Abbas Zahedi ha creato «Brick Lane Foundation» Nocturnal Creatures Festival della Whitechapel Gallery nel 2021. Ritratto: Bálint Álovits e Thats So CSM; opera: Damian Griffiths

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Abbas Zahedi ha creato «Brick Lane Foundation» Nocturnal Creatures Festival della Whitechapel Gallery nel 2021. Ritratto: Bálint Álovits e Thats So CSM; opera: Damian Griffiths

Abbas Zahedi, dalla medicina al Frieze Artist Award 2022

La pratica radicale dell’artista inglese fonde le qualità trascendentali del suono, dello spazio e delle persone che si uniscono

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Redazione GDA

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Se un’opera d’arte potesse essere veramente trasformativa, che aspetto avrebbe? Secondo Abbas Zahedi, vincitore del Frieze Artist Award di quest’anno, potrebbe non avere affatto una forma fisica. La pratica radicale di Zahedi fonde insieme le qualità trascendentali del suono, dello spazio e della forza delle persone che si uniscono, includendo rituali funebri, collaborazioni con neurologi e strumenti scultorei che trasformano il respiro in liquido e poi in suono.

Formatosi come medico, Zahedi è approdato all’arte quasi per caso, partecipando al Padiglione della Diaspora alla Biennale di Venezia 2017. Da allora si è laureato alla Central Saint Martins, ha tenuto una mostra personale alla South London Gallery e ha esposto alla Whitechapel Gallery per la London Open 2022. Attingendo a diverse discipline, le sue opere sono accomunate dall’interesse per la guarigione e per la creazione di comunità. In quest’intervista ci parla delle forme inaspettate che la sua arte ha assunto e del perché si oppone a creare «l’ennesimo oggetto d’arte».

Inizialmente ha studiato medicina all’università. Perché ha abbandonato questo percorso professionale?
Avevo l’ambizione di diventare chirurgo o psichiatra. Dopo aver completato la formazione accademica e la maggior parte dei tirocini clinici, in seguito alla perdita di mio fratello nel 2011 ho deciso di lasciare la medicina. Ho iniziato a organizzare progetti comunitari locali, tra cui un banco alimentare e uno spazio culturale per migranti e comunità emarginate. Ho visto in questo tipo di lavoro un’estensione del mio interesse per il benessere in senso olistico e per gli spazi che supportano la vita e il vivere. Mi ha aiutato a trovare uno sfogo emotivo e un senso di connessione con gli altri, cosa che spesso mi era sfuggita crescendo.

Come si è avvicinato all’arte visiva?
Nel 2016 un amico mi ha detto di fare domanda per il Padiglione della Diaspora, una mostra organizzata dal Forum Internazionale dei Curatori alla Biennale di Venezia del 2017. Non sapevo cosa fosse la Biennale di Venezia, né pensavo davvero che quello che stavo facendo fosse «arte». Devo ringraziare [il curatore del padiglione] David A. Bailey e [gli artisti mentori] Hew Locke e Sonia Boyce, oltre a tutto il team e agli altri artisti per la loro guida durante quei sei mesi di corso intensivo di arte contemporanea.

Dopo Venezia, non mi consideravo ancora un artista. Per fortuna, la mia defunta amica, la straordinaria artista Khadija Saye, mi ha convinto a iscrivermi alla Central Saint Martins per fare un master con lei. A causa del disastro di Grenfell, Khadija non ha mai preso parte al corso, così ho trascorso due anni lavorando in sua memoria e sviluppando la mia pratica nascente. Sono stato molto fortunato a trovare un modo per incanalare le mie esperienze in qualcosa di utile per il pubblico, permettendomi al contempo di elaborare idee e sentimenti difficili da affrontare al di fuori di uno spazio artistico.
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È vero che un tempo organizzava simposi in un negozio di fish-and-chip?
Sì, è stato tra il 2010 e il 2017, quando un gruppo di amici e io ci incontravamo regolarmente nel Grove Fish Bar vicino alla stazione di Ladbroke Grove [nella zona ovest di Londra]. L’idea di questo gruppo, composto per lo più da immigrati di seconda generazione, era quella di esplorare idee filosofiche, artistiche e il nostro senso di eredità dislocata. Il pensiero che abbiamo sviluppato qui, così come la pratica di ritrovarsi con altri, è stato fondamentale per la mia opera.

La sua opera al Frieze Artist Award, «Waiting With {Sonic Support}», utilizza il suono per «contenere e creare spazio». Può dirci qualcosa di più sull’installazione?
L’opera mira a mettere criticamente in discussione le idee di un dentro e di un fuori. Il modo in cui il white-cube espone l’arte contemporanea si basa su una dicotomia dentro-fuori, una premessa divisiva che intende creare una scissione tra l’arte e un corpo individuato che la incontra. Cerco di pensare agli spazi dell’arte in termini di relazioni sistemiche, e quindi di situare il lavoro più come un processo che come la produzione di un altro oggetto d’arte. A Frieze, sto usando lo spazio «interno» del mondo dell’arte internazionale per realizzare il prototipo di una nuova forma di infrastruttura civica che combini più siti: un’area di attesa pubblica, un chiosco fai da te e uno spazio di supporto.

All’esterno dell’ingresso principale ci sarà una struttura che richiama la forma di una fermata dell’autobus dell’Asia centrale in epoca sovietica. All’interno dello spazio chiuso della tenda, creerò una seconda «fermata dell’autobus». Nel corso della fiera, trasmetterò tra queste due fermate un programma di musica in diretta al quale chiunque può partecipare. Ogni pomeriggio, all’interno della fermata dell’autobus esterna, si svolgeranno delle trasmissioni in diretta. La fermata all’interno della tenda permetterà alle persone di ascoltare ciò che i microfoni trasmettono dall’esterno.
Creando questa infrastruttura e invitando gli artisti a renderla viva, il mio obiettivo è quello di iniziare a ripensare la logica che crea rigidi binari sociopolitici, permettendoci di considerare il potenziale dell’arte come un ponte metaforico, che affonda le sue radici in qualcosa di popolare e percorribile.
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Perché è così interessato a esplorare le possibilità del suono nel suo lavoro?
Per me uno dei modi più efficaci per creare uno spazio di accoglienza è il suono. Passando del tempo con la scena londinese dello «spoken word» ed essendo anche un MC, [ho scoperto che] il suono ha sempre avuto questo legame con il senso di socialità. Ricordo intere notti in cui io e i miei amici ci sedevamo insieme in uno studio e ascoltavamo diverse demo.

Anche la collaborazione e la partecipazione del pubblico sembrano molto importanti per lei.
Sono collaborativo per natura; ricerco diverse modalità per coinvolgere gli altri, insieme a spazi, storie, idee e materiali, in modi che siano significativi e adatti all’opera. Penso spesso che ogni progetto crei una sorta di comunità. Non si tratta necessariamente di una comunicazione diretta attraverso le parole o il linguaggio. La condivisione e lo scambio reciproco possono aiutare a dimostrare come la mia esperienza sia ricca e al contempo limitata, riconoscendo anche le realtà degli altri. Le comunità possono essere un modo per mantenere insieme uno spazio, per onorare il nostro bisogno di una forza collettiva, che ci dà anche il sostegno necessario per i nostri viaggi individuali.

L’occhio sulla London Art Week 2022

«How To Make A How From A Why?» (2020) di Abbas Zahedi, South London Gallery

Abbas Zahedi si esibisce davanti all’ingresso di Frieze London

Redazione GDA, 14 ottobre 2022 | © Riproduzione riservata

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