«Contaminata» e virale

La nuova direttrice della Galleria Nazionale scardina la cronologia e mette in scena una mostra mista in cui l’Ottocento (ridotto) si rapporta al moderno e al contemporaneo. Alle inevitabili polemiche su una museologia tradita e a un percorso sin troppo ammiccante e «relazionale», risponde l’alto gradimento del pubblico

Franco Fanelli |  | Roma

Gli italiani hanno in genere un rapporto complesso, anzi complessato con l’Ottocento, soprattutto con quello del loro Paese. Lo considerano in colpevole ritardo sull’Impressionismo, zavorrato dalla pittura di storia, oscillante tra revival medievale e Risorgimento, sempre ai limiti del kitsch, tra il bozzettismo di Quadrone e l’Orientalismo di Pasini, funereo e pompieristicamente neomitologico nella scultura. Si salvano (lo dicono i dati dei visitatori, gli unici che ormai sembrano contare), Boldini e De Nittis, complici il glamour e la mondanità di cui furono compiaciuti cantori. Del Neoclassicismo si sa di Canova, o poco più. Anche sul mercato, dopo il risveglio tra gli anni Ottanta e Novanta, l’Ottocento non avanguardista segna il passo.
 
Sarà un caso, ma due musei italiani dotati di congrui nuclei ottocenteschi hanno intrapreso strategie mirate a far digerire il boccone ai loro visitatori:
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