«Compro l’arte andando alla ricerca delle sfaccettature dell’animo umano»

Avvocato penalista, incontenibile collezionista, Giuseppe Iannaccone ha ora istituito una fondazione che porta il suo nome. Non è un’autocelebrazione: semmai una volontà di condivisione

«Il falò dei gonfiabili» (2023), di Pietro Moretti
Ada Masoero |  | Milano

Lui, Giuseppe Iannaccone, è un avvocato penalista di chiara fama, a capo di uno Studio legale che è un punto di riferimento nel diritto commerciale e societario e nel settore dei «White collar crimes», ma è anche un collezionista (per sua stessa ammissione) incontenibile, seppure dallo sguardo decisamente affilato, com’è testimoniato dalle sue scelte. Tanto da aver trasformato la sede del suo Studio, nel cuore di Milano, in un vero museo d’arte contemporanea italiana e internazionale.

Dopo tanti anni, durante i quali la sua passione collezionistica ha fatto capo a lui soltanto, intrecciandosi con la vita professionale, ha voluto «fare ordine» in quella sua passione e dare vita alla Fondazione Giuseppe Iannaccone ETS. Nulla di autocelebrativo ma piuttosto la volontà di condividere con altri la vocazione di apertura verso la collettività e di sostegno ai giovani artisti che da sempre accompagna le sue scelte. Ne parliamo con lui.

Avvocato Iannaccone, lei ha condiviso più volte la sua collezione di arte italiana «dissidente» degli anni Trenta, esponendola in sedi pubbliche, in Italia e allestero. E ha aperto più volte il suo studio allestendo mostre di giovani artisti contemporanei fra i grandi autori della sua raccolta. Ora, la Fondazione: perché?
Come le anticipavo, desideravo fare ordine in questa mia passione. Gli argomenti sono tre: trovare una destinazione pubblica alla collezione di arte italiana espressionista degli anni Trenta (la prima che ho formato, che non smetterò mai di migliorare e di far crescere); esporre sempre più spesso al pubblico, per ora nel mio studio, quella di arte contemporanea, che è molto cresciuta e maturata; e ora dar vita a una Fondazione che simpegni a diffondere l’arte a fini sociali.

È una Fondazione di famiglia, presieduta da me, del cui Board fanno parte mia moglie
Alessia, vicepresidente, il mio figlio maggiore Tommaso, la collega e amica Caterina Fatta ma anche tre amici, persone di primissimo piano nel campo dell’arte e non solo, che sono orgoglioso abbiano accettato di essere al mio fianco: Letizia Moratti, che mi onora della sua fiducia e la cui Associazione Genesi ha finalità affini a quelle che intendo perseguire qui; Roberto Spada, importante commercialista milanese, collezionista e fraterno amico, e un gallerista del valore di Claudio Guenzani, cui va tutta la mia riconoscenza per avermi aiutato nella costruzione della mia raccolta, dandomi sempre e soltanto dei veri capolavori.

Direttore artistico e direttore generale ho nominato
Daniele Fenaroli, che ha meritato sul campo questo incarico; senza la sua passione e la sua dedizione non sarei stato in grado di realizzare tutto ciò che abbiamo fatto: solo negli ultimi mesi, una mostra a Pavarolo, in Casa Casorati, una a San Giovanni Valdarno, in Casa Masaccio, con Massimo De Carlo, e una nella chiesa della Compagnia della Disciplina della Santa Croce, nel Rione Forcella a Napoli, dove sette opere contemporanee della mia collezione sono state collocate, con un esito sorprendente, dove cerano gli antichi dipinti, rimossi perché in restauro: volevamo dimostrare che nella mia Napoli, anche in un quartiere considerato difficile come Forcella, si può fare e creare cultura. Sono appena stato lì, ebbene le scolaresche di Forcella vanno a visitare la mia mostra. È quello che volevo! Oltre a questo, Daniele sta curando molteplici mostre in studio, lultima delle quali è la personale di Pietro Moretti.

La Fondazione avrà una sede? E le sono state conferite opere darte?
La Fondazione, che per ora ha sede qui, nel mio studio, è stata patrimonializzata ma, per il momento, non le ho ancora conferito opere. Nel futuro è molto probabile che si arricchirà delle opere di giovani artisti, ma il suo primo obiettivo sarà mettersi al servizio di questi giovani e di chi vorrà beneficiare dellarte. Perché larte ha un fortissimo potere terapeutico: stiamo collaborando con il Comitato Andos, lAssociazione nazionale delle donne operate al seno, e ho potuto constatare che la semplice visita alla collezione ha creato in loro emozioni positive fortissime. Ma intendo estendere questo lavoro di sostegno anche ad altri ambiti clinici e ad altre forme di sofferenza, anche nel sociale.

Come intende incidere, invece, sul sistema dellarte?
La molla principale che mi spinge ad aiutare i giovani è la constatazione che il sistema dellarte in Italia è purtroppo carente. Allestero i giovani artisti hanno delle vere «scuole»,  che sono i musei di arte contemporanea. Da noi la carenza di musei d’arte contemporanea è sotto gli occhi di tutti; Milano stessa non ne ha uno. Ecco che io, nel mio piccolo, apro a loro (e a tutti gli amanti dell’arte, innanzitutto ai milanesi) il mio studio, e ho lorgoglio di poter dire che oggi è un piccolo museo, ed espongo il loro lavoro per offrire una visibilità pubblica ma anche per permettere loro di confrontarsi con le opere di autori consacrati come Cindy Sherman, Lynette Yiadom-Boakye, Hernan Bas, Toyin Ojih Odutola, Nicole Eisenman e molti altri: un confronto che non possono certo realizzare in un museo che non c’è. Lo Studio diventa quindi un luogo di esposizione pubblica non finalizzata al mercato: un museo, appunto.

Lei è un collezionista a tutto campo, ma la passione per la pittura è evidente. Qual è la sua opinione sullattuale pittura, specie italiana?
Credo nell’immortalità della pittura ed è giusto continuare a confrontarsi con essa. In questo senso, ho molto apprezzato la mostra «Pittura italiana oggi» di Damiano Gullì, in corso in Triennale (dove, va detto, ci sono numerosi miei artisti e alcune opere della mia collezione): essa fa il punto, con coraggio, sullo stato di salute della pittura italiana. Troppi 120 artisti? Non credo, innanzitutto diciamo che di fuoriclasse assenti non ce ne sono: ci sono, viceversa, fuoriclasse presenti come Jem Perucchini; lui è un artista certamente fuori dalla media, che rimarrà, ne sono sicuro. Così rimarranno anche Chiara Enzo, Iva Lulashi, Roberto de Pinto, Patrizio di Massimo, Emilio Gola, Alessandro Fogo, Pietro Moretti, nonché il giovanissimo Aronne Pleuteri. Se poi qualche critico dovesse dire che c’è qualcuno che non meritava di esserci, beh, gli risponderei di star sereno, aspettiamo tutti il giudizio che la storia darà inevitabilmente. Intanto, ringraziamo Damiano Gullì per averci offerto questa bella opportunità anche di dibattito sulla nuova pittura, quella dei giovani.

Lei ha scoperto parecchi giovani artisti: in molti, infatti, si rivolgono a lei per sottoporle i loro lavori. Quali sono i suoi criteri di scelta?
Compro larte andando alla ricerca delle sfaccettature dellanimo umano. Cerco sempre una rappresentazione poetica dellinteriorità: era così quando acquistavo larte degli anni Trenta ed è così ora, con il contemporaneo. Con i giovani peraltro condivido emozioni che vivo anch’io tutti i giorni e dunque la ricerca ha un valore in più: cogliere chi sa raccontare in modo poetico e originale ciò che io stesso posso osservare tutti i giorni.
Un ritratto di Giuseppe Iannaccone; alle spalle «Passing/Posing« (2004), di Kehinde Wiley
Ma come deve muoversi, oggi, un giovane artista per affermarsi?
Deve avere una grande umiltà e deve studiare la storia dellarte. Quando vedo che non conoscono, non dico il Sei o il Settecento ma nemmeno il Novecento, non posso prenderli in considerazione. La storia dellarte è il minimo che un giovane artista debba conoscere, poi va da sé che conta moltissimo anche la cultura in generale. Come può, un giovane artista, pensare di aggiungere anche una sola pagina a quel libro meraviglioso che è rappresentato dalla storia dellarte se non conosce che cosa è stato scritto fino ad ora in quel magico libro? Allora mi si chiede cosa deve fare; deve andare per musei di arte antica e contemporanea, deve conoscere le collezioni private, perché i collezionisti, quelli veri, raccolgono sempre opere di qualità, devono poi frequentare le migliori gallerie, perché i bravi galleristi hanno molto da insegnare ai giovani così come a noi collezionisti.

In realtà il decalogo delle raccomandazioni non è finito qua. Mi si permetta di toccare un tema delicato: il giovane artista deve affidarsi solo a figure di comprovata professionalità, diffidando invece di quegli operatori del settore, come curatori o consulenti in generale, che non esplicitano con trasparenza i loro legami con il mercato (figure queste dalle quali, peraltro, dovrebbero guardarsi anche i collezionisti). Mi si dirà: ma dov’è il pericolo? I galleristi hanno un ruolo trasparente, si sa quando ci si confronta con loro quale sia la loro collocazione nel sistema dell’arte e ci si comporta di conseguenza; viceversa, se, come avviene spesso, il curatore di collezioni ha intrecci e interessi economici con il mercato dell’arte (tanto più se non ne svela l’esistenza), ci si affida, ci si lascia consigliare, qualche volta addirittura guidare, ignari del suo conflitto d’interessi tra il ruolo di consulente e quello di soggetto portatore di un interesse economico personale nell’operazione di mercato. E i giovani artisti che fanno curare una propria mostra da costoro, devono sapere che mettono seriamente a rischio la loro immagine e dunque la loro carriera. Allora, amici artisti, affidatevi a veri galleristi, a veri curatori e operatori dell’arte che abbiano nel sistema un ruolo chiaro e trasparente. Credo che occorra fare pulizia nel mercato ed è ora che qualcuno abbia il coraggio di dirlo.

Quali sono stati i suoi primi acquisti nel contemporaneo? Erano artisti già affermati o emergenti?
Ho iniziato con una «Sirena» di Claudio Bonichi: sognavo un dipinto di Scipione (Gino Bonichi, Ndr), e acquistai questopera, molto bella, di suo nipote. Non la venderò mai. Poi fu la volta di Piero Guccione ma, arrivati agli anni Novanta, mi accorsi che l’Italia era troppo piccola rispetto a ciò che stava accadendo nel campo dell’arte; fu così che presi a guardare allarte internazionale: nei primi anni Duemila acquistai lavori di Kehinde Wiley, quando nessuno comprava artisti africani. Andavo in cerca di emozioni nuove e, facendo un primo bilancio, presto mi accorsi che avevo scelto soprattutto opere di artisti di colore, di donne o di omosessuali. Non fu una scelta razionale. Forse dipendeva dal fatto che queste persone, nella storia dellarte, avevano sempre taciuto (direi avevano troppo taciuto) e così, quando si sono sentite libere di parlare, hanno sviluppato un’arte mai vista prima. E oggi? È diventata purtroppo una moda e io sono disorientato.

Lartista che ha scoperto più precocemente?
Un mio fiore allocchiello è Toyin Ojih Odutola (Nigeria, 1985; ha vissuto in Alabama, poi a San Francisco, ora a New York, Ndr): nel 2018 lho portata a “Manifesta”, a Palermo, dove ero stato selezionato fra i collezionisti advisor, convincendo la commissione dell’assoluta qualità del suo lavoro. Era una ragazzina. Finanziai il restauro di una casetta nell’Orto Botanico di Palermo e fu una mostra spettacolare. Quando, all’inaugurazione, lei mi conobbe, mi abbracciò con un tale affetto che mi commosse. E dire che ero in lista dattesa con la sua gallerista di New York, che mi disse che avrei dovuto attendere tre anni per un suo lavoro. Dissi a mia moglie: “in sei mesi ne avremo due”. C’è un destino, evidentemente: tornato da Miami, trovai la lettera di “Manifesta”, la invitai, vincendo inizialmente parecchie resistenze, e fu un successo. Entro sei mesi ebbi due suoi capolavori. E oggi lei è in tutti i più importanti musei del mondo.

Parliamo della personale di Pietro Moretti: quante le opere in mostra, e a quali dei suoi artisti ha guardato?
Come sempre, gli avevo detto: «Pietro, fa’ ciò che vuoi». E con mia grande felicità, lui, che è molto colto, ha guardato a Scipione, a Pirandello, a Birolli, a Guttuso, a Ziveri e a Badodi, artista, quest’ultimo, che io amo moltissimo ma che nessuno considerava prima che lo esponessi nelle numerose mostre della mia raccolta storica. Saranno esposte una quarantina di opere, divise equamente tra quelle realizzate da Pietro per l’occasione e quelle degli anni Trenta: il divario cronologico che le separa si annulla immediatamente se, come ha fatto Pietro, si pone al centro il sentire umano e la riflessione intima che ne scaturisce. Moretti ha aperto una serie di prospettive e ha portato sulla tela un dialogo fatto di adolescenza, crescita, inadeguatezza, affermazione del sé e anche di ferocia degli adolescenti, i quali talora non si rendono conto delle conseguenze che le loro bravate violente hanno sugli altri.

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