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Paul Williams.

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ARTis 2026 | Paul Williams e l’architettura come dialogo tra passato e futuro

Prosegue con  Paul Williams il ciclo di interviste che accompagnerà il pubblico verso la seconda edizione di ARTis. Un percorso attraverso artisti, storie e idee che condurrà fino all’apertura del Festival dell’arte, il 9 novembre a Vicenza

Marina Wallace

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A novembre, ARTis - Festival dell’Arte ospiterà fra i più illustri ospiti internazionali l'architetto britannico Paul Williams. A ottobre Paul Williams e Alan Stanton hanno ricevuto il premio alla carriera («Lifetime Achievement Award») nell'ambito degli «Architect of the Year Awards». Sin dalla fondazione dello studio Stanton Williams nel 1985, il loro approccio all'architettura si è basato sull'esperienza umana, sull'integrità dei materiali e su un forte senso del luogo. La loro filosofia progettuale continua a plasmare l'attività dello studio, e intere generazioni di architetti. Lo studio impiega circa 70 professionisti, tra cui urbanisti, esperti di sostenibilità, modellisti e grafici. I due, vincitori dello Stirling Prize e autori di un corpus di opere straordinario, incarnano un valore che gli architetti più giovani considerano più prezioso di qualsiasi premio: la capacità di concepire l'architettura e di perseguire tale visione con discrezione, intelligenza e coerenza nel corso di un'intera carriera. Il loro metodo di lavoro «discreto» dimostra che immaginazione e conservazione non sono concetti antitetici e che l'architettura può rispettare il passato senza cancellarlo trovando proprio nelle condizioni imposte dalla preesistenza una fonte di coerenza e di forza progettuale. Stanton e Williams attribuiscono con umiltà questo riconoscimento all'impegno collettivo delle persone di grande talento che hanno collaborato con il loro studio nel corso del tempo. Considerano l'attività di progettazione come un lavoro continuo, capace di generare un valore duraturo per i clienti e per le comunità a cui si rivolgono. I numerosi messaggi di congratulazioni ricevuti da architetti di tutto il mondo dimostrano come essi abbiano rappresentato una fonte d'ispirazione per la carriera di molti. I loro collaboratori traggono linfa vitale dalla filosofia progettuale dello studio, fondata su una cultura fatta di curiosità, rigore e collaborazione. Parlando con me, Paul sottolinea l'importanza che queste qualità rivestono per lui: spirito critico, curiosità, rigore e collaborazione. A queste aggiunge un ulteriore elemento: il rispetto. Rispetto per il lavoro e rispetto reciproco. Ho lavorato con Paul a diversi progetti e ad alcune mostre da me curate; posso testimoniare che i suoi modi, gentili ma determinati, e il suo impeccabile senso dello spazio sono elementi preziosi per la realizzazione di esposizioni eccellenti. È stato sempre un piacere lavorare con lui.

Ora mi interessa capire cosa abbia dato il via alla sua carriera di architetto. Parliamo dei suoi esordi e lui ripercorre i primi tempi: dopo aver studiato storia dell'arte a scuola, proseguì gli studi presso una scuola d'arte a Birmingham. Fu un libro trovato nella biblioteca dell'istituto a cambiargli la vita: «The New Museum: Architecture and Display» di Michael Brawne (1966). Lì vide due immagini di opere di Carlo Scarpa, all'epoca poco noto in Inghilterra. L'effetto fu immediato: Paul partì da solo per l'Italia per vedere dal vivo i lavori di Scarpa a Verona, Venezia e Treviso. Fu l'intervento a Castelvecchio a colpirlo maggiormente. Poiché insisto con domande sulle influenze iniziali, Paul scava ancora più a fondo nei suoi ricordi ed emerge con due memorie particolarmente significative. La prima riguarda la sabbiera che il padre costruì per lui nel giardino di casa a Birmingham; ogni anno veniva riempita con sabbia da modellismo fresca. La sabbia da modellismo è bianca e fine, e Paul ricorda di aver scavato con le mani per creare tunnel e spazi invisibili, ma vividi nella sua immaginazione. Il secondo ricordo è l'incontro, avvenuto anni dopo alla Hayward Gallery, con Eduardo Chillida. In quell'occasione, Chillida gli confidò che gran parte della consapevolezza spaziale acquisita come portiere della Real Sociedad aveva influenzato il suo modo di concepire la scultura. Paul, che in gioventù era stato un appassionato sportivo – capitano delle squadre scolastiche di calcio e cricket – comprende profondamente come il calcio possa offrire una percezione unica dello spazio, dell'anticipazione, del posizionamento e del volume. Dopo gli studi, Paul scelse l'architettura rispetto all'arte come mossa razionale, orientandosi verso quella che suo padre avrebbe considerato una professione vera e propria. Proprio come Scarpa, Paul ha frequentato una scuola d'arte; non ha seguito il classico percorso di formazione per architetti. Carlo Scarpa conseguì il diploma presso l'Accademia di Venezia in disegno architettonico e ottenne il titolo di «Professore di Architettura», pur non sostenendo l'esame di Stato per l'abilitazione professionale. A differenza di Scarpa però, Paul è il primo architetto britannico con una formazione specifica nel design a essere stato iscritto all'Architects Registration Board (ARB) nel 2002 e a diventare membro del RIBA (sempre nel 2002).

Paul ottenne il suo primo impiego nel 1974 presso l'Exhibition Design Studio del Victoria and Albert Museum, lo stesso anno in cui iniziò il suo incarico il leggendario direttore Roy Strong – ideatore, tra l'altro, dei giardini di Gianni Versace ed Elton John. Mentre lavorava ancora al V&A, all'età di 28 anni, ottenne una borsa di ricerca Fulbright per studiare Museum and Gallery Design (progettazione di musei e gallerie) presso l'Università di Yale, negli Stati Uniti.

Ricorda con affetto: «Lavoravo presso il British Centre for Art, progettato da Louis Kahn, un altro architetto straordinario». A Yale assistette a conferenze eccezionali, che videro la partecipazione di figure del calibro di Allen Ginsberg. Quell'esperienza gli fornì il bagaglio di conoscenze necessario per tornare nel Regno Unito con una preparazione straordinariamente ricca, che si rivelò preziosa per la sua carriera. Lasciò il V&A e, all'età di trent'anni, aprì il proprio studio a Londra. La prima mostra che gli venne affidato di progettare fu quella dedicata ai disegni di Leonardo da Vinci provenienti dalla Royal Collection. L'esposizione alla Royal Academy of Arts di Londra riscosse un tale successo che si decise di trasformarla in una mostra itinerante, incentrata dapprima sui disegni anatomici di Leonardo e successivamente su quelli dedicati alla natura. La prima tappa del tour si tenne a Palazzo Vecchio, a Firenze, seguita da quella al Castello Sforzesco di Milano; Paul conserva ricordi preziosi di entrambe le sedi. «Firenze è stata meravigliosa e ho lavorato con grande piacere insieme all'architetto Piero Micheli». A Milano, alcuni degli architetti coinvolti avevano collaborato strettamente con Scarpa. Fu proprio lo straordinario successo delle mostre su Leonardo, unito al lavoro svolto al V&A, a rendere Paul uno dei progettisti di mostre più richiesti di Londra.

A quel punto, era ancora Scarpa a guidare la sua mano? «Sì, Carlo Scarpa ha continuato ad esercitare un’influenza fondamentale su tutto ciò che facevo». Sono curiosa: come descriverebbe l’opera di Scarpa a qualcuno che non l’ha mai vista o non ne ha alcuna idea? Mi spiega che l’aspetto che trova eccezionale in Scarpa è la sua capacità di «orchestrare» lo spazio, il suo modo di governarlo e la sua comprensione di come ci si rapporta a un’opera d’arte all’interno di un museo. «È straordinario il modo in cui Scarpa si confronta con l’opera e la presenta, quasi come se te la stesse porgendo direttamente tra le mani». Collocare una scultura accanto a una finestra, lasciando che la luce naturale ne esalti i contorni delicati, è uno dei doni di Scarpa. La sua magia risiede nel modo in cui sceglie i materiali, comprendendo appieno la natura riflettente – o meno – delle superfici. La sua architettura invita al tatto e coinvolge tutti i sensi: una qualità rara che ritroviamo anche nel design di Paul.

Con Paul parliamo di Carlo Scarpa. La prima fase della carriera di Scarpa fu caratterizzata, come anche per Paul, da incarichi per l'allestimento di mostre. Il primo progetto di Scarpa fu la mostra degli orafi veneziani presso la Loggetta del Sansovino a Venezia nel 1937, seguito da altri allestimenti in Italia – tra cui quelli dedicati a Klee (Venezia, 1948) e Mondrian (Roma, 1956) – e successivamente da esposizioni permanenti realizzate negli anni Cinquanta presso le Gallerie dell'Accademia e il Museo Correr a Venezia, la Gipsoteca di Possagno e il Museo di Castelvecchio a Verona. Nel 1969, Carlo Scarpa ebbe l'opportunità di realizzare la sua prima opera a Londra: l'allestimento di una mostra di affreschi fiorentini del Quattrocento presso la Hayward Gallery. La Olivetti, sponsor dell'evento, aveva insistito per affidare il progetto a un designer italiano. Paul ricorda bene quella mostra alla Hayward e il modo in cui Scarpa sovvertì l'architettura in cemento della galleria: nascose il soffitto in alluminio (visivamente troppo invasivo per l'esposizione) con teli di juta nera, intersecò gli ampi spazi cavernosi con pareti divisorie realizzate su misura e inclinò i frammenti di affresco (come le opere di Orcagna provenienti da Santa Croce) per adattarli alle proporzioni dell'edificio, creando così un'altezza di visione ergonomica e intima per i visitatori. Scarpa, che non amava l'architettura brutalista della Hayward, impose una trasformazione radicale ai soffitti e alle superfici della galleria.

Paul, che considera l'edificio del South Bank una costruzione degli anni Sessanta ben concepita, ricorda: «Col passare del tempo, i teli neri appesi si erano logorati e sporcati. È ironico che sia stato proprio io a smontarli! È stato quello il mio unico vero dialogo con Scarpa».

Chiedo a Paul se avesse una missione, se ne abbia una ora e se ritenga che gli architetti che forma debbano averne una. Esita. «Ciò che mi spinge ad andare avanti è il tentativo continuo di fare meglio le cose e di portare umanità nell'architettura. La mia gioia sono le persone con cui lavoriamo. In qualsiasi cosa facciamo c’è un processo di apprendimento – significa guardare le cose attraverso la prospettiva altrui. È un privilegio lavorare con artisti, curatori, ingegneri e con i nostri committenti illuminati».

Voglio sapere come funziona concretamente il loro studio, come si sviluppa il rapporto con Alan Stanton. Risponde raccontando degli aneddoti. Agli inizi, ricevettero due consigli basati sull'idea che il mondo dell'architettura sia un ambiente duro. Chiesero loro chi fosse il «duro» della coppia. Un ex socio di James Stirling disse loro che esistono solo tre tipi di partnership tra architetti, e che solo due funzionano davvero. Se i soci sono due, uno deve occuparsi del design e l'altro della gestione, oppure entrambi devono essere manager; con due designer è difficile gestire un'attività. «Alan ed io siamo entrambi designer e nessuno dei due è un «duro», eppure finora sembra aver funzionato». Ricordo a Paul il tema del nostro festival: «Non vi è arte senza artista». Voglio sapere come, in un'epoca dominata da grandi studi di architettura e strumenti di progettazione basati sull'intelligenza artificiale, egli riesca a preservare nei suoi progetti quella cifra stilistica profondamente personale, umana e «artistica» propria dell'architetto. «La nostra aspirazione, quando accettiamo un incarico, è che il cliente punti a qualcosa in grado di migliorare la qualità della vita di chi abiterà quegli edifici. Bisogna sempre puntare in alto, ma non è una questione di budget. Il nostro lavoro riguarda le persone e il modo in cui utilizzano gli spazi; ci sta a cuore il modo in cui il nostro operato cambia e migliora la vita delle persone».

In Italia c’è una particolare sensibilità riguardo al modo in cui l'architettura contemporanea si rapporta alla conservazione storica. Mi interessa capire come Paul e Alan si relazionino con il passato. «Quando lavoriamo su un edificio antico, non puntiamo al pastiche. Non si tratta né di imitazione né di erosione totale della storia. È un dialogo tra epoche diverse: una giustapposizione tra nuovo e antico. L'aspetto fondamentale è quello di comprendere l'essenza dell'edificio storico per preservarne l'anima. Quando si sottrae qualcosa, cosa si aggiunge? Si aggiunge la vitalità dell'elemento contemporaneo. L'uno rafforza l'altro. Le tracce del passato devono rimanere». Cita poi i lavori di restauro del 2011 dell'antico Granary Building a King’s Cross a Londra– progettato originariamente dall'architetto Lewis Cubitt nel 1851, oggi sede del Central Saint Martins College of Arts and Design (parte della University of the Arts, dove ho lavorato per trent'anni) – della Royal Opera House di Londra (2018) e, il primo intervento di trasformazione in ordine di tempo, Compton Verney, nel Warwickshire (2004). «Bisogna comprendere il passato dell'edificio prima di poter proporre con sicurezza un intervento per il futuro. Un edificio comunica qualcosa: bisogna saper stare a sentire e lasciarsene influenzare».

Ascoltando Paul, appare evidente che una profonda comprensione dei punti di forza e di debolezza degli spazi esistenti – e della loro idoneità alle nuove funzioni – sia fondamentale (sebbene spesso sottovalutata sia nella formazione che nella pratica professionale): serve a preservare il nostro patrimonio e le nostre risorse, soddisfacendo al contempo le esigenze attuali e quelle delle generazioni future. Inoltre oggi, una spiccata sensibilità verso la sostenibilità è un requisito imprescindibile per qualsiasi progetto architettonico. Non è possibile progettare senza tenere conto dell'impronta di carbonio generata dagli edifici. edifici. L'obiettivo per il progetto più recente e tuttora in corso a cui Stanton Williams lavora da dieci anni – il London Museum a Smithfield – è arrivare ad un'impronta di carbonio netta pari a zero.

Dopo la tappa a Vicenza – che sarà la sua prima visita alla città di un altro grande architetto che ammira – Paul Williams farà ritorno a Londra per celebrare l'apertura al pubblico di uno dei due edifici del London Museum, prevista per il 28 novembre. La mia ultima domanda riguarda il concetto di «Slow Architecture» (architettura lenta), spesso sostenuto dallo studio Stanton Williams: l'idea di dedicare il giusto tempo alla comprensione della geologia, della storia e del contesto di un luogo. In un mondo frenetico, incentrato su un rapido sviluppo urbano, come difendono il «lusso» del tempo all'interno del processo creativo? La sua risposta arriva, questa volta senza esitazione: «Lo si fa scegliendo i clienti giusti!».

Paul Williams
Direttore di Stanton Williams, studio fondato con Alan Stanton nel 1985, Paul coltiva da sempre un vivo interesse per il rapporto tra arte, architettura e vita pubblica che trova riscontro in un vasto repertorio progettuale che spazia da musei e università a luoghi di lavoro, residenze e spazi pubblici. Oggi Paul continua a guidare la direzione creativa dei principali progetti culturali e civici di Stanton Williams, tra cui il nuovo London Museum, dove l’ex mercato delle carni di Smithfield diventa un museo innovativo per il XXI secolo, in dialogo con la città e i suoi abitanti.

Marina Wallace, 12 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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