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Manuela De Leonardis
Leggi i suoi articoliIl silenzio è quello che pesa di più. Il silenzio soffocante di indossare lo chadari (o burqa) che annulla l’identità delle donne afghane: dai 300 grammi a oltre un chilo di tessuto sintetico o georgette plissettato che copre dalla testa ai piedi, con una griglia all’altezza degli occhi come la mashrabiya nelle architetture arabe. Un riquadro di fili intrecciati di non più di cinque centimetri di altezza e circa 15 di larghezza attraverso cui guardare il mondo. L’ingombro è fisico quanto simbolico. Indossare il burqa non vuol dire per le donne solo camminare e non correre, non andare in bicicletta o motocicletta, né guidare l’automobile, significa essere stigmatizzate in toto, subendo le discriminazioni di genere che il regime talebano (tornato al potere nel 2021 sotto la guida suprema del leader politico, religioso e militare Hibatullah Akhundzada) infligge loro con maggior acredine e violenza che in passato. Impossibile dimenticare le immagini del caos all’aeroporto Hamid Karzai di Kabul, il 15 agosto 2021, trasmesse dalla Cnn e da altre emittenti internazionali quando migliaia di civili hanno tentato la fuga.
Le organizzazioni umanitarie, tra cui Onu e Human Rights Watch, parlano della più grave crisi internazionale dei diritti umani: riguarda in particolare le donne che da un giorno all’altro sono state cancellate dalla vita pubblica. Circa 2,4 milioni di giovani non hanno più accesso all’istruzione secondaria e alle università, le professioniste sono state escluse dall’impiego negli uffici pubblici e negli ospedali, niente palestre né saloni di bellezza. È vietato anche cantare in pubblico, parlare ad alta voce e, fuori dalle mura domestiche, il loro movimento è condizionato dalla presenza di un «guardiano», un familiare di sesso maschile. Non solo, dopo l’interruzione della maggior parte degli aiuti esteri, l’impatto della gravissima crisi economica è ricaduto su milioni di bambine e bambini che soffrono di malnutrizione acuta con complicazioni che possono portare alla morte. Diversamente dalle donne, però, che hanno il volto celato, quello dei talebani è scoperto e ambiguo come nelle foto trovate per caso, alla fine del 2001, negli studi fotografici di Kandahar e collezionate dal fotoreporter tedesco Thomas Dworzak (pubblicate nel libro Taliban, Trolley Books 2003) con i loro colori esuberanti enfatizzati dal ritocco. Sguardo diretto e occhi truccati con il surma, quei giovani uomini che sembrano innocui posano davanti a fondali dai paesaggi alpini con i fiori di plastica e il kalashnikov sulle spalle. Ma si sa, talvolta la fotografia mente più di quanto si possa immaginare. E dire che dopo la caduta del primo regime talebano (quando furono distrutti i Buddha di Bamiyan e oltre 2mila statue preislamiche del Museo Nazionale di Kabul) con l’intervento militare americano, all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, le donne afghane cominciavano a riappropriarsi della propria vita.
Uno spiraglio di libertà che aveva dato un forte impulso alla creatività, animando la scena artistica con la presenza di numerose donne, tra cui Shamsia Hassani (1988), prima street artist e graffitista donna dell’Afghanistan nota a livello internazionale. Rientrata da Teheran, dove i genitori erano rifugiati, Shamsia aveva intrapreso gli studi artistici all’Università di Kabul, dove in seguito era diventata docente di disegno e anatomia, dedicandosi dal 2010 al graffitismo. I suoi iconici e coloratissimi murales che raffigurano donne stilizzate in burqa o hijab, spesso con gli occhi chiusi e senza bocca, che abbracciano la tastiera o la chitarra e magari tengono per mano un aquilone, spostano la narrazione del presente da una dimensione intima e personale, sospesa tra sogno e incubo, a quella collettiva, lì dove il tessuto urbano diventa uno spazio di libertà e speranza. Purtroppo la maggior parte dei suoi lavori in giro per Kabul, dall’area intorno alle rovine del neoclassico Darul Aman Palace a Dehbori Road, sono stati rimossi dai talebani e in parte sostituiti da versetti religiosi, così come quelli di ArtLords, un collettivo di artiste e artisti attivo a Kabul tra il 2014 e il 2022. Nel 2021 Shamsia Hassani ha lasciato il Paese e attualmente è in esilio a Los Angeles, dove vive anche Lida Abdul (Kabul, 1973) la prima artista ad aver rappresentato l’Afghanistan alla Biennale di Venezia, nel padiglione curato nel 2005 da Said Ismael Noori. Prima di emigrare negli Stati Uniti, Abdul che era fuggita con la famiglia dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, ha vissuto come rifugiata in India e Germania. Un’artista nomade che esplora i temi dei disastri della guerra tra migrazione, dislocazione, identità culturale e resilienza, attraverso film e installazioni tra cui «White House» e «Dome» (entrambe del 2005), proiettate anche nella collettiva «Turandot: To the Daughters of the East», organizzata da Parasol unit tra gli eventi collaterali della 61ma Biennale di Venezia 2026.
Ad Amburgo, invece, vive dal 2022 l’artista multidisciplinare Nabila Horakhsh (Provincia di Kabul, 1989) che dopo la laurea in Letteratura persiana-dari all’Università di Kabul è stata tra le prime donne a studiare al CCAA-Center for Contemporary Arts Afghanistan. Oggi l’istituzione fondata nel 2004 continua la sua attività a Francoforte come Center for Contemporary Arts Afghanistan in Exile, supportando artiste e artisti afghani esiliati e preservando l’arte afghana contemporanea. A Kabul, Horakhsh è stata tra le fondatrici di Berang Arts, hub di formazione e divulgazione della cultura visuale in Afghanistan. Nel 2014, in un periodo di grande ottimismo, sono nati molti progetti artistici incluso quello formativo per fotografe e fotografi di Farzana Wahidy (Kandahar, 1984), prima fotogiornalista afghana a collaborare con Agence France-Presse (Afp) e Associated Press, memore della propria esperienza quando da ragazzina era stata costretta a studiare di nascosto in una scuola clandestina ma che non ha mai smesso di credere in quello che sembrava un sogno impossibile. L’obiettivo della sua fotocamera inquadra spesso i gesti delle donne afghane nella quotidianità.
Dalla fotografia documentaria a quella concettuale, linguaggio che appartiene alla poetica di Rada Akbar (Kabul, 1988), artista e attivista membro del Centre for Contemporary Art Afghanistan: a Kabul, nel 2008, ha esposto nella prima mostra di pittura femminile e si è aggiudicata la Menzione d’Onore dell’Unicef Photo of the Year 2015 con il reportage sui bambini lavoratori intitolato «Childhood in Afghanistan». Akbar rilegge la storia del suo Paese attraverso la moda e il design oltre che le arti visive, e se la serie in bianco e nero «Invisible Captivity» (2013) prefigura il dramma odierno delle donne afghane, nei successivi «monumenti indossabili» dei progetti «Abarzanan» (in persiano significa «Superdonne») e «Infinite Power» celebra la resilienza femminile ritagliando nella carta velina degli «abiti scultura», come in «The Queen of the Moon n. 3», i versi di Khamseh del poeta persiano Nizami Ganjavi (XII secolo) che esaltano leggendarie figure di donne. A proposito di opere indossabili, anche l’artista e performer Kubra Kademi (che come Rada Akbar, esiliata a Parigi dal 2021, vive nella capitale francese) è stata forzata a lasciare il suo Paese in seguito alla performance «Armor», realizzata nel 2015 camminando in una strada affollata del quartiere popolare Kote Sangi, a Kabul, con indosso un’armatura metallica che esagerava la dimensione dei suoi seni e delle natiche. «Avevo paura ma allo stesso tempo più percepivo la tensione che cresceva e più mi sentivo forte. Più ero vulnerabile e più il lavoro stava funzionando», afferma l’artista che con Nicole Lapierre è coautrice della graphic novel autobiografica La fille et le dragon (Éditions Denoël, 2024).
L’ossessiva negazione di libertà e femminilità da parte dei talebani mette in luce il paradosso stesso per cui le donne sono temute quasi fossero dei «jinn» («geni», entità soprannaturali della tradizione islamica, intermediarie tra il mondo umano e quello angelico, Ndr). Malgrado tutto ciò sono numerose le artiste afghane in esilio che fanno sentire la loro voce, tra cui Fatimah Hossaini (fondatrice della piattaforma artistica non profit Mastooraat Organization), Jahan Ara Rafi, Malina Suliman e Fatima Wojohat. Quanto ad Hangama Amiri (nata nel 1989 a Peshawar, in Pakistan, cresciuta a Kabul, emigrata in Canada dove ha studiato ad Halifax, conseguendo poi l’Mfa alla Yale University e attualmente residente a New York) usa la stoffa come un pigmento, cucendo a macchina pezze di diversi tessuti e colori per conferire tridimensionalità ai ricordi personali che s’intrecciano alla storia del Paese, di cui coglie cambiamenti e contraddizioni così come la forza stessa delle donne. Anche lei, come le altre artiste, sembra condividere le parole dello scrittore e regista Atiq Rahimi nel libro reportage L’immagine del ritorno (Einaudi, 2004): «Cerco quel sentimento che rinasce ogni volta che si osserva una ferita. Ogni volta che guardiamo una ferita pensiamo anche al suo dolore».
Manuela De Leonardis
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