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Lucia Antista
Leggi i suoi articoliMarguerite Duras - «Scrivere»
In queste pagine di Scrivere (NN editore) Duras affronta ciò che per lei coincide con l’essenza stessa dell’esistere: l’atto di mettere parole sulla pagina. Scrivere non è un gesto pacificato, ma una tensione continua, una pratica che nasce dal silenzio e lo incrina, una condizione che impone isolamento e, insieme, un confronto incessante con ciò che non si riesce a nominare.
Muovendosi tra gli spazi che hanno alimentato la sua immaginazione – la casa appartata di Neauphle, un atelier parigino, una stanza affacciata su Piazza Navona, un cimitero nascosto tra le dune normanne – Duras interroga la relazione tra luogo, memoria e creazione. Ogni ambiente diventa un varco attraverso cui emergono storie, figure, ossessioni: frammenti che compongono il nucleo della sua poetica.
I cinque testi che formano il volume mostrano una ricerca costante di essenzialità, attraversata dal pensiero della morte, da una fiducia incrollabile nella parola e dal desiderio – mai del tutto appagato – di toccare una verità più nuda. La scrittura, per Duras, è un corpo che sente, un’esperienza imprevedibile, un rischio.
Alberto Prunetti - «Troncamacchioni»
Con Troncamacchioni, che è stato candidato al Campiello, Prunetti racconta l’altra storia d’Italia: quella degli irregolari, dei ribelli, degli emarginati della Maremma antifascista, “dei diseredati che non possono permettersi il lusso delle emozioni interiori”.
Scrittore working class per eccellenza, – cresciuto nel mondo operaio e lontano dai salotti – ha fatto della memoria proletaria una letteratura civile e militante, già celebrata da Mujica e amata all’estero.
Dopo Amianto e 108 metri, dirige oggi il festival Working Class all’ex GKN, in questo nuovo libro in tre atti racconta l’epica stracciona” e la sua voce radicale si fa epica popolare: banditi, anarchici e comunisti sopravvivono “a troncamacchioni” – ovvero, con tenacia e senza chiedere il permesso.
Sofia Coppola - «Le ragazze sapevano tutto»
Prima attrice per caso, poi quasi pittrice. Sofia Coppola scopre la regia solo dopo aver letto Il giardino delle vergini suicide, quando capisce che fotografia, moda e design – tutti gli interessi che non riusciva a nominare – potevano convergere nel cinema. Nasce così il suo vocabolario visivo: luci soffuse, tempi dilatati, ragazze che sembrano conoscere il mondo e al tempo stesso esserne spaesate.
Le ragazze sapevano tutto ripercorre, attraverso interviste, archivi e vent’anni di conversazioni, l’eredità estetica ed emotiva di una generazione cresciuta dentro lo sguardo di Coppola. Le voci raccolte – dalle testate internazionali a Kim Gordon su Bust e Tavi Gevinson su Rookie – raccontano la sua trasformazione da promessa timida a figura cardine del cinema contemporaneo, capace di trasformare memoria e malinconia in un’estetica immediatamente riconoscibile.
Tra i temi ricorrenti: la collaborazione, Bill Murray come musa e “martello di velluto”, l’illuminazione ricevuta vedendo Purple Rain a dodici anni. Da tutto questo emerge un filo chiaro: l’abilità di fare dell’adolescenza un tempo sospeso, della noia un linguaggio, del privilegio una gabbia scintillante dove continua a nascere bellezza.
Alan Bennet - «Una spia in esilio»
Nel nuovo titolo della Piccola Biblioteca Adelphi, Alan Bennett torna a esercitare la sua consueta precisione mimetica unita a un gusto spiccato per l’osservazione laterale. Una spia in esilio prende le mosse dal celebre caso dei Cambridge Five, ma evita deliberatamente la traiettoria del romanzo di spionaggio: ciò che interessa a Bennett non è la trama delle operazioni clandestine, bensì la vanità, le piccole superstizioni e le strane rigidità che caratterizzano chi, pur collocato al centro della storia, resta irrimediabilmente umano.
Il libretto si articola su due episodi autonomi. Il primo ruota intorno a Guy Burgess, rifugiato a Mosca e incapace di adattarsi alla prosaicità dell’esilio: la missione affidata all’attrice Coral Browne – fargli confezionare un abito londinese senza che lui metta piede nel Regno Unito – permette a Bennett di lavorare su una comicità che nasce dall’incongruenza, dalla distanza tra la figura del traditore e la sua ossessione per le piccole comodità borghesi. Il secondo episodio riguarda Anthony Blunt, figura più austera e ideologicamente controllata, ma non meno esposta a un esame minuzioso: la controversa attribuzione di un presunto Tiziano diventa un modo per interrogare la fragilità delle istituzioni e l’ambiguità del potere culturale, mostrando come la disciplina morale non immunizzi dal ridicolo.
La scrittura resta tersa, calibrata, con una vocalità teatrale che beneficia della brevità del formato. Bennett orchestra l’umorismo in modo chirurgico: nessuna caricatura, nessuna compiacenza, ma una continua esposizione delle crepe che animano i suoi protagonisti. È un ritratto della Guerra Fredda dall’interno, osservata non attraverso i suoi conflitti geopolitici ma tramite i suoi attori più eccentrici e vulnerabili.
Anne Carson - «La norma sbagliata»
Anne Carson, poetessa e classicista nata a Toronto nel 1950, in La norma sbagliata (Utopia) raggruppa in questo insieme di componimenti poetici e prose, Anne Carson guida il lettore attraverso un percorso fatto di tappe molteplici, unitario e al tempo stesso discontinuo, composto da testi brevi, aforismi, meditazioni e note che si muovono tra il quotidiano e il mitico, tra ciò che passa e ciò che resta. Il libro rifiuta qualsiasi andamento lineare e si configura come un mosaico di visioni e idee che si richiamano a vicenda, ruotando attorno a temi quali identità, perdita, tempo e linguaggio. Anche il titolo, volutamente enigmatico, suggerisce una presenza elusiva - persona, concetto o emblema - costantemente toccata dall’errore. Con l’audacia formale che caratterizza il suo lavoro, più volte riconosciuta anche in ambito internazionale, l’autrice intreccia ironia, pensiero speculativo e slancio poetico, lasciando che il testo rimanga aperto e interpretabile. Ne risulta un esercizio di attenzione e meraviglia, in cui ogni frammento contiene il tutto e ogni dettaglio porta in sé la complessità dell’opera intera.
Riccardo Astolfi - «NO/LO Manifesto del Bere Senza Alcol»
Cresce l’attenzione verso un modo di bere più sobrio e consapevole, e il volume di Riccardo Astolfi si inserisce in questo scenario come un invito a ripensare il gesto stesso del brindisi. NO/LO Manifesto del Bere Senza Alcol non è un manuale tecnico né un elenco di ricette: si presenta piuttosto come un compagno di lettura, da tenere a portata di mano per esercitare presenza, gusto e sensibilità.
Astolfi smonta con metodo alcune convinzioni radicate — l’idea che un bicchiere faccia bene di per sé, o che senza alcol la convivialità perda significato — e propone un linguaggio nuovo per esplorare alternative autentiche, dalle bevande fermentate alle infusioni botaniche, dal kombucha al verjus. Il libro unisce riflessioni pratiche e osservazioni quotidiane, mostrando come sia possibile abitare feste, relazioni e momenti sociali senza dover ricorrere all’alcol come mediatore emotivo.
Griselda Pollock e Rozsika Parker - «Vecchie maestre»
Questa nuova edizione italiana di Vecchie maestre, ormai un riferimento nella critica d’arte femminista, mostra come la Storia dell’arte sia stata costruita attraverso criteri e narrazioni che hanno sistematicamente marginalizzato le artiste, trasformandole in figure eccezionali o decorative all’interno di un canone dominato dagli uomini.
Pollock e Parker non propongono semplicemente di “recuperare” qualche nome femminile dimenticato: mirano a rivelare la struttura ideologica che ha plasmato la disciplina, mettendo in luce i meccanismi attraverso cui il racconto artistico è stato reso funzionale a un immaginario esclusivo. Ne emerge un’analisi rigorosa, utile per comprendere come linguaggi, valori e categorie critiche siano stati modellati per definire l’arte come terreno maschile, e quanto sia necessario un ripensamento completo dei fondamenti storiografici.
Burhan Sönmez - «Gli amanti di Franz K.»
L’interesse crescente per i romanzi che intrecciano memoria, politica e riflessione sul rapporto tra letteratura e potere trova una declinazione precisa in questo nuovo lavoro di Burhan Sönmez. Gli amanti di Franz K. mette in scena un confronto che si svolge sul limite tra colpa e verità, trasformando un interrogatorio di polizia in un’indagine sulla responsabilità, sul tradimento e sull’eredità di Kafka.
La vicenda si apre nella Berlino Ovest del 1968, mentre le tensioni sociali attraversano l’Europa. Ferdy Kaplan, accusato di aver ucciso uno studente, viene incalzato dal commissario Müller in una serie di scambi che riportano alla luce un passato irrisolto: l’amore per Amalya, l’amicizia nata attorno alla lettura di Kafka, la militanza politica. L’obiettivo del suo gesto, si scopre, non era la vittima designata, bensì un altro uomo presente sulla scena: Max Brod, l’amico cui Kafka aveva affidato le ultime volontà, chiedendo che i manoscritti fossero bruciati.
Il romanzo è anche un itinerario che attraversa Parigi, Istanbul, Berlino e Tel Aviv, sullo sfondo di un’epoca segnata da fratture politiche e da identità in conflitto.
Sönmez costruisce un intreccio compatto, in cui la ricerca della verità si complica fino a far emergere l’interrogativo che domina l’intera storia: Max Brod è colui che ha tradito Kafka o colui che gli ha permesso di esistere per il mondo?
Agnese Scapinello - «Scusa il disordine»
In Scusa il disordine, edito da 8tto edizioni, Agnese Scapinello raccoglie micronarrazioni che fotografano questa esperienza dal basso, senza mediazioni intellettuali e senza compiacenza. Una riunione aziendale, una festa finita male, il lavoro di spruzzare profumi su chi passa. Quadri brevissimi, taglienti, in cui si riconosce qualcosa che raramente trova espressione letteraria: il disagio di chi si scusa costantemente per esistere in modo sbagliato, di chi non ha trovato il Piano B che avrebbe dovuto avere. Non è disperazione, ma qualcosa di adiacente: l'ironia di chi ha capito abbastanza da non potersi più illudere, ma non abbastanza da sapere cosa fare di questa consapevolezza.
Julia Armfield - «Riti privati»
Julia Armfield con Riti privati (Mercurio) ci porta in un mondo ormai sommerso dall’acqua, dove il collasso climatico è diventato la normalità. Al centro della storia ci sono tre sorelle riunite dopo la morte del padre, un architetto ingombrante anche dopo la sua assenza. La casa costruita dall’uomo diventa simbolo dei traumi familiari e dei legami impossibili da sciogliere. Armfield riprende una sorta di Re Lear ma con figlie lesbiche, come le stesse si definiscono. Il romanzo mostra una società esausta, dove tutto continua lentamente a deteriorarsi senza drammi spettacolari. La catastrofe non viene quasi mai nominata apertamente, ma emerge nei piccoli dettagli della vita di ogni giorno. Armfield suggerisce che, per alcuni personaggi, la fine del mondo finisca persino per sembrare una forma di sollievo. La scrittura è liquida, ipnotica e sensuale, attraversata da immagini marine e atmosfere inquietanti.
Raymond Chandler - «La sorellina»
La sorellina di Raymond Chandler (Adelphi che ne sta ripubblicando le opere) segue l’investigatore Philip Marlowe in un’indagine che parte dalla scomparsa di un uomo scomparso a Bay City (sobborgo di Los Angeles) e conduce nel lato oscuro di Hollywood. A chiedere il suo aiuto è una giovane ragazza del Kansas, “minuta, ordinata, dall’aria perbene” apparentemente ingenua ma piena di segreti. Accettando il caso per appena venti dollari, Marlowe si ritrova invischiato nel demimonde californiano. Incredibile quello che può fare Hollywood anche alle persone più anonime, scrive. Dietro il glamour della città emergono ricatti, corruzione, menzogne e violenza e tutto l'amore e l'odio che provava lo stesso autore per la città.
Dan Brown - «L’ultimo segreto»
Nel nuovo romanzo di Dan Brown pubblicato da Rizzoli, Robert Langdon torna protagonista in un intreccio che si apre a Praga, dove la neuroscienziata Katherine Solomon sta per divulgare una scoperta destinata a modificare il modo in cui si comprende la coscienza umana. Pochi istanti prima dell’annuncio, un omicidio e la sparizione del suo manoscritto trascinano Langdon dentro una fuga che lo porta da castelli boemi a cattedrali londinesi, fino a New York, seguendo una traccia costruita su simboli antichi, testi esoterici e riferimenti alla tradizione mistica europea. La struttura è quella consueta dei suoi thriller: inseguimenti, codici, società segrete, colpi di scena e un crescendo di rivelazioni che alterna storia, mitologia, neuroscienza e leggenda. Brown definisce questo libro “il più ambizioso” della sua carriera, e in effetti il romanzo prova a tenere insieme due piani — la suspense e una riflessione divulgativa sulle origini della mente — lasciando che la trama avanzi attraverso luoghi d’arte, laboratori scientifici e archivi nascosti. Le oltre seicento pagine offrono un percorso denso di svolte e di informazioni, costruito per un lettore che apprezza rompicapi, viaggi e misteri risolti passo dopo passo.