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Emanuele Farneti
Leggi i suoi articoliMi racconta Daniela Hamaui che qualche mese prima di quel maggio 1996 venne commissionata una ricerca di mercato. Si decise di chiedere alle lettrici di «la Repubblica» come avrebbero accolto un magazine femminile allegato al loro quotidiano. La risposta fu chiara: non solo non lo avrebbero comprato, ma con tutta probabilità avrebbero anche smesso di comprare lo stesso quotidiano.
Le cose non sono andate così, ovviamente. «D» (ai tempi: «D La Repubblica delle donne») è stato lanciato il 21 maggio 1996 e ha subito trovato il suo pubblico di lettrici vecchie e nuove. Ma bisogna capire l’obiezione. Come si dice in questi casi: era un’altra Italia, ed era un altro mondo – e per le lettrici di un giornale in quegli anni impegnato in una dura campagna al fianco di chi lottava per mettere freno alla corruzione nel Paese, e si spendeva per arginare i danni (politici, culturali) del populismo televisivo, un allegato che in qualche modo fosse destinato a occuparsi di consumi, e di moda in particolare, poteva sembrare un’idea osé. Quasi un cedimento al mondo della réclame, dei “consigli per gli acquisti”, così lontano dai valori di chi si riconosceva in quella certa idea d’Italia per rappresentare la quale «la Repubblica» era stata fondata vent’anni prima.
Fu l’intuizione di Hamaui, fondatrice e prima direttrice di «D», a fare la differenza: per quelle lettrici non ci sarebbe stato nulla di male a parlare di moda, che è a suo modo una forma d’arte, per quanto minore. Ma contavano il contesto e le persone. Il contesto: un giornale che fosse aperto al mondo e ai cambiamenti della società, che ospitasse grandi storie e fotografie straordinarie. Le persone: un gigante della direzione creativa, Fabien Baron, venne chiamato per disegnare il giornale; e dentro quella scatola grafica così asciutta e moderna, verrebbe da dire così poco italiana, avrebbero scattato fotografi internazionali, scritto le principali firme del quotidiano, fatto sentire le loro voci i protagonisti del nostro dibattito culturale.
Molti anni più tardi, quando sono stato chiamato alla guida di questo giornale, ho ripensato a ciò che da allora lo rende diverso dal resto del panorama editoriale italiano – penso che si debba fare così, quando cominci un nuovo progetto: capire che ci sono cose che si possono cambiare, e altre che sono il cuore, l’identità di un prodotto, e se le tocchi il prodotto muore.
L’essenza di «D» era, per come l’ho intesa io, il rifiuto di tutti i cliché della stampa periodica femminile. E se questa era stata l’intuizione decisiva nel 1996, mi sono fatto l’idea che valesse ancora, e potenzialmente anche di più, nel 2021. Non può esistere oggi, o comunque le lettrici di «la Repubblica» non vogliono, un giornale “da donne”, fatto di rubriche pigre, oroscopi, ricette, consigli su borse e scarpe da acquistare questa stagione, pettegolezzi. Questa l’idea di fondo del ripensamento del magazine che abbiamo presentato nel marzo del 2022: che alle donne, e non solo a loro, il giornale dovesse offrire semplicemente la miglior qualità di scrittura, e la miglior qualità fotografica. Come fanno gli allegati dei grandi quotidiani in Francia, in America, in Germania, in Inghilterra, così avrebbe potuto fare, come e più di prima, l’allegato di «la Repubblica».
La formidabile redazione di «D», che nel frattempo è diventato «d» (una mia piccola debolezza personale: mi piaceva l’idea che chi ha buoni argomenti non abbia bisogno di usare lettere maiuscole per farsi ascoltare), si è dunque messa al lavoro per rispondere a questa ambiziosa promessa fatta a lettrici e lettori.
Serviva un nuovo design, al passo con i tempi: un progetto grafico che non pretendesse di farsi protagonista, pieno di inutili orpelli, ma che si mettesse al servizio delle parole e delle immagini. L’ha firmato Thomas Persson, uno svedese colto e raffinato che vive un po’ a Londra e un po’ ad Atene. Ha scelto il più italiano dei font, quello disegnato da Giovanni Battista Bodoni alla fine del Settecento, e ha costruito tutto lo sfoglio giocando con l’eleganza senza tempo delle sue forme: a volte compongono parole, a volte geometrie che giocano a specchiarsi nelle linee suggerite dalla fotografia.
Il lavoro sulla qualità di scrittura è stato certamente agevolato dall’appartenenza di «d» al sistema-«Repubblica», alle cui grandi firme il magazine ha potuto accedere per contributi regolari o occasioni speciali. Natalia Aspesi, Concita De Gregorio, Gabriele Romagnoli, Massimo Giannini, Elena Stancanelli e molti ancora: voci che i lettori già conoscevano, e hanno preso l’abitudine di ritrovare anche sulle pagine del settimanale. Ma altrettanto importante è stato dare spazio a una generazione di scrittrici e giornaliste: tra le altre, Chiara Valerio, Nadia Terranova, Chiara Barzini, Olga Campofreda, Veronica Raimo, Giada Biaggi. Con il passare dei mesi abbiamo osservato con loro come alcune recenti conquiste di civiltà, anche nel linguaggio, venissero rimesse in discussione. C’è e ci sarà molto da fare, molto da scrivere, per proteggere l’idea di società aperta, diversa e inclusiva oggi bersaglio della campagna sovranista che, dai due lati dell’oceano, ha dichiarato guerra alla cultura woke.
E poi c’è la fotografia di moda. Che non è solo frutto di talento individuale ma opera d’ingegno collettivo – a un servizio contribuiscono fotografi, stylist, modelle e modelli, professionisti di hair and make up, direttori creativi, assistenti, esperti di postproduzione, designer… Volevamo che queste grandi famiglie creative, per definizione senza confini e itineranti, trovassero in «d» la loro casa italiana, dentro un giornale che desse loro spazio e libertà d’espressione.
Siamo stati fortunati: il progetto è piaciuto, e oggi si può dire che d ha l’onore di pubblicare i più grandi nomi della fotografia internazionale e una selezione dei migliori talenti emergenti – sono troppi i nomi per citarli tutti qui, ma un grazie speciale lo devo a Paolo Roversi, che per primo ha creduto nella nostra scommessa. Sono le loro immagini, scattate per il magazine e diffuse da sito e social network, ad aver fatto conoscere «d» per la prima volta fuori dall’Italia: per questo abbiamo voluto, una volta ogni sei mesi, raccoglierle in un volume in lingua inglese, stampato su carta pregiata e distribuito in una selezione di edicole e bookstore in tutto il mondo.
Così oggi «d» è un giornale che parla di moda e attualità, di arti, letteratura, società, viaggi, di cultura pop. Non è appassionato di celebrity e gossip. Ha troppa stima delle sue lettrici per pensare di spacciare loro consigli per gli acquisti o regolette su come vestirsi. Fa giornalismo, ma dà volentieri spazio anche a una scrittura più letteraria. È convinto della forza di una buona intervista e dell’emozione che sa dare una grande immagine. In questo lungo crepuscolo dell’editoria cartacea (cosa che, parlando in generale, non rappresenta una buona notizia per l’opinione pubblica delle nostre democrazie), qui si crede nel piacere dell’intelligenza, che è da sempre la ragion d’essere di un magazine.
«d» utilizza appieno i nuovi canali digitali, ma è orgogliosamente cartaceo, perché lo spazio della carta, per definizione limitato, impone di fare delle scelte – e il nostro mestiere, la nostra passione, è appunto questo: prenderci la responsabilità di cosa pubblicare e cosa no, rispettando il tempo di chi ci legge, che è prezioso. Decidendo quale spazio riservare a ogni contenuto, quanta rilevanza, chi merita una copertina. E cercando insomma, ogni giorno, nel nostro piccolo, di mettere in pagina un po’ di bellezza in un mondo che, a occhio e croce, ne avrà bisogno, sempre di più.