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Supercondominio per RADIS 2026 | Riflessioni sul bene comune

Per l’ottava edizione di Supercondominio, Treti Galaxie racconta «Il Bene Comune» partendo da ciò che resta ai margini del programma: tempi morti, incontri casuali, lavoro sommerso e relazioni che nascono tra gli spazi indipendenti riuniti tra Dogliani e Bene Vagienna

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Lo scorso anno la curatrice e ricercatrice Lisa Andreani scrisse un report per NERO sulla settimana edizione di Supercondominio, che si tenne il 6 e 7 settembre 2025 a Dogliani. Per il pezzo, ci chiese quale criterio avessimo adottato per curare un’assemblea di spazi indipendenti che operano a livello europeo, e come si gestisce un loro incontro di due giorni in un paese delle Langhe. Rispondemmo così: «In un certo senso, curare Supercondominio ci ricorda il NEG, unopera di Vincenzo Agnetti del 1970, che consiste in un dispositivo in grado di suonare le pause di una traccia musicale, trasformando i silenzi in suono. L’obiettivo di Agnetti era quello di sottolineare l’esistenza e l’importanza degli spazi “negativi” di una composizione. È esattamente quello che cerchiamo di fare con Supercondominio: diamo a una serie di progetti che stimiamo lopportunità di suonare la propria musica e, allo stesso tempo, ci assicuriamo che anche le pause tra una presentazione e laltra abbiano un significato, perché è in questi momenti che si costruiscono le relazioni più importanti e nascono amicizie». 
Per l’ottava edizione, intitolata «Il Bene Comune», e che si è svolta tra Dogliani e Bene Vagienna il 5 e 6 settembre 2026, abbiamo adottato lo stesso principio, e con il medesimo atteggiamento abbiamo pensato di impostare questo nostro Diario di Radis: ci piacerebbe concentrarci anche qui sui «tempi morti», su immagini e momenti ai margini del programma, situazioni non pensate per una restituzione pubblica ma per noi non meno importanti.

 

Parlando di immagini, non è mai semplice selezionare quali inserire nella documentazione ufficiale. La fotografa Elisabetta Ghignone ne ha consegnate più di 250, tutte molto belle. Da questo corpus ne abbiamo scelte circa 60, da condividere con i partecipanti, e abbiamo fatto una seconda selezione più stretta, di circa 20 immagini, destinate alla pubblicazione sui social. Per accompagnare questo testo ne abbiamo scelte 4. Forse la difficoltà è data dalla connessione emotiva, dalla stranezza del guardarsi dall’esterno, dal vedersi in «terza persona». Abbiamo cercato di dare alla selezione un taglio il più possibile narrativo e cronologico, mostrando l’arrivo a Dogliani di venerdì 4 con la visita all’opera Abetare (un giorno a scuola) (2025) di Petrit Halilaj, la calorosa accoglienza da parte di Elisa Rolfo e Monica Porasso alla Biblioteca Civica Luigi Einaudi, l’intera giornata di presentazioni al Teatro Sacra Famiglia, e la performance di Roberto Casti della sera stessa, proseguendo con la sessione di disegno della Scuola di Santa Rosa nel dehor della Trattoria Fieramosca di Bene Vagienna, la domenica mattina, e l’assemblea finale nella Sala delle Quattro Stagioni di Palazzo Rorà.
Forse il taglio auto-riflessivo di questo testo ci è stato suggerito dalla performance itinerante Paper (script) (2026) di Roberto Casti, in cui una sceneggiatura tentava di relazionarsi con se stessa e con il paesaggio mentre veniva letta collettivamente da circa 40 partecipanti, in una passeggiata per Dogliani, da Borgo a Castello, accompagnata da suoni e illuminata con torce verde smeraldo.

La sera del venerdì abbiamo fatto un sopralluogo, per affinare insieme all’artista la scansione spaziale della performance. Durante il percorso abbiamo trovato sotto al porticato di via Corte un vecchio armadio senza ante. Curiosando, apriamo un cassetto e troviamo un lungo foglio arrotolato. Ci ricordava la pergamena di un ciambellano medievale, e Luigi Presicce suggerisce di tenerla: qualcuno avrebbe potuto usarla per disegnare la domenica mattina durante l’intervento della Scuola di Santa Rosa. Proseguendo, troviamo gli altri partecipanti, che nel frattempo si erano fermati a parlare con un gruppo di ragazzi molto giovani nei pressi delle prime panchine del sentiero che sale verso il belvedere. La conversazione verteva sui loro interessi di quindicenni, tra pose di tenera arroganza e simpatiche provocazioni. Mentre stiamo cercando di stabilire una base dialogica efficace uno dei ragazzi nota la pergamena e chiede se può guardarla. Gliela passiamo, lui la srotola e si mette a ridere. «Non c’è scritto niente», dice. Poi, dopo un secondo, tenendosi sempre quel foglio vuoto davanti, aggiunge: «È come in Kung Fu Panda. La pergamena del guerriero dragone è vuota, e non esiste un ingrediente segreto della zuppa. L’ingrediente segreto sono io!». Scoppiamo tutti a ridere e ci mettiamo a parlare del film. In quel collegamento inatteso tra un pezzo di carta trovato per strada e un film d’animazione uscito 18 anni fa crediamo si sia percepita una sfumatura di quel bene comune che quest’anno abbiamo messo al centro di Supercondominio, il frutto di un prodotto culturale che permane inosservato e riemerge per unire le persone in modi imprevisti.

Il bene comune è qualcosa che una persona, o un gruppo di persone, fanno per far star meglio tutti. Questo «qualcosa» è difficile da definire e ha una natura malleabile e interpretabile, non ha luogo, eccede spesso le durate stabilite, scompare e riappare in forma diversa, si crea per somma e cresce per moltiplicazione, e continua a esistere anche quando viene dimenticato. È difficile quantificarlo in rendiconti e tabelle, e forse è meglio che sia così. Nel corso di queste giornate non se ne è mai parlato in maniera diretta, ma è apparso implicitamente tra le righe delle tante narrazioni. Si è discusso del lavoro sommerso di uno spazio indipendente, della fatica invisibile, non scritta, non dichiarata di chi lo porta avanti, dei rapporti umani che nel suo contesto si creano e si sfaldano, di decisioni difficili ma mai rimpiante. C’è stato molto “backstage” in questa edizione, punti di vista condivisi su esperienze condivisibili, e che raramente trovano un modo per essere espressi pubblicamente.
Il dehor della Trattoria Fieramosca di Bene Vagienna è esposto a sud-est, e tra i suoi tavolini accoglie in pieno il sole di una domenica mattina che non vuol smettere di proporsi come estiva. C’è chi disegna, chi beve caffè, chi mangia una fetta di crostata ai frutti rossi, e chi fa tutte e tre le cose insieme. Luigi Presicce ha un quaderno su cui ritrae un profilo, con ogni segno che si arriccia in delicate volute verdi; Francesco Lauretta ha una tavola di legno su cui poggia i fogli che poi percorre con lunghe scie di inchiostro, o delinea lente vibranti sagome a gessetto e carboncino, i tratti simili al fumo che sale dal suo sigaro sempre acceso. Notiamo che vicino a lui, per terra, accanto a una colonna del porticato, ci sono tre o quattro disegni, e ci pieghiamo per raccoglierli, pensando gli fossero caduti. Lui ci fa segno di lasciar stare, facendoci capire che li ha messi lì di proposito. «Chi li vuole li prende», dice mentre lavora a un altro disegno. Come a dire, chiunque passi di qua, e notandoli si ferma, e gli dedica un attimo di attenzione, e magari ne riconosce la bellezza, è libero di portarli con sé dove vuole.

Treti Galaxie, 14 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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