«Two Workers» (1993) di Duane Hanson

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«Two Workers» (1993) di Duane Hanson

Silicloni a Palazzo Bonaparte

Il museo delle cere oggi è una sfilata di mostri, giganti, mutanti e fantasmi tridimensionali: tra 43 sculture iperrealiste, anche il visitatore può mimetizzarsi e diventare un’opera

Sembra proprio lui, Andy Warhol. Ti fissa negli occhi, pare sul punto di dirti qualcosa, sembra vivo! Lo ha invece plasmato in silicone polimerizzato Kazu Hiro nel 2013 (26 anni dopo la morte del re della Pop art), con ossessiva cura del dettaglio, tanto da far pensare a quanto sia vero il titolo di questa mostra sull’arte della contraffazione perfetta: «Sembra vivo! Sculture iperrealiste dei più grandi artisti contemporanei». La mostra, ospitata a Palazzo Bonaparte fino all’8 ottobre, ha l’intento specifico di sfidare proprio il buon senso dei nostri sensi. Curata da Maximilian Letze in collaborazione con Nicolas Ballario, prodotta e organizzata da Arthemisia, l’esposizione riunisce 43 opere di 29 artisti che si sono dedicati, negli ultimi cinquant’anni, a dar corpo ingannevole alla formulazione estrema dell’arte figurativa, quella per cui l’oggetto rappresentato sembra, appunto, vivo, ma non lo è.

Più che una mostra, quindi, un’avventura nell’illusione chiamata realtà. I trompe-l’œil avvolgono il visitatore ancora prima di iniziare questa epopea del dubbio (è vero? è finto? nessuno dei due?), salendo le rampe seicentesche del Palazzo che ospitò la madre di Napoleone. Qui si incorre in manichini vestiti di tutto punto, posti in atteggiamenti di attesa o ponderazione, come visitatori. L’impatto con le opere è invece uno shock d’essenza caravaggesca. Non per il realismo, mai morboso nel Merisi, ma per il contrasto netto tra ampie aree immerse nell’oscurità e cellule di calda luce, che irrorano di enigmatica magia il miracolo all’incontrario dell’apparizione della vita senza vita. L’effetto ricercato è quello dello spaesamento, della riflessione su ciò che chiamiamo realtà, e non tanto quello dell’ammirazione per il virtuosistico realismo.

Padri storici dagli anni Sessanta di questo realismo concettuale sono gli statunitensi Duane Hanson e John De Andrea. «Mosse ingannevoli: cloni umani» è proprio il titolo della sezione della mostra (sei in tutto) che rende omaggio ai due apripista di questa sensibilità, che è venuta nel tempo crescendo, articolandosi in soluzioni sempre più diversificate. Fatto sta che, a principiare da questo avvio espositivo, proseguendo la visita tutto diventa possibile, anche scambiare un custode in divisa per una scultura. O, al contrario, chiedere scusa a un’opera d’arte per esserle passato davanti (e poi, alla scoperta dell’errore, proseguire facendo finta di nulla...). L’errore può dirsi finalmente escluso con le opere di Carole A. Feuerman o di Maurizio Cattelan, che mettono a fuoco singole componenti anatomiche, e per questo ordinate nella sezione della mostra titolata «Pezzo per pezzo: parti del corpo». «Cambio di prospettiva: il corpo in scala» riunisce invece le inquietanti creazioni di Ron Mueck, Sam Jinks, Marc Sijan e Zharko Basheski, tutte caratterizzate dalla riduzione o dall’ingigantimento delle dimensioni di figure umane iper rappresentate.

«Nobile semplicità: sculture monocromatiche» è invece la sezione che ha come espositore e nome tutelare George Segal, e come seguaci in mostra Robert Graham e Brian Booth Craig. Come da titolo, la semplicità nobilitante è ascritta a un’epidermide monocolore dei corpi plasmati. Evan Penny, Patricia Piccinini, Tony Matelli e Berlinde De Bruyckere sono gli artisti che, nella sezione «La manipolazione del sé: realtà deformante», rivolgono la loro visionaria creatività alla formulazione di ipotesi di surreale trasformazione dei corpi. Mutazioni genetiche e innesti mostruosi sono invece la pratica usuale degli artisti della sezione «Oltre la specie», che riflettono sulla guerra dichiarata dall’uomo al naturale, mediante l’artificio. Una delle finalità dell’arte più vera del vero è proprio quella di indicare quali sono i limiti, da non superare, della verità materiale, visiva e sostanziale della realtà. Ma poi c’è l’appuntamento con l’oggi, e la realtà del virtuale, che spariglia le carte e confonde i limiti. In mostra, componente organica di questo schieramento di spettri, è la sezione che invita a scattarsi una foto in una cassa di imballaggio per le opere d’arte. È così che, uscendo all’aria aperta e alla luce naturale, si porta con sé la sensazione di aver parlato con Andy Warhol.

«Andy Warhol» (2013) di Kazu Hiro

«The Comforter» (2010) di Patricia Piccinini

«Ave Maria» (2007) di Maurizio Cattelan

«Untitled (Man in a sheet)» (1997) di Ron Mueck

«Chiquita Banana» (2007) di Mel Ramos

«Misfit (calf/bullmastiff)» (2013) di Thomas Grünfeld

«General’s Twin» (2009-11) di Carole A. Feuerman «Ordinary Man» (2009-10) di Zharko Basheski

«Ordinary Man» (2009-10) di Zharko Basheski

«Woman and Child» (2010) di Sam Jinks

«Embrace» (2014) di Marc Sijan

Guglielmo Gigliotti, 04 agosto 2023 | © Riproduzione riservata

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Silicloni a Palazzo Bonaparte | Guglielmo Gigliotti

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