«A 17 anni un insegnante mi ha fatto capire che cos’è l’arte. Si chiamava Francesco Arcangeli»

Dai nostri archivi ripubblichiamo un’intervista del 1986 a Nerio Nesi, all’epoca presidente della Banca Nazionale del Lavoro, da poco scomparso

Nerio Nesi in una foto d’archivio con il dipinto di Lorenzo Lotto che acquistò per conto della Banca Nazionale del Lavoro
Franco Torriani |  | Roma

Dagli archivi di «Il Giornale dell’Arte» ripubblichiamo un’intervista del 1986 di Franco Torriani a Nerio Nesi, all’epoca presidente della Banca Nazionale del Lavoro, allora la più importante banca italiana. Nerio Nesi è scomparso l’11 febbraio a Torino, all’età di 98 anni.

Il rapporto delle Banche con il mondo dell’arte assume di giorno in giorno maggiore evidenza. Esso si manifesta in modi assai diversi: dall’acquisto di opere al finanziamento di restauri, all’aiuto a istituzioni, alla pubblicazione di libri, al sostegno di mostre e convegni. Anche la più importante banca italiana, la Banca Nazionale del Lavoro, appare ora più orientata a interventi nel campo culturale. Ce ne parla in questa intervista esclusiva il Presidente, Nerio Nesi. Ricordiamo che «Il Giornale dell'Arte» ha già pubblicato articoli o interviste di Zeffirino Franco (direttore generale dell’Istituto Bancario San Paolo), Bruno Taiti (amministratore delegato della Banca Toscana), Antonio Monti (presidente della Banca Commerciale Italiana), Feliciano Benvenuti (presidente della Banca Cattolica del Veneto), Piero Barucci (presidente del Monte dei Paschi di Siena).

Dottor Nesi, la sua banca sta svolgendo, fra altre attività, anche una moderata campagna di acquisti di opere d'arte. Quali sono gli obiettivi e le modalità di questa iniziativa «collezionistica»?
Noi siamo partiti da questa constatazione: mentre le istituzioni finanziarie internazionali sono ricche di opere d’arte, e di questo mi sono reso conto visitando grandi banche in tutto il mondo, e tendono ad accrescere i loro acquisti, la Bnl non era mai stata interessata a questa attività. Perché? Per disattenzione? Forse. Tanto più che, invece, dal punto di vista editoriale la situazione è ben diversa! La Banca Nazionale del Lavoro ha infatti iniziato a pubblicare, oltre 25 anni fa, quella «Collana sulle Regioni Italiane» che è considerata un fatto culturale di grande importanza: 19 volumi, alcuni dei quali ormai introvabili.
A questa collana, è seguita quella, in cinque volumi, sulla «Storia dell’Italia Contemporanea» e stiamo progettando una «Storia d’Europa» in sei volumi. Come vede, un impegno di grande peso organizzativo e di alto livello intellettuale.

Al quale non ha tuttavia corrisposto un altrettanto forte impegno nel settore artistico.
È vero. Tre anni fa è sembrato, al Consiglio di Amministrazione, che si dovesse fare qualcosa per colmare quella che abbiamo ritenuto una carenza. Abbiamo così costituito una commissione. Attraverso questa commissione, quindi, passa qualsiasi offerta di oggetti d’arte che viene fatta alla banca: solo ad essa spetta il potere di proporre acquisti in questo settore ai nostri organi deliberanti.

Chi sono i membri?
Giuseppe Di Geso, Andrea Emiliani e Giovanni Urbani. Due sovrintendenti ai Beni Culturali e l’ex direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, tre alti funzionari dello Stato. Il loro compito è di individuare opere la cui acquisizione assommi al valore culturale anche la sicurezza dell'investimento. Da questo deriva la scelta dei quadri che abbiamo sino ad oggi comprato: ad esempio un Canaletto, un Barocci, un Lotto. Il Consiglio di Amministrazione ha piena fiducia in questa commissione che potrebbe essere definita conservatrice, nel senso che fino ad ora ha puntato prudentemente su autori consacrati. Dopo tre anni di attività, il pittore più giovane che appare nella collezione è Morandi.

Avete però acquistato un Ceroli...
Ceroli è un caso un po’ particolare: la Banca è proprietaria di una collezione di cinquantaquattro opere di pittori contemporanei accomunate dalle stesse
misure e dallo stesso tema: Roma. Sono quadri piccoli, ma belli e significativi. Abbiamo deciso di continuare la raccolta chiedendo opere su Roma ad artisti non ancora presenti nella collezione. Ceroli è stato il primo. Così è iniziato il rapporto con lui; eora abbiamo acquistato una sua grande e importante scultura: un Cavallo che è stato collocato a Roma nel cortile del nuovo Centro di Addestramento, che inaugureremo nei prossimi mesi.

Abbiamo visto nella foresteria alcuni Induno...
Di Gerolamo Induno avevo visitato una mostra a Milano di cinquanta disegni: mi attraeva l’idea di Induno come reporter del Risorgimento. Io li avrei acquistati tutti, la commissione ne ha scelti quattro.

E i nuovi acquisti?
La commissione ha elaborato un piano: non definire gli acquisti soltanto sulla base delle migliori offerte che arrivano dal mercato, ma scegliere una tematica verso cui indirizzare la raccolta. Ne abbiamo discusso e alla fine abbiamo individuato tale tema nel recupero all’Italia dei lavori di pittori stranieri che abbiano lavorato nel nostro Paese, a Roma soprattutto, dal 1750 al 1850, e che abbiano raggiunto imporanti livelli qualitativi. Di tali opere il nostro Paese è quasi completamente privo, perché, in quegli anni, l’Italia rappresentava un punto di riferimento essenziale in termini culturali ma non altrettanto in termini economici. Questa scelta significa quindi colmare quella che, a parere della commissione, è una lacuna del collezionismo italiano: anche con questo spirito la Banca ha recentemente deciso di acquistare uno splendido Corot.

Ovviamente la scelta di una linea non esclude la possibilità di comprare opere particolarmente interessanti anche se fuori del tema prescelto.
Avete destinato una cifra fissa agli acquisti?
Ogni anno il Consiglio di Amministrazione indica la cifra massima che si può spendere, poi ogni acquisto è deliberato singolarmente.

La Commissione predilige evidentemente le opere non contemporanee. Perché?
Innanzitutto, credo, per la formazione culturale, vorrei dire per la storia personale dei suoi componenti. Ma non è solo questa la ragione. Credo infatti che essa consideri suo dovere suggerire alla Banca opere che diano la massima garanzia di mantenere e di incrementare nel tempo il loro valore di mercato.

Una grande banca acquista opere d’arte come investimento... Lei è d’accordo?
Certamente, anche se Bnl non acquista per vendere.

Non c’è dubbio. Tuttavia, questo, detto da lei, è un autorevole riconoscimento dell’arte come investimento.
Che l’arte possa essere un investimento è fuori discussione, se gli acquisti sono seri e oculati e se non si cade nella moda. Questo vale non solo per i privati, ma anche per una banca come Bnl che ha mezzi assai limitati a sua disposizione.

Guardi che a questo non crederà nessuno. Comunque lei fa benissimo a dirlo.
In realtà, altri hanno più mezzi di noi. Per esempio banche che non hanno azionisti oppure il cui reddito per statuto viene diviso in parte in ammortamenti e parte in iniziative culturali.

Lei ha constatato che l’arte rende anche sul piano dell’immagine?
La banca si è resa conto che deve fare, oggi, il mecenate, quello cioè che una volta facevano le grandi famiglie, i principi. È lo stesso motivo per cui sponsorizziamo iniziative in vari campì della cultura. E tutto ciò non soltanto per l’immagine della banca ma anche per quella del nostro Paese: ad esempio la nostra collezione di 54 quadri su Roma, che teniamo appositamente nel Palazzo della Direzione degli Affari Internazionali, fa sempre grande impressione. A conferma di ciò stiamo valutando di mandare questa collezione in giro per il mondo. Io ritengo più opportuno che si muovano le persone anziché i quadri, ma, insomma, questi non sono capolavori. Avrei invece qualche difficoltà a spostare il Lotto.

D’altra parte, Presidente, tutti i musei sono la conseguenza di collezioni private di principi e papi, i quali avevano speso cifre assai alte per acquisire opere di artisti loro contemporanei. Perché questo secolo dovrebbe essere più sordo?
E in effetti non lo è. C’è stato, è vero, un periodo piuttosto lungo, nel quale le imprese hanno trascurato questo lato della loro attività. Ma ciò era in parte giustificato dal cattivo andamento dei conti economici. Dico in parte, perché il disamore per l’arte, il disinteresse per le cose belle è stato uno degli aspetti del più generale appiattimento del Paese. Tutto ciò fa parte del passato, mi auguro.

Le vostre opere sono esposte in sale accessibili al pubblico?
Il Canaletto, il Barocci (e presto anche il Lotto) sono collocati nella sala del Consiglio di Amministrazione. Altre opere sono esposte nel mio ufficio e in quello del Direttore Generale, mentre la maggior parte è affissa nell’ampio corridoio principale, quello che è percorso da tutti gli ospiti più importanti.

Si può sapere quanto vi è costato il Lotto?
Circa 500 milioni.

Che tipo di ritorno una banca italiana, cioè del Paese dell’arte, può avere dal manifestare la propria immagine attraverso l’arte?
C’è tutta una parte dell’opinione pubblica a cui noi teniamo molto, che si riconosce nella Banca Nazionale del Lavoro, proprio come banca con una vocazione naturale per la cultura. Noi abbiamo tutto l’interesse che il mondo dell’arte, del cinema, delle arti visive abbia questa idea di noi. E ciò non soltanto per ovvie considerazioni di ordine generale, ma anche per ragioni che riguardano specificamente il Gruppo Bnl.

Quali?
Nell’ambito del Gruppo, abbiamo due sezioni, quella per il Credito al Cinema e quella per il Credito al Teatro. Abbiamo quindi dei doveri particolari in campo artistico: il 90% del cinema italiano è finanziato dalla Banca Nazionale del Lavoro, così come il 100 per cento del Teatro, escluso la lirica, che fruisce di una legge a parte. Abbiamo quindi un naturale interesse per quello che riguarda i fenomeni di comunicazione di massa, tra i quali includo la musica, il cinema, il teatro, e l’arte in genere. Nell’ambito del Gruppo, abbiamo anche alcune Sezioni Immobiliari: il Credito Fondiario e il Credito Alberghiero e Turistico, che hanno pure attinenza diretta con il mondo dell'arte. È infatti attraverso queste sezioni che finanziamo in modo agevolato le ricostruzioni dei Centri Storici e, in modo peculiare, il restauro dei teatri.

Sono finanziamenti riservati a enti pubblici?
No, no, anche a privati.

Lei ha accennato a finanziamenti agevolati per il restauro. Ma che valore siete disposti a riconoscere all’arte come garanzia di fido? Da un lato le banche acquistano opere d’arte, ma ci risulta che vi sia ancora una estrema prudenza nell’assumerle a garanzia.
Effettivamente ci sono molte riserve.

Nel frattempo il mercato internazionale dà riscontri che sono estremamente vistosi. Non è prevedibile un’apertura un po’ meno cauta?
Sarebbe facile per me dire sì, in realtà non è così. Tutto quello che è credito e garanzia al credito riflette un atteggiamento del sistema bancario italiano di grande prudenza. Forse perché il sistema bancario è stato scottato in alcune occasioni. La stessa identificazione dell’opera d’arte, la validità, la stima, la non possibilità di trasferirla all’estero... L’opera d’arte in Italia è un bene che ha un suo valore, ma ha delle notevoli limitazioni di vendita, mentre una delle caratteristiche fonda mentali della garanzia bancaria è la fungibilità.

Una banca importante come la sua fa spesso delle sponsorizzazioni. Con quali criteri decidete di appoggiare certe iniziative piuttosto che altre? Non sentite il bisogno di fare un disegno organico alle vostre iniziative, di appoggiare progetti non effimeri, per esempio risolvere i problemi di certi musei, rendere possibili certi restauri? Non pensa che le banche potrebbero fare molto, ancora di più e soprattutto meglio in questa direzione?
La domanda è giusta. Per esempio abbiamo concorso alla ricostruzione del Palazzo Venier dei Leoni, a Venezia, dove è la collezione Guggenheim.

Quella che l’Italia si facesse carico del restauro non fu una contropartita affinché la collezione non lasciasse il Paese?
Quell’impegno fu da noi assunto insieme a un gruppo di altre banche proprio con questo spirito. Poi abbiamo finanziato il restauro della galleria dell’Accademia di San Luca a Roma. Fu il Presidente Pertini che ci segnalò questa necessità. Si tratta di una collezione molto importante e poco conosciuta: in tal modo è stata riaperta al pubblico.

Non pensate di «adottare» qualche istituzione: di ricerca, didattica o museale?
Riteniamo di riservare particolare attenzione all’Accademia di San Luca di cui le dicevo prima. Avevo proposto a suo tempo al Ministero dei Beni Culturali di inventariare le opere accatastate nei depositi dei musei e di affidarle poi a un gruppo di banche che si impegnassero al restauro ricevendone in cambio il diritto ad esporle, per un tempo determinato, nelle loro sedi all’estero. Sembrava bene intenzionato, ma si vede che qualche legge non lo consente.

Quale è il suo rapporto personale con l’arte?
Dal punto di vista della frequentazione dei musei, delle gallerie, delle esposizioni, molto, troppo intermittente e sporadico. Lo stesso, o quasi, posso dire dell’informazione che ci è fornita dai «media» di qualsiasi tipo. Un investimento radicale nel lavoro, forse un limite che non sono mai riuscito a superare, mi ha impedito di costruire un rapporto continuativo con l’arte, il solo modo, ritengo, perché possa diventare anche costitutivo della nostra esperienza. E tuttavia la sento come una mancanza, una delle privazioni che ho, per così dire, inflitto a me stesso.

Perché?
Perché ogni volta che mi sono avvicinato a una manifestazione delle arti visive di cui si parla, ho sempre reagito con le sensazioni e con l’emozione: a volte incuriosito o affascinato dal messaggio che le immagini mi trasmettevano, dalle associazioni con ambiti culturali diversi che suscitavano in me, altre volte semplicemente colpito, attratto da una bellezza (colore, ritmo, evocazioni non ben decifrabili) che mi veniva incontro, parlo soprattutto dell’arte astratta, e mi incantava.

Lei personalmente acquista opere d’arte? È collezionista?
Nella mia casa ho opere che hanno un valore di mercato non rilevante ma un contenuto di memoria e di affetti: una incisione di Morandi aquistata molti anni fa con qualche sacrificio, due Carlo Levi comprati nel suo studio insieme ad Edoardo Volterra, un Menzio scelto insieme a lui, un Guttuso che mi regalò Roberto Olivetti.

Ci sembra di capire che lei visita mostre e conosce gallerie, ma anche molti artisti. Com’è il rapporto di un banchiere con un artista? Riuscite a trovare un punto d’incontro che non sia il denaro che lei rappresenta?
Il nostro lavoro è così duro e per certi aspetti così arido che scoprire mondi diversi, per non dire alternativi, è sempre una avventura affascinante. Io credo che sia anche questa una delle ragioni per le quali uomini d’affari, impegnati in attività assolutamente diverse, ricercano nel mondo dell'arte, un elemento necessario alla loro vita quotidiana. Per me, poi, c’è qualcosa di più. Quando avevo diciassette anni e frequentavo il secondo anno al Liceo Minghetti di Bologna ho avuto un insegnante di storia dell’arte che mi ha fatto capire e intendere, nel confronto con le opere e con gli artisti, fra le opere e gli artisti, che l’arte è un linguaggio, un mondo ricreato di forme sensibili, una trama di corrispondenza aperta a tutti gli echi della società e della storia. Questo «acquisto per sempre» lo devo a Francesco Arcangeli.

Dottor Nesi: è nota, ormai proverbiale, la sua dedizione al lavoro. Oggi scopriamo che si occupa di arte. Ci sono altre passioni nella sua vita?

Sì, quella dei libri, che non mi ha mai abbandonato. In questo ultimo tempo sto raccogliendo vecchie opere su Cavour, poiché la figura di questo grandissimo personaggio non mi sembra abbastanza nota nei suoi complessi aspetti umani. Voglio approfondire in particolare come si svolgevano i rapporti tra il grande statista e i suoi due segretarii uno, Costantino Nigra, anch’egli famoso e l’altro Isacco Artom, molto meno noto.

E come raccoglie queste opere?

Nelle librerie antiquarie, ma soprattutto tra i miei amici, che assecondano questo interesse.

E che cosa pensa di farne?
Un libro naturalmente.

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