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«Alle porte dei musei premono 50 milioni di persone»

Parla il direttore generale dei Musei del Mibact Antonio Lampis, secondo cui le potenzialità del patrimonio italiano sono enormi e ancora in gran parte da valorizzare

Antonio Lampis

Roma. Da oltre due anni Antonio Lampis è direttore generale Musei del Mibact. È succeduto in questa carica a Ugo Soragni.Abbiamo chiesto a Francesco Scoppola, suo collega fino al 30 settembre in qualità di direttore generale Educazione e Ricerca, di intervistarlo per un bilancio ad oggi.

Che cosa ricorda dell’inizio?

Ho assunto la guida della Direzione generale dei musei del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo nel settembre 2017. Tra le prime occasioni ricordo l’invito di Art lab a riflettere in pubblico sull’anno europeo del patrimonio culturale dal quale ho tratto alcune indicazioni significative per il lavoro che mi accingevo a svolgere. La decisione Ue 2017/864 del 17 maggio 2017 per «Anno europeo del patrimonio culturale» 2018 ha coinciso con la riforma del Mibact denominata Sistema nazionale dei musei. Cioè un sistema pensato per lavorare insieme alle Università e al sistema di formazione, ai tanti attori della società civile e soprattutto con le Regioni e i Comuni.

Un particolare collegamento si è stabilito da allora con la mia Direzione generale Educazione e Ricerca, anch’essa sorta come struttura nuova a seguito dello stesso processo di riforma del 2014.

Soprattutto in Italia una parte enorme del patrimonio culturale è nei musei e solo attraverso musei profondamente rinnovati potrà contribuire ancora di più alla crescita culturale, sociale, spirituale ed economica cui fanno riferimento la decisione europea e le tante riflessioni che la accompagnano. I musei italiani sono sempre più strettamente collegati al territorio cittadino o regionale nel quale furono creati, ma il nostro punto di forza sta proprio nel collegamento in capo allo Stato di centinaia di musei e luoghi della cultura. Il programma MuSST-Musei e Sviluppo dei Sistemi Territoriali giunto alla sua seconda edizione si è chiuso a dicembre 2019 con una giornata di confronto e verifica a cui hanno partecipato anche Anci e Federculture, oltre a rappresentanti della Direzione generale Musei del Mibact. È emerso l’enorme numero di progetti di alto livello condivisi tra i musei dei Poli museali, ora Direzioni regionali, e i tanti attori territoriali, assolutamente interessanti non solo in confronto con il panorama nazionale, ma anche con quello europeo verso il quale possono essere considerati come esemplari. Lo sviluppo del concetto di rete museale previsto dalla riforma è il passo verso uno sviluppo che ormai sembra inarrestabile.

Questi sono risultati evidenti. Può trattarsi anche degli effetti di un processo di grande respiro, come capita spesso con idee e iniziative alle quali già in precedenza si era lavorato. Per esempio, per studiare l’incremento continuo dell’affluenza al Colosseo si deve risalire alla legge Biasini, prima ancora dell’istituzione del Ministero, quando operava presso la Pubblica Istruzione la Direzione Generale Antichità e Belle Arti. Tutto ciò che oggi si va realizzando, allora pareva un sogno, si era arrivati addirittura a prevedere quali avrebbero potuto essere i risultati di quell’impegno. Leggere per credere il progetto Benevolo per l’area centrale di Roma.

Ai musei manca ancora un efficiente collegamento informatico condiviso, di facile uso e ben connesso con il Ministero. Un ambizioso piano triennale sulla digitalizzazione prevede un migliore interscambio che favorisca il flusso di informazioni, la valutazione dei big data, le verifiche gestionali e lo snellimento della gestione contabile. I musei soffrono dell’intricato groviglio normativo nell’amministrazione, della scarsa chiarezza delle troppe norme e della loro interpretazione, della sovrapposizione di controlli, soprattutto della gestione delle risorse umane. Occorre agevolare chi studia e lavora per la valorizzazione del patrimonio culturale. La semplificazione amministrativa è ancora gravemente insufficiente, ma resta il presupposto per evitare che interessi di parte comprimano l’interesse pubblico. Dopo 36 anni di lavoro nella pubblica amministrazione ancora ripeto che il principale argine all’inefficienza e alla corruzione sarà soltanto un più radicale processo di semplificazione delle norme sull’amministrazione e delle procedure amministrative.

Qual è la connessione con la ricerca?

È determinante reinserire le opere esposte nel contesto sociale ed economico da cui sono state tratte. Quelle opere erano nelle camere da letto, nelle chiese, raffigurano del cibo che magari si produce ancora, rappresentano arredi che magari un artigiano non tanto distante dal museo è ancora capace di fare. È importante anche la costante riqualificazione del personale di guardiania verso il sistema della vigilanza attiva per avere maggiore cura e dialogo con le varie tipologie di visitatori dentro e fuori il museo.

Agire oggi per il futuro.

L’indicazione europea conteneva un chiaro invito alle giovani generazioni. L’organizzazione del sapere ha per i più giovani una strutturazione completamente differente da quella del passato millennio. Si impara a gestire fin dall’infanzia una complessità esperienziale inconcepibile per le generazioni passate. Quasi ogni aspetto dell’esperienza culturale viene percepito in termini di evoluzione costante, con cui la staticità del patrimonio culturale dovrà inevitabilmente fare i conti in tempi brevi. Il sistema museale dovrà richiamare maggiormente l’attenzione sul lavoro degli artisti di oggi.

Senza conservatori e restauratori a chi sarebbe affidata la durata delle opere d’arte di ogni epoca, di ogni tempo e stile?

È ineludibile l’importanza della tutela, del progresso nel restauro e il ruolo sociale dell’arte. Dobbiamo ricordare che ieri come oggi senza il continuo lavoro degli artisti non ci sarebbe il patrimonio culturale.

A due anni dall’avvio del suo lavoro, che cosa è cambiato?

Nei centri principali la riforma riconosce il Museo, che in precedenza era organizzato come ufficio di Soprintendenza, come Istituto dotato di una propria identità, di un proprio bilancio e di un proprio statuto, consiglio di amministrazione e comitato scientifico. Nell’anno 2015, con la nomina dei primi direttori dei musei autonomi anche non italiani, nei media quell’estate si è parlato incredibilmente più di direttori di musei che di calciatori. Le parole «direttore di museo» sono diventate ricorrenti e i musei autonomi hanno raggiunto incassi fino a pochi anni prima inimmaginabili. Il tasso di crescita medio della partecipazione ai musei è del 7,3%, mentre quello del turismo si attesta intorno al 4%. Il dato è in controtendenza con quello europeo che spesso vede il numero di visitatori dei musei in decrescita. È una manifestazione di fiducia nei confronti dei musei. La riforma del 2014 e le modificazioni successive hanno attuato finalmente in Italia quanto le commissioni di studio parlamentari e l’Icom International raccomandavano fin dagli anni Sessanta: riconoscere al museo lo status di istituzione. È chiara l’individuazione delle responsabilità fondamentali: il direttore del museo è definito il «custode e l’interprete dell’identità e della missione del museo», nel rispetto degli indirizzi del Ministero. Il direttore è responsabile del progetto culturale e scientifico. I musei autonomi nascono nel 2015 con un direttore responsabile, un bilancio, degli organi di governo. Il 20% dei ricavi di ciascun museo confluisce nel fondo di solidarietà nazionale, per sostenere i musei che non rientrano nei principali circuiti turistici. È superato il precedente modello che vedeva i proventi degli incassi dei grandi musei affluire nel calderone del bilancio generale dello Stato.

La fruizione di musei e siti archeologici è stata recentemente definita dal Parlamento «servizio pubblico essenziale».

Una legge ha persino eliminato il diritto costituzionale di sciopero, come avviene negli ospedali, nei trasporti essenziali, nella sicurezza, riconoscendo il valore della cultura e della formazione quale diritto primario.

Le azioni di buon governo mirano al benessere diffuso, per usare termini antichi. Non sono spesa, ma investimento.

La riforma del Mibact del 2014 ha previsto 32 musei e parchi archeologici autonomi dotati di un direttore selezionato, a seguito di bando internazionale, da una giuria appositamente insediata. Dieci di loro sono inquadrati al livello di direttore generale in modo da consentire un riconoscimento di responsabilità e una retribuzione adeguata all’impegno richiesto da siti come Uffizi, Brera, Pompei, Colosseo, Museo Nazionale Romano. Inoltre, la riforma ha istituito 17 poli museali regionali (a eccezione delle regioni a statuto speciale Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Sicilia) per coordinare i musei statali non autonomi e favorire lo sviluppo di reti con le diverse realtà sociali e istituzionali del territorio e ha previsto la partenza di un Sistema nazionale dei musei. Nel 2019 un decreto ha introdotto nuovi musei autonomi e la nuova denominazione di Direzioni regionali invece dei Poli museali.

Dunque le Direzioni regionali devono promuovere anche i musei non statali e i piccoli musei.

I direttori selezionati per i musei di rilevante interesse nazionale hanno un incarico che è per legge rinnovabile «per ulteriori 4 anni» e così è avvenuto anche recentemente per i direttori di prima e di seconda fascia. Resta fondamentale il lavoro dei direttori dei musei statali che non hanno la qualifica di dirigente: sono loro i custodi e i promotori dei musei meno noti, più piccoli, ma non per questo meno importanti.

Quali sono stati i punti di particolare complessità, i principali successi e le maggiori soddisfazioni di questa esperienza fino a oggi?

Il lavoro per e nei musei è circondato da continui mutamenti normativi, un trattamento economico non adeguato al ruolo della cultura per la Nazione, un’eccessiva conflittualità interna e sindacale e la lentezza delle procedure di spesa e di assunzione dell’enorme numero di persone necessarie a coprire i tantissimi posti vacanti, cresciuti anche per il recente e immediato boom di pensionamenti. Ciònonostante in cinque anni si è verificata una vera e propria rivoluzione positiva, portando i musei, nei soli primi tre anni (2014-2017), a un aumento del pubblico pari al 25% (il doppio dell’aumento del turismo) e di un aumento degli incassi di oltre il 40%. Nell’anno 2018 c’è stato un’ulteriore crescita, superiore alle aspettative, in evidente controtendenza rispetto a qualunque ambito economico e sociale. Il solo sistema dei musei statali fornisce al Paese l’1,6% del Pil, circa 27 miliardi di euro, e genera 30mila posti di lavoro. Ha scritto Federculture: «Crescono nel 2018 i visitatori di musei, mostre e aree archeologiche, aumentano i fruitori di musica, classica ma soprattutto leggera, gli spettatori di teatro restano stabili, mentre calano dell’1,6% i fruitori di cinema. Il vero boom, però, è quello dei musei statali autonomi, che tra 2017 e 2018 hanno visto aumentare i propri visitatori di quasi il 15% e fatto segnare un +3,6%, e soprattutto dei siti archeologici, con un +9,2%. Il trend di crescita della fruizione museale è confermato anche dai visitatori dei musei statali, che nel 2018 sono cresciuti di oltre il 10%, superando i 55 milioni di visitatori». Tutto questo è stato ottenuto malgrado il permanere di grandi difficoltà per le risorse umane, che anche tenendo conto delle recenti assunzioni sono continuamente ridotte dai pensionamenti sino a un 50% (nel settore contabile e amministrativo si raggiunge il 70%).

Sono criticità che possono trasformarsi in nuove occasioni di lavoro: le risorse necessarie, dato l’andamento generale positivo, sono più investimenti che spese.

Ripeto che il nostro lavoro non è vendere biglietti, ma offrire «effettive esperienze di conoscenza» e far crescere le relazioni tra persone e istituzioni intorno a musei e luoghi della cultura. Per nove mesi (da agosto 2018 a maggio 2019), la Direzione generale Musei è rimasta senza il dirigente del Servizio II (Gestione e Valorizzazione), competente per il Sistema museale, a causa di decisioni di rallentamento e di accorpamento di vari interpelli. Inoltre da novembre 2018 a giugno 2019 (quando è arrivata l’attuale, bravissima direttrice), il direttore generale dei musei per assenza di richiesta ha dovuto assumere 7 interim, tra cui Reggia di Caserta, Polo museale della Calabria (comprensivo di 17 musei), Polo museale della Lombardia (12 musei), Palazzo Reale di Genova e annesso Polo museale della Liguria (11 musei). In sostanza tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019 ho dovuto affrontare il lavoro di due dirigenti generali e 4 dirigenti di livello non generale. Per non confondere autonomia con anarchia, è stata necessaria una comunicazione costante. I risultati a livello di coesione del sistema sono stati evidenti e secondo le attese, grazie a un elevatissimo flusso di contatti. Vanno inoltre ricordate le drammatiche condizioni di partenza della riforma nel 2016, con la più bassa indennità di amministrazione che di fatto scoraggiava l’apporto di funzionari da altri Ministeri, immobili con criticità nella sicurezza dei lavoratori e antincendio, concessioni prorogate da decenni, organici dimezzati e perfino di più nelle professionalità amministrativo-contabili: sforzi ingenti da parte di tutti ed encomiabili, se guardiamo ai risultati di crescita ottenuti, unici in Europa, e alle scarsissime risorse a disposizione.

Dunque, un bilancio di grande impegno, largamente positivo.

L’analisi realizzata dal Politecnico di Milano per la Direzione generale Musei ha monitorato i canali Facebook, Instagram, Twitter e siti di recensione, come TripAdvisor o Google Maps, di 100 musei e luoghi della cultura statali. Il profilo @museitaliani si conferma il più diffuso su Facebook, Instagram e Twitter (Documento 1). In Italia si può ora offrire la prospettiva di migliaia di musei messi a sistema. Su questi obiettivi si è costruito il Dm 113/2018 e il decreto direttoriale musei del 20 giugno 2018: «Prime modalità di organizzazione e funzionamento del Sistema museale nazionale» (Documento 2).

La Direzione generale Musei ha promosso anche un processo di valutazione, con un voto per ogni museo, da 0 a 10.

Con il Decreto ministeriale 113/2018 del 20 giugno 2018, sono state definite le prime linee di organizzazione e funzionamento del Sistema Museale Nazionale e con il decreto ministeriale del 9 agosto 2018 è stata nominata la prevista Commissione composta da rappresentanti di varie istituzioni: Ministero, Icom, Regioni, Province e Comuni. La piattaforma del Sistema Museale Nazionale è stata realizzata da AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) nell’ambito del progetto Italia Login. Il 24 ottobre 2019 è stata avviata a cura della stessa Agenzia la formazione all’uso dello strumento che sarà pienamente operativo nei primi mesi del 2020. In poco tempo quasi tutte le Regioni italiane hanno comunicato la scelta di aderire alle modalità dell’articolo 4 o dell’articolo 5 del Dm 113/2018, inviando la lista dei loro musei da inserire in piattaforma (elenco che sarà periodicamente aggiornato). L’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, nota come Planetario, è stata scelta come sede per rappresentare gli sviluppi progressivi del Sistema museale nazionale.

Quali collaborazioni sono state avviate tra le diverse Direzioni generali?

Ad esempio un programma di formazione permanente per operatori museali con la Direzione generale Educazione e Ricerca e con la Scuola dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e un incontro annuale dei direttori dei musei italiani per favorire la digitalizzazione. Sono in corso accordi con il Miur perché ogni museo adotti una scuola e un’università di riferimento (Documento 3). Il Sistema museale nazionale è stato oggetto di apprezzamento nel rapporto della Banca d’Italia (Documento 4). Il 7 ottobre 2019 sono stati resi noti dati sorprendenti: come ho detto, da soli i 5mila musei statali danno alla nazione un indotto pari a circa l’1,6% del Pil. Questi dati potranno crescere ulteriormente sino ad assimilare la produzione di reddito dei soli musei statali alla produzione del settore agricolo. Mettere a sistema i 5mila musei dello Stato può divenire un moltiplicatore incredibile di benessere, un’occasione di sviluppo economico.

Quali sono i principali dati di confronto con l’agricoltura?

L’agricoltura genera il 2,1% del Pil, le costruzioni il 4,8. E l’1,6% dei 500 musei statali vale 27 miliardi di ricavi come ricadute indirette dall’indotto dei 239 milioni di euro incassati. Sono milioni ogni anno i turisti attratti dal patrimonio culturale: su 123 milioni di arrivi, approssimativamente il 20% dichiara di venire a visitare l’Italia per i musei statali. I turisti rappresentano la metà dei visitatori dei musei e quindi la crescita degli ultimi anni è per metà una straordinaria crescita dei visitatori italiani. E i musei attualmente espongono solo il 6% delle opere possedute. Il 56% dei musei fa ricerche e pubblicazioni, il 49% ha fatto restauri di opere, un dato destinato a crescere. I musei statali coinvolgono inoltre 7 milioni di studenti e 3 milioni di persone nei servizi educativi per adulti. Le persone fra i 18 e i 25 anni che frequentano stabilmente i musei sono 8 milioni, un inaspettato 18% del totale dei visitatori. Gli ultrasessantacinquenni che frequentano stabilmente i musei sono 10 milioni, il 22% del totale. Messi a sistema, i circa i 5mila musei aderenti al Sistema museale nazionale sono in grado, secondo il Boston Consulting Group, di portare nel 2022 altri 18 milioni di visitatori facendo così lievitare ricavi diretti da 239 a 600 milioni di euro. Possono essere previsti ulteriori tre milioni di studenti delle scuole e due ulteriori milioni di persone interessate ai servizi educativi. I ricavi per liberalità potrebbero passare da 3 a 21 milioni. La normativa che regola il pubblico impiego e la gestione delle spese dello Stato è divenuta oggi inadatta ad affrontare le criticità di musei alle cui porte premono 50 milioni di persone. In prospettiva gli istituti devono restare statali, ma acquisire maggiore speditezza amministrativa e contabile. Ogni semplificazione introdotta e ogni risorsa investita nel settore dei musei si traduce direttamente in entrate per le casse pubbliche.

Francesco Scoppola, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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