«Caudu e Fridu» di Massimo Bartolini, Palazzo Oneto di Sperlinga, Manifesta 12, Palermo, 2018. Foto: Ela Bialkowska, OKNO studio

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«Caudu e Fridu» di Massimo Bartolini, Palazzo Oneto di Sperlinga, Manifesta 12, Palermo, 2018. Foto: Ela Bialkowska, OKNO studio

Biennale di Venezia 2024: dentro i Padiglioni Nazionali

La Mostra Centrale ha contagiato anche le partecipazioni dei 90 Paesi: la migrazione artistica e il riferimento alle culture indigene saranno anche le tematiche più diffuse

Enrico Tantucci

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«Stranieri Ovunque», anche nei padiglioni nazionali. Il titolo e tema scelto dal curatore brasiliano Adriano Pedrosa per l’edizione numero 60 dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia hanno «contagiato», in modo autonomo o per diretta ispirazione, più di uno dei Paesi che prenderanno parte alla manifestazione. «È lo spirito del tempo», ha detto lo stesso Pedrosa riguardo al tema diffuso della sua mostra che, come ha spiegato, sarà una celebrazione dello straniero, del lontano, dell’outsider, del queer e dell’indigeno.

Saranno 90 in tutto le Nazioni partecipanti, con padiglioni dentro e fuori gli spazi dalla Biennale, e la presenza per la prima volta di quelli africani del Benin, dell’Etiopia e della Tanzania e di quello asiatico di Timor Est.

Dalle anticipazioni che filtrano, la migrazione artistica e il riferimento a culture indigene saranno una caratteristica diffusa in parecchie partecipazioni nazionali, con diverse prime volte. Jeffrey Gibson, ad esempio, sarà il primo artista indigeno con una personale nel Padiglione degli Stati Uniti. Pittore e scultore di origine Cherokee, creerà interventi all’interno e all’esterno del padiglione e nel cortile, presentando performance, installazioni multimediali e opere statiche. Il padiglione ospiterà anche spettacoli con altri musicisti, poeti e ballerini indigeni.

Scelta radicale anche per i Paesi Bassi che hanno selezionato a rappresentarli il collettivo congolese Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise (Captc), in collaborazione con l’artista olandese Renzo Martens come curatore. «The International Celebration of Blasphemy and The Sacred», questo il titolo del progetto, presenterà una serie di opere legate alla rigenerazione anche ambientale, sociale ed economica del Congo, riscoprendo le originarie foreste sacre. Prima volta anche per la Francia nello scegliere un artista di origini caraibiche come Julien Creuzet, giovane artista visivo, scultore e poeta, che nella sua opera si concentra sul rapporto travagliato tra la storia della Martinica e le vicende del Modernismo e della modernità europea. L’Austria presenterà le opere dell’artista concettuale russa Anna Jermolaewa, rifugiata e molto critica verso il suo Paese d’origine. Il suo progetto, «A Language of Resistance», riunirà diverse forme di resistenza non violenta che l’artista ha portato avanti nel corso degli anni.

La Gran Bretagna ha scelto il videoartista di origine ghanese John Akomfrah, con un lavoro che dedicato ai temi dell’immigrazione, della discriminazione e del cambiamento climatico. Anche la Spagna proporrà per la prima volta nel proprio padiglione nazionale un’artista straniera: la peruviana Sandra Gamarra Heshiki, con il progetto «Pinacoteca migrante», che sarà composto da sei gallerie e si occuperà delle conseguenze della colonizzazione spagnola. E di origine brasiliana è Guerriero do Divino Amor, l’artista che rappresenterà la Svizzera con il progetto «Super Superior Civilizations», riflettendo in chiave umoristica sulla nostra esistenza globalizzata, caratterizzata da distorsioni postcoloniali. E vive e lavora a New York, anche se è nata a Budapest, l’artista astratta Márton Nemes che rappresenterà l’Ungheria con un’installazione multisensoriale su larga scala con componenti audio, video e interattive, con riferimento alla Pop art, alla realtà virtuale e ai social media. Previsto per questa edizione anche il ritorno della Santa Sede, con il progetto «Con i miei occhi», che sarà allestito all’interno del carcere femminile della Giudecca.

Sarà invece un percorso multisensoriale quello che caratterizzerà la partecipazione dell’Italia interamente affidata all’artista toscano Massimo Bartolini, dal titolo «Due qui/To hear», con la collaborazione di musicisti e scrittori, come Caterina Barbieri, Gavin Bryars, Kali Malone per le musiche e di Nicoletta Costa e dello scrittore veneziano Tiziano Scarpa per i testi. Il progetto si svolgerà anche all’esterno del Padiglione Italia all’Arsenale e comprenderà anche un programma di performance. La Germania ha scelto invece l’artista israeliano Yael Bartana e il regista Ersan Mondtag con il progetto «Thresholds», che rifletterà sul concetto di soglia sia in senso temporale sia spaziale, tra scenari catastrofici e possibili e forse utopiche vie di sopravvivenza. Il padiglione avrà un’appendice sull’isola lagunare della Certosa per creare uno spazio risonante con l’opera degli altri artisti Michael Akstaller, Nicole L’Huillier, Robert Lippok e Jan St. Werner.

La Cina invece all’Arsenale presenterà il progetto «Atlas: Harmony in Diversity», con una collezione completa di antichi dipinti cinesi. Quanto al Giappone, la scelta è caduta su Yuko Mohri, artista che lavora soprattutto con installazioni e scultura, ma allargandosi anche al video e alla fotografia, attenta in particolare a mutazioni e cambiamenti anche di carattere ambientale. A Venezia utilizzerà oggetti e materiali del quotidiano anche per costruire una propria visione del futuro nell’era della globalizzazione. Si intitola invece «Everything Precious Is Fragile» il progetto espositivo di un Paese africano esordiente alla Biennale come il Benin, che rifletterà sulla sua storia approfondendo tematiche quali la tratta degli schiavi, la figura dell’Amazzone, la spiritualità e la religione Voodoo, con gli artisti Chloé Quenum, Moufouli Bello, Ishola Akpo e Romuald Hazoumè. Il Brasile, Paese del curatore della Biennale Adriano Pedrosa, ha scelto l’artista Glicéria Tupinambá con un progetto dal titolo «Ka’a Pûera: siamo uccelli che camminano», in cui guiderà una delegazioni di nativi, mettendo al centro tematiche come quella della colonizzazione, dell’emarginazione e della distruzione ambientale. Il nome del progetto si riferisce alle antiche foreste brasiliane, che, abbattute per praticare nelle aree l’agricoltura, avevano comunque la capacità di rigenerarsi.

Venendo a partecipazioni che si colorano inevitabilmente di politica, è caduto nel vuoto l’appello lanciato mesi fa dall’organizzazione Woman Life Freedom, sottoscritto anche da molte personalità della cultura, che chiedeva che l’Iran fosse escluso dalla partecipazione alla Biennale per il suo regime autoritario e la censura nei confronti delle personalità artistiche. L’Iran invece ci sarà con il progetto dell’artista Jafar Vahedi «Of One Essence is The Human Race», tratto dai versi del famoso poeta iraniano Saadi. Ci sarà anche Israele, in questo momento molto contestato per il conflitto in corso nella Striscia di Gaza, con il progetto «Motherland» dell’artista Ruth Patir, che con l’uso del 3D e insieme di antiche reliquie, confonde confini tra le epoche e le tecniche. Ma la polemica qui è anche nel fatto che Israele ha respinto la proposta di inserire nel suo programma ufficiale una mostra promossa dal Palestine Museum, istituzione statunitense con sede nel Connecticut, che aveva già allestito una mostra di arte palestinese in concomitanza con la Biennale del 2022.

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Enrico Tantucci, 08 marzo 2024 | © Riproduzione riservata

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