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Il soffitto a cassettoni scoperto da un lancio di giavellotto

Roberto Antonetto

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Christie’s ha messo all’asta alcuni arredi provenienti dalla Villa d’Agliè, un capolavoro barocco messo al sicuro negli anni Cinquanta dall’industriale tessile torinese Valerio Giacosa

A giudicare da quanta parte  delle collezioni piemontesi di arti decorative si è dispersa per il mondo attraverso le sole aste internazionali dei soli ultimi vent’anni, bisogna dire che si trattava veramente di un patrimonio fantastico. Un patrimonio diventato una miniera. Tra le grandi aste londinesi che lo hanno disseminato, almeno due riguardavano raccolte di straordinaria importanza, quella dell’antiquario Giuseppe Rossi (Sotheby’s, marzo 1999) e quella dell’industriale, musicista e collezionista Alberto Bruni Tedeschi (Sotheby’s, marzo 2007).

La prima soprattutto annoverava uno schieramento di capolavori di artefici piemontesi del Settecento, compresi i vertici Piffetti, Prinotto, Galletti e Bonzanigo, accanto a una galleria di splendori di altre parti d’Italia (Venezia in particolare) e di Francia. Dei 1.444 lotti rimangono i quattro poderosi cataloghi, e l’intento benefico di quella vendita non cancella il rammarico che il nostro Paese abbia perso una grande risorsa culturale, anche se risulta che una parte (circa il 10%) sia ritornata in patria attraverso acquisti di collezionisti italiani.
Se Rossi e Bruni Tedeschi sono state le aste «storiche», non ne sono mancate altre di rilievo notevole, come quella dei raffinati e numerosi arredi, quasi tutti piemontesi del Settecento, della Villa Corte di Bonvicino (Sotheby’s, 2009).

Queste riflessioni sono d’attualità nel momento in cui è andata in asta, immancabilmente a Londra (Christie’s, 26-27 aprile), una parte degli arredi della Villa d’Aglié, una delle più belle di Torino, edificio inserito dalla Regione Piemonte, grazie ai giardini, nel novero delle dimore di interesse storico. I 130 lotti costituiscono, fortunatamente, solo una parte dell’arredamento della villa. Anche se non vi spiccavano pezzi di assoluta importanza, vi si ritrovavano pur sempre almeno tre mobili attribuiti all’ebanista Giuseppe Viglione, attivo a Torino negli ultimi decenni del Settecento, una scrivania con scansia di gran classe ispirata dai modi dell’ultimo Piffetti, un tipico cassettone nuziale molto vicino a Luigi Prinotto e altro ancora di tutto rispetto.

L’asta è l’occasione per una duplice riscoperta: la villa e colui che negli anni Cinquanta la riscattò dal degrado. Sulle prime pendici della collina, al centro di un grandioso parco in cui cedri del libano, sequoie e ippocastani ombreggiano antiche statue e vasi, Villa e giardini d’Agliè sono un perfetto squarcio cinematografico sul Settecento (vi è stato infatti girato più di un film). L’edificio seicentesco è solenne e suggestivo, come si conviene alla sfilza di nomi altisonanti che ne sono stati via via proprietari, a cominciare da un duca di Savoia, Carlo Emanuele I. Sempre nel Seicento,  fu poi la volta di un sindaco rimasto memorabile nelle cronache torinesi per aver affrontato senza risparmio di sé la peste del 1630. In seguito blasonati come i Demorri di Castelmagno e di nuovo principi, i Del Pozzo della Cisterna e il duca del Chiablese Benedetto Maurizio. Poi l’ambasciatore britannico presso il Regno di Sardegna John Foster (il quale trasformò i giardini all’italiana in parco romantico all’inglese), e i marchesi Boyl di Putifigari, infine altri  meno dotati di sangue blu e di scrupoli artistici.  

Alla prima metà del Settecento risale l’opera d’arte più importante dell’arredo interno, nel salone del piano terreno: quattro medaglioni ovali ad altorilievo, opera dell’architetto Simone Martinez, nipote di Filippo Juvarra. È curioso che si ritrovino uguali in Palazzo Reale, nella Sala del Trono della Regina, dove furono collocati nelle sistemazioni del Palazzo avvenute nei primi anni del Novecento.

Nel 1957 entra nella storia della nobile dimora, ormai malridotta, un industriale tessile torinese appassionato di arte antica. Si chiama Valerio Giacosa e si occupa di creare stoffe per l’alta moda. Suo fratello, l’ingegner Dante, è una delle colonne della Fiat, l’ideatore della «Topolino» e di altri famosi modelli. Valerio si sobbarca a restauri cospicui, esterni e interni. La fortuna l’aiuta a riscoprire gli originari soffitti a cassettoni decorati, di cui neppure si sospettava l’esistenza al di sopra delle controsoffittature: un temporale vi ha creato una pozza d’acqua, bisogna farla defluire attraverso un foro. Valerio Giacosa, che pratica il lancio del giavellotto, provvede all’istante scagliando in su una lama: lo strato di gesso si squarcia e rivela il tesoro nascosto. Se oggi la Villa è come nel Settecento, con le tappezzerie cinesi e le decorazioni delle pareti e delle volte, lo si deve a lui. Gli si deve una nuova sistemazione del parco su idee dell’architetto di giardini Russell Page. Gli si deve l’importante raccolta di mobili e arredi.

Sono gli anni del diffuso travaso di beni artistici dai palazzi della declinante classe aristocratica alle case della rampante borghesia industriale, con mediatori antiquari famosi come Pietro Accorsi e il già ricordato Giuseppe Rossi. Per la maggior parte dei nuovi potenti si trattava di operazioni di puro prestigio, ma per non pochi di una passione, dell’altra faccia di una vita da capitani d’industria. Nacquero così collezioni importanti. I tempi non sono più quelli. Accade di esser costretti a sacrificare una parte per salvare il tutto. I figli di quell’estroso e competente conoscitore d’arte, che vivono nella villa, hanno rinunciato di recente alla strada così ampiamente battuta dei matrimoni e degli eventi: ognuno di questi comportava un logorio della dimora. Ecco il perché di un’asta, che porta con sé il ricordo di un raffinato collezionista.

Quanto ai risultati, sono stati inferiori alle attese e ai meriti. Ma non sorprende più di tanto. I tempi sono cambiati e non cessano di dimostrare che la fase di esaltazione del mercato antiquario è un ricordo di anni fa, e non sarà ripetibile. Tuttavia non è facile accettare che un secrétaire torinese espressione della più elevata ebanisteria di fine Settecento sia stato battuto a 13mila euro, contro una stima, già prudentissima, di 13-19mila. Sorprendenti in senso opposto i 45mila raggiunti da un servizio da tavola ottocentesco a figure greche di Del Vecchio e Giustiniani, stimato 5.200-7.800 euro. La conclusione? Un punto interrogativo.

Roberto Antonetto, 19 giugno 2016 | © Riproduzione riservata

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