È il blu egizio il primo pigmento artificiale

Rintracciato a Ostia Antica, insieme al preziosissimo cinabro, in virtù della sua luminescenza se osservato con la fotografia multispettrale

Analisi XRF (X-ray fluorescence) per l’identificazione dei pigmenti su una delle pareti dell’Insula di Giove e Ganimede nel Parco archeologico di Ostia antica © PA-OANT - MPA-Uni. Stoccarda, EFR
Arianna Antoniutti |  | Ostia Antica (Rm)

I sette secoli di storia, dal II secolo a.C. al V d.C., che gli edifici del Parco archeologico di Ostia antica dispiegano, offrono agli archeologi uno scenario assai prezioso, nel quale può essere letta la successione di fasi e tecniche edilizie e decorative. Gli affreschi di Ostia antica sono stati recentemente oggetto di una ricerca condotta da un gruppo interdisciplinare di archeologi, storici dell’arte, geologi, fisici, chimici e restauratori.

L’équipe internazionale, coordinata da Paolo Tomassini (Ecole française de Rome - Université catholique de Louvain), che ha visto impegnate istituzioni quali la Aachen Universität, la Stuttgart Universität e il Pratt Institute di New York, ha compiuto una serie di analisi fisico-chimiche sulle pitture parietali conservate in importanti complessi edilizi ostiensi.

I risultati, in corso di pubblicazione, offriranno importanti novità e, come annuncia Tomassini «avranno un impatto considerevole sulla conoscenza non solo della pittura romana ostiense, ma romana in generale. Una scoperta di grande rilievo è stato il dimostrare l’uso massiccio del blu egizio mescolato ad altri pigmenti, come il bianco, il verde, il giallo e il rosso, anche in contesti della seconda metà del II secolo d.C., come l’Insula di Giove e Ganimede, l’Insula del Soffitto Dipinto e il Caseggiato degli Aurighi, in un periodo in cui si pensava non fosse utilizzato. L’identificazione del blu egizio è risultata particolarmente soddisfacente grazie a un tipo molto efficace di analisi, la Visible Induced Luminescence, che rintraccia questo pigmento, il primo pigmento artificiale della storia, in virtù della sua forte luminescenza, se osservato con la fotografia multispettrale».
La rilevazione del blu egizio grazie alla tecnica della Visible Induced Luminescence
Le tecniche di analisi non invasive e non distruttive utilizzate, grazie a un protocollo messo a punto dall’équipe italo-franco-tedesco-belgo-americana, ha consentito la combinazione di una serie di analisi mai prima realizzate in quantità così elevate e diffuse a Ostia. Con le strumentazioni portatili è stato possibile utilizzare direttamente in situ tecniche come la fluorescenza a raggi X, la spettroscopia Raman, la spettroscopia nel quasi infrarosso, la risonanza magnetica nucleare, la spettroscopia FTIR e la citata Visible Induced Luminescence.

Sono stati identificati con precisione la composizione chimica dei pigmenti, la natura, il numero e gli spessori degli strati preparatori di malta, e la presenza di leganti organici mescolati ai pigmenti stesi sulle superfici a secco. Inoltre, comparando tecniche e analisi degli schemi decorativi, si è accertata la presenza di una bottega che ha lavorato in più punti della città nello stesso periodo.

«Un altro risultato di spicco, aggiunge Tomassini, riguarda l’utilizzo del cinabro, il colore più prezioso dell’antichità, menzionato da Vitruvio e Plinio il Vecchio per il suo altissimo prezzo, anche in epoche relativamente tarde come il III secolo d.C. Solo grazie alla tecnica, si può far parlare, dopo un silenzio durato quasi due millenni, questi meravigliosi artigiani che oggi chiameremmo artisti, riusciti a consegnarci dei capolavori dai colori ancora intatti e pronti ad affrontare i secoli».

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Arianna Antoniutti