre che per qualche fatalità hanno preso corpo e sostanza reale presso di me, senza tuttavia che io faccia tra le une e le altre grande differenza. Esse sono per me tutte oggetto di uguale amore e degne della più devota contemplazione: abitano la mia mente come la mia casa, e se per caso alcune di queste ultime non risultavano degne di quella collocazione ideale, salivano in solaio, mentre altre che passavano sul mio cielo si posavano silenziosamente su quei vuoti come angeli.

Lei è stato un testimone, pur nella sua solitudine, del recente cambiamento dei costumi e dei rapporti tra la società e l’opera d’arte. Qual è il suo giudizio sul pubblico attuale dell’arte?

Se è aumentato molto l’interesse per l’opera d’arte in genere non c’è da illudersi che se ne sia raggiunta una migliore comprensione. È un fenomeno più di espansione che di approfondimento, che può produrre equivoci e molta presunzione nel giudizio. Basta la visita a una mostra per accertarsene.

In settembre ci sarà la mostra delle opere antiche della sua collezione. Ora lei è notoriamente una persona molto discreta, riservata, selettiva nelle sue amicizie. L’ostentazione non le si addice. È la prima volta che si espongono le sue opere in questo modo. Che cosa l’ha indotto ad «aprirsi», a rendersi pubblico?

Per verità la collezione è stata sempre aperta e frequentemente visitata da studiosi ed artisti, quanto inflessibilmente chiusa ai curiosi.

L’articolo è apparso originariamente su «Il Giornale dell’Arte», n. 15, settembre 1984.

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