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«Broken Nature»: il design deve essere sostenibile

La XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, a cura di Paola Antonelli

Futurefarmers (Amy Franceschini), «Seed Procession», 2016. Seed Journey. Foto: Monika Lovdahl. Courtesy Futurefarmers

Milano. È il «design ricostituente» il protagonista della XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano: quel design cioè che sa reinterpretare il rapporto fra gli esseri umani e il contesto degli ecosistemi, sociali e naturali, in cui essi vivono. Occorre infatti ripensare la nostra relazione con l’ambiente e con tutte le specie viventi, compresa quella umana. E il design, sempre più intrecciato con la scienza, può contribuire a tale ripensamento.

La manifestazione, intitolata «Broken Nature: Design Takes on Human Survival», che si apre domani e rimane aperta sino al primo settembre, ha tutti i numeri per essere uno dei grandi eventi dell’anno anche per l’autorevolezza della curatrice dell’esposizione tematica, Paola Antonelli (senior curator del Dipartimento di Architettura e Design e direttrice del reparto Ricerca e Sviluppo al MoMA, qui con Ala Tannir, Laura Maeran ed Erica Petrillo). Senza dimenticare la varietà delle partecipazioni internazionali (coordinate da Laura Agnesi e Marco Sammicheli) che includono quasi tutte le Nazioni d’Europa, e poi Algeria, Tunisia, Senegal, Libano, Russia, Cina, Stati Uniti, Cuba, Haiti, Australia, fino al Myanmar e al Buthan.

Ai progetti che meglio avranno saputo interpretare il tema proposto andranno, per la prima volta, i «Bee Awards» («Golden Bee», di Chiara Vigo; «Black Bee», di Oli Bonzanigo; «Wax Bee» di Bona Calvi), assegnati da una giuria internazionale. A tutti questi Paesi si aggiunge una «Nazione» fondamentale per la sopravvivenza del pianeta: la Nazione delle Piante, presentata in un’esposizione immersiva e spettacolare ma basata sugli studi del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, che nelle piante indica un modello da seguire per l’umanità.

Presenti sulla Terra da un tempo ben più lungo dell’uomo, le piante hanno infatti saputo adattarsi ai cambiamenti, elaborando soluzioni efficienti e non predatorie nei confronti dell’ecosistema.

La mostra tematica riunisce progetti commissionati e prestiti di lavori nuovi (di Alexandra Fruhstorfer, Dominique Chen, Google Brain) o realizzati negli ultimi trent’anni. È il caso di «Hippo Roller» di Pettie Petzer e Johan Jonker, di «Quinta Monroy», progetto residenziale di Elemental, delle «100 sedie in 100 giorni» di Martino Gamper, e di «Eyewriter low-cost», di Zach Lieberman e altri.

Tre i progetti commissionati: «Ore Streams», del duo Formafantasma, sul riuso dei rifiuti elettronici, il lavoro di Neri Oxman & Mediated Matter Group, MIT Media Lab, che si avvale della melanina (il pigmento che conferisce il colorito alla pelle umana) utilizzandola in chiave architettonica, per dimostrare come il design possa correggere i pregiudizi, e «Birdsong», del collettivo Sigil Collective (Beirut-New York), in cui s’investiga il rapporto tra uccelli, umani, paesaggio e storia in Siria. A tutto si aggiungono una piattaforma digitale (brokennature.org), e un catalogo bilingue.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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