«Hard/Soft» al Mak di Vienna: tessuti e ceramiche interdisciplinari

Le opere di una quarantina di artisti, chiamati a raccolta dalle curatrici Bärbel Vischer e Antje Prisker, aprono i confini verso architettura e arte digitale, musica, performance e danza

«Hotel du Pavot, Chambre 202» (1970-73) di Dorothea Tanning
Flavia Foradini |  | Vienna

«In quanto Museo di Arti Applicate la nostra istituzione osserva con attenzione gli sviluppi in campo internazionale, e soprattutto nell’ultimo decennio abbiamo rilevato, in opere sia figurative sia astratte di giovani artisti, un inserimento frequente di elementi tessili e di ceramica, che assumono ruoli significativi come mezzi espressivi»: spiegano così le curatrici Bärbel Vischer e Antje Prisker l’intento della nuova mostra del Mak «Hard/Soft», dedicata dal 13 dicembre al 28 aprile 2024 proprio alla rilevanza di stoffe e manufatti di ceramica per l’arte del nostro tempo. Ed è la prima volta che nella sua lunga storia il museo viennese si dedica a questo tema, attingendo in primis alle proprie collezioni di arte contemporanea, tappeti, stoffe, vetri e ceramiche, ma ricorrendo anche a mirati prestiti da musei e collezioni internazionali.

L’invito a partecipare all’iniziativa ha coinvolto una quarantina di artisti, fra cui El Anatsui, Gelitin, Ulrike Müller, Anni Albers, Magdalena Abakanowicz, Noa Eshkol, Franz Erhard Walther, Ranti Bam, laddove Willem de Rooij, Michele Pagel e Ingrid Wiener hanno creato opere appositamente per la mostra. Le tipologie dei lavori esposti spaziano da oggetti a installazioni, a sculture: «Le stoffe e la ceramica sono presenti in tutti gli ambiti culturali e sono strettamente legate alle arti applicate: sono inoltre elementi identitari di una società, del suo sistema di relazioni e di produzione e mostrano una spiccata prevalenza creativa femminile, dunque il nostro intento è anche quello di illuminare processi socioculturali, tecniche artigianali e questioni di genere».

Fra le tendenze osservabili ai nostri giorni, la mostra sottolinea inoltre l’apertura a sinergie interdisciplinari, con opere che aprono i confini verso architettura e arte digitale, musica, performance e danza, rimescolando generi e stili. Fra le opere esposte spiccano «Hotel du Pavot, Chambre 202» (1970-73) dell’americana Dorothea Tanning (1910-2012) in prestito dal Centre Pompidou: «Un’installazione iconica e surreale, in cui dalle pareti, dal camino e dai mobili nascono soffici agglutinazioni, la cui morbidezza e flessibilità amplia i confini del campo della scultura». Le opere di Sônia Gomes sono invece saldamente ancorate alla tradizione, a narrazione e ai materiali afrobrasiliani: «Con il suo uso prevalente di stoffe usate e di oggetti quotidiani, l’artista fa emergere tracce del passato, e con la matericità e il dinamismo delle sue creazioni rivela una stretta affinità con le danze brasiliane».

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