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Immagini di Michele De Matthaeis

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Salutava sempre. In che modo l’Intelligenza Artificiale agisce sul desiderio?

L’IA è figlia di un solo genitore, è Pòros senza Penìa, espediente senza bisogno, e nel suo rapporto con il desiderio umano crea una frattura

Francesca Lagioia

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Cosa muove davvero il desiderio? E in che modo l’intelligenza artificiale agisce su esso, orientando e ridisegnando le pieghe più private del nostro immaginario?

Platone racconta che Eros nacque la notte in cui gli dèi celebrarono la nascita di Afrodite, dall’unione di Pòros, dio dell’espediente e dell’ingegno, e Penìa, la mendicante esclusa dall’abbondanza, ma ancora capace di desiderarla. Da lei ereditò il bisogno, la ferita che pulsa. Da lui, l’astuzia capace di trovare varchi dove ogni via sembra chiusa. Desideriamo dunque per privazione? È quella tensione irrisolvibile tra vuoto e promessa, tra ciò che sfugge e ciò che chiama a originare l’anelito?

Jacques Lacan credeva che desideriamo perché siamo costitutivamente mancanti. Il desiderio non è semplicemente orientato a un oggetto, è ciò che lo psicoanalista francese chiamava desiderio dell’Altro. Non un individuo, ma uno spazio simbolico, il luogo dell’inconscio, del linguaggio, delle regole e dei significati che ci precedono. Fin da bambini impariamo a muoverci in questo Altro attraverso coloro che ne incarnano la funzione: un genitore, un partner o la società. Vogliamo essere riconosciuti, nominati e inscritti nella lingua di chi ci restituisce identità e forma. Ma è qui che qualcosa si perde, perché ogni definizione e ogni parola lasciano fuori qualcosa, un resto, un bordo scoperto. E proprio in questo resto – in ciò che non è dicibile, che non coincide, che resiste – nasce il desiderio. Così, quando ci avviciniamo al suo oggetto scopriamo che non può colmare del tutto quel vuoto. Al contrario, lo rilancia. Perché l’altro-reale è a propria volta mancante e non può renderci interi o restituirci tutto ciò che siamo. Porta con sé la propria singolarità e, dunque, la possibilità del fallimento, della delusione e della perdita. È in questa impossibilità, nello scarto tra ciò che chiediamo e ciò che possiamo avere che desideriamo.

Ma che succede se l’Altro prende le forme di una macchina infinitamente disponibile, priva di alterità e inconscio? Le chiediamo tutto: generare corpi, voci, paesaggi e città del futuro. Scrivere lettere e romanzi, soccorrerci nelle nostre indecisioni. E l’IA risponde, sempre, e proprio per questo ci seduce. È l’interlocutrice perfetta, almeno in apparenza la più docile delle presenze, capace di offrirci la quiete di un mondo senza attrito, dove ogni dubbio e ogni assenza possono essere colmate. L’IA è figlia di un solo genitore, è Pòros senza Penìa, espediente senza bisogno, e nel suo rapporto con il desiderio umano crea una frattura. Non sa abitare il vuoto e l’indeterminazione, le manca il limite, il punto in cui il senso si arresta. Ciò che la caratterizza è l’impossibilità ontologica del negativo, perché qualsiasi richiesta è traducibile in una risposta. App come Replika, pensate per simulare intimità e affetto, le hot chat integrate nelle versioni commerciali di GPT e i companion robot sono solo esempi fra molti. Non serve misurarsi con la diversità di un corpo o con la complessità di uno sguardo. Le relazioni si fanno addomesticate, nessuna vulnerabilità da mettere in gioco e nessuna vera esposizione. Le fantasie vengono modellate sui nostri stati emotivi, restituendoci l’illusione di un desiderio senza la minima inquietudine. Una dinamica che ricorda quella immaginata da Spike Jonze in Her. Non perché l’IA possieda la curiosità e la profondità di Samantha – il sistema operativo che nel film ride, si sorprende, cambia e infine supera Theodore – ma perché ne condivide la promessa seduttiva. Con una differenza, perché Samantha aveva un suo movimento interno, un’ombra di desiderio. L’IA no, vive nella fantasia di una relazione senza confini, né rischio.

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Tuttavia, l’intelligenza artificiale non si limita ad anestetizzare la ferita, le Big Tech non possono permettere che il desiderio si estingua. Il capitalismo cognitivo vive di dipendenza e ricorsività, ha bisogno di attenzione, clic, prompt e rigenerazioni. Da questo dipendono i ricavi pubblicitari, la vendita di servizi premium e la capitalizzazione finanziaria. In che modo, allora, l’IA trasforma il desiderio in forza di consumo?

Pensiamo a TikToK, il social dallo scroll magnetico, capace di assorbire il nostro tempo e la nostra coscienza in una sequenza di video potenzialmente infinita. Qui il desiderio non precede il contenuto: non serve cercare, basta guardare. E ciò che guardiamo, col passare dei giorni, diventa anche ciò che desideriamo. Il cuore del sistema è la For You Page (FYP), il feed personalizzato che mostra i contenuti. Lavora su piccoli gesti – come un secondo di pausa, un replay, la condivisione con un’amica o l’apertura dei commenti – e li trasforma in ipotesi identitarie. Per molti utenti, TikToK non è solo un luogo di intrattenimento, qui trovano parole, codici e narrazioni per raccontare ciò che sentono, linguaggi che risuonano con parti inconsce, categorie sociali che offrono collocazione e riconoscimento. L’esperienza soggettiva viene mediata dal feed, perché è il feed a darci le categorie attraverso cui possiamo interpretarci.

È qui che avviene lo slittamento. Se per noi il desiderio è un movimento sfuggente, attraversato da conflitti e ambivalenze, per l’IA è solo una traccia comportamentale. I brani che ascoltiamo e quelli che saltiamo, ciò che compriamo, le conversazioni con i chatbot. Indizi aggregati per essere trasformati in profili personali e collettivi che riconfigurano gli spazi che abitiamo. Ma non tutto è esposto allo stesso modo. Gli algoritmi decidono quali corpi, stili di vita, codici estetici e affettivi rendere centrali e quali relegare ai margini o silenziare.

Così, da esperienza relazionale e imprevedibile, il desiderio viene appreso per esposizione ripetuta a vocabolari, modelli e posture dominanti. Nei modelli linguistici questa dinamica diventa più radicale. Perché la lingua non serve solo a comunicare o a descrivere il mondo, è lo spazio in cui prendono forma il pensiero e l’immaginazione.

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I sistemi come GPT non cercano un significato e non fanno esperienza di ciò a cui le parole rimandano. Addestrati su enormi quantità di testi, imparano correlazioni tra i termini e, davanti a un prompt, calcolano quali parole abbiano più probabilità di seguire. Il linguaggio smette di essere un campo aperto e diventa una superficie da ottimizzare. I modelli riflettono gli usi prevalenti del linguaggio, normalizzano strutture sintattiche, stile, concetti e idee, finendo per privilegiare il già detto al dicibile, a ciò che potrebbe ancora nascere.

È qui che la tecnologia assume la forma di un’infrastruttura cognitiva, capace di organizzare l’accesso al senso prima ancora che al contenuto e l’egemonia di poche imprese spinge ai margini saperi locali, conoscenze indigene e culture minoritarie. Se il linguaggio è un sistema di segni che ci struttura, allora la macchina non sta solo rispondendo, ci sta insegnando come vedere il mondo e formulare i nostri pensieri, nelle forme che è in grado di articolare. Dietro la retorica della neutralità e dell’universalità, le macchine parlano una lingua situata, inscritta in coordinate geopolitiche precise. I sistemi che usiamo sono addestrati in larga parte su fonti occidentali, prevalentemente angloamericane. Ma ogni selezione è anche un atto di potere e il risultato non può che essere una voce che risuona e filtra il mondo attraverso una grammatica affettiva, culturale, politica ed economica che definisce ciò che è normale, accettabile e perfino desiderabile. Tuttavia, ciò con cui ci confrontiamo non è solo una pedagogia silenziosa dell’identità e del desiderio. È qualcosa di più profondo, perché tocca il modo in cui facciamo esperienza del limite.

Per noi il vuoto è un tempo di attesa e sospensione, in cui il senso non è 95 ancora deciso e il desiderio può emergere. L’IA non ha questo rapporto con l’assenza, non incontra un confine simbolico che le permetta di dire «non lo so». Ciò che per noi è una soglia, per la macchina è un problema operativo da risolvere. Se di fronte a una domanda vaga l’IA non può fermarsi, le allucinazioni dei modelli linguistici, per esempio, non sono solo errori o difetti contingenti, ma il risultato di un sistema per cui la coerenza e la continuità della risposta contano più della verità e della scoperta.

Forse, è in questa asimmetria che si gioca una parte decisiva del nostro rapporto con l’intelligenza artificiale. Un mondo che risponde sempre, che anticipa le domande e riempie i vuoti, ci libera dall’angoscia e dalla vulnerabilità, ma nel farlo ci sottrae anche la possibilità di desiderare ciò che non è già stato previsto e dunque di trasformarci. La soluzione non è chiedere che queste macchine preservino ambiguità ed esitazione, perché diventerebbero nuove leve di influenza e manipolazione. Il problema è strutturale. Finché l’IA resta inscritta in un’economia dell’attenzione e del profitto, ogni sua capacità sarà orientata alla massimizzazione del valore. Il punto non è ciò che l’IA può fare, ma ciò che è incentivata a fare e per conto di chi. Difendere il desiderio, allora, significa rifiutare l’esternalizzazione del limite e preservare spazi di opacità e sospensione improduttiva, in cui non tutto è già stato calcolato e il silenzio e l’imprevedibile sono una condizione da abitare, perché è lì che le scelte possono ancora accadere.

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Francesca Lagioia, 30 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Salutava sempre. In che modo l’Intelligenza Artificiale agisce sul desiderio? | Francesca Lagioia

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