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Redazione GDA
Leggi i suoi articoliVilla Silvio Pellico sulla collina torinese è un luogo non-luogo. A partire dal nome: che è quello di quel lugubre patriota con barbetta e occhialini che s’era costretti a studiare fin dalle elementari, un tizio che gli austriaci avevano rinchiuso in un orrido carcere perché ad ogni costo voleva trasformare l’Italia in un regno tutto di marca italiana e che una volitiva marchesa di sangue francese (Colbert) e solido marito piemontese (Falletti di Barolo) aveva riscattato, assunto quale supersegretario, perlopiù addetto a smaltire l’ininterrotto rapporto epistolare con papi, ministri e regnanti che l’indomita marchesa intrattenne fino alla morte. Silvio Pellico, nei mesi estivi dedicati al soggiorno collinare della marchesa, era stato relegato nella dépendance neogotica (e molto alla moda) della Villa. Forse per questa ragione, ancorché non pare affatto che Pellico esercitasse soverchia influenza sulla marchesa, un patriottico barone di fine Ottocento raccolse il testimone e le chiavi del luogo, e lo ribattezzò. «Vigna Barolo» divenne «Villa Silvio Pellico». I successivi proprietari pensarono che non fosse benaugurante cambiare ancora nome e da allora Silvio Pellico, senza merito o consapevolezza alcuna, si trovò ad aleggiare sui merli e le statue della cappella, nei vialetti di siepi modellate come nuvole, sul loggiato e le terrazze di bargiolina. Né la casa, né il giardino, se non fosse per la cornice delle Alpi che fa da imprescindibile sfondo, tradiscono un’identità precisa: l’intonaco lavato da due secoli di piogge è rosso pompeiano, i portici sono cadenzati da statue di marmo bianco, l’architettura è una strana coniugazione di tardo Settecento mediterraneo col Gothic revival di matrice anglosassone. Forse in quest’incerto fluttuare dello stile sta il suo bello. A seconda dell’ora, dell’angolo di visuale, della stagione o dell’umore, si potrebbe credere d’essere a sud di Roma, in Provenza, nel Kent o in provincia di Salisburgo. La casa principale, rossa appunto, è del genere che gli sceneggiatori di Disney avrebbero volentieri scelto per rappresentare il rifugio agreste di un pacifico vecchio oncle à héritage e che Jane Austen avrebbe scelto a emblema della tranquilla sistemazione matrimoniale di una delle sue eroine, così tipiche della gentry inglese. Difatti l’insieme non ha nulla di pomposo, non v’è pretesa di apparire, di stupire o conquistare con i lustrini cari al Settecento o all’opulento vittorianesimo; piuttosto le sovrapposizioni di epoche e sogni diversi hanno contribuito non poco a sedimentare, amalgamare, armonizzare senza soluzione di continuità: con gentilezza e inconsapevole perizia, ed è questa la chiave di lettura, lo spirito del luogo. Vedere senza essere visti. Quando mia moglie e io, negli anni Sessanta, giungemmo qui, per vie diverse e ancora del tutto estranei l’uno all’altra, fissammo nella memoria l’immagine che del posto entrambi assorbimmo: un luogo luminoso costellato di piccole delizie, incastrato in un piccolo regno, irraggiungibile senza una segretissima parola d’ordine. Il giardino è singolarmente conforme all’ibrido armonico delle costruzioni che sorgono al centro. Giardino assai antico, dato che qui d’estate i marchesi di Barolo trascorrevano al fresco mesi senza pretese, se non quelle consone al rango, attutite dal carattere agreste dei filari di vigna (un vino pessimo quello dell’epoca) e della campagna piemontese che al tempo si stendeva geometrica e intatta fino ai varchi che portano alla Francia, a Savona e a Genova e che talvolta spingono fin qui refoli di aria salmastra. Giardino non grande (e ahimè amputato quarant’anni fa di varie amenità quali un laghetto circondato da prati all’inglese e scorci di vecchi casolari adibiti a giochi di fattoria ancora in voga nel secolo scorso). Disegnato più di duecent’anni fa alla moda inglese, con la sapienza dell’epoca che amplifica gli spazi complicando le prospettive, e con tanto di strade e viottoli a intersecare il fianco della collina, vasi di pietra e colonne con iscrizioni tratte dall’Encyclopédie, chilometri di siepi di bosso modellato come nuvole a balze o palle o coni o labirinti. Hubert Robert, il pittore, sarebbe stato il ritrattista perfetto e avrebbe amato i chilometrici platani (che la tradizione attribuisce al passaggio di Napoleone a Torino) e gli enormi cedri del Libano che i vecchi registri datano ai primi anni del Seicento (1612, una primizia da ricchi del tempo). Gli illuminati proprietari che ci hanno preceduto nelle cure alla Villa e al giardino in realtà si trovarono nell’immediato dopoguerra innanzi a un compito immane: innamorati dell’unicità che ciò già allora rappresentava nella collina torinese, si dedicarono per un buon decennio al restauro di interni ed esterni dilapidati dall’incuria più che dal tempo. Il giardino fu riordinato, ripulito e ripristinato in ossequio all’ispirazione originaria, per fortuna ancora palpabile e tracciata a grandi linee fra monumentali esemplari ad alto fusto, antiche fontane e tempietti rimasti a testimoniare la religiosità della marchesa. Un problema si pose ai loro occhi, di complessa soluzione: la facciata della casa principale, sapientemente disposta a sud, guardava la vigna, o meglio uno sconsiderato panettone inclinato verso valle e senza scopo, con inutili filari abbandonati. Le fotografie dei primi anni Cinquanta rendono l’idea: l’occhio che dalla casa guardasse all’esterno non trovava riscontro alcuno se non l’ammasso informe di aiuolette e fiori da stazione, nulla che chiudesse degnamente una prospettiva che ci si aspettava consona alla promessa che le quinte di verde tutt’intorno facevano presagire. L’adorabile snobismo e la cultura anglofila dei nostri predecessori portarono alla ricetta giusta: occorreva un mago del paesaggio, un professionista che non fosse influenzato dalla tradizione locale o dalla perniciosa tentazione di produrre testimonianze improntate a fedeltà storica. Theo Rossi di Montelera, un affascinante e cosmopolita tycoon dell’epoca, nella sua meravigliosa villa settecentesca alla Loggia (a pochi chilometri di distanza da qui) aveva osato l’inosabile: chiamare al suo capezzale l’astro nascente del paesaggismo internazionale, l’inglesissimo Russell Page (1906-85). E Page stava compiendo miracoli alla Loggia e in certe eleganti dimore francesi, e a Longleat nella campagna inglese e sul Lago Lemano. Page venne in visita a metà anni Cinquanta e accettò con entusiasmo, folgorato da quel fascinoso eremo. Al progetto si dedicò per anni, instaurando coi sofisticati committenti un dialogo serrato, un gioco a rimpiattino che divertì tutti fino al varo del piano definitivo. Progetto che poi Page descrisse compiutamente, come uno dei suoi lavori più riusciti e amati, nella sua autobiografia e nei suoi scritti; e che presupponeva un bel po’ di coraggio, tenuto conto che si trattava di un green field da plasmare e proiettare, con buona dose d’ottimismo, a cinquant’anni di distanza. Page propose di risolvere l’impasse di quel digradare sgraziato innanzi a casa, creando due prati simmetrici a pianoterra bordati da siepi disegnate di bosso e rose di colore e camelie, e confinanti con una balaustra affacciata su un gioco di doppie scale di pietra; scale e pianerottoli costruiti a ridosso di muri coperti di sempreverdi e intervallati da terrapieni di rose antiche e piante mediterranee, e infine destinati a sfociare in un vasto altopiano delimitato da un contrafforte e grande abbastanza da ospitare parterre ricamati con piante di bosso e di tasso, poste ad altezze diverse così da offrire prospettive cangianti a seconda del piano terrazzato da cui parte l’osservazione e da regalare un effetto ottico a cannocchiale, tendente all’infinito. L’altopiano, all’arrivo del gioco di scale, fu un’invenzione geniale: l’illusione ottica determinata dall’impianto a crociera amplifica le distanze. La visuale spazia nelle quattro direzioni cardinali, segnate da finti labirinti di siepi e da tre vasche a perpendicolo situate sul medesimo asse ma su piani diversi e separati da stanze (tonde, rettangolari o a semicerchio) delimitate da alte barriere e mezze piramidi di tasso e pigne di pietra e antiche sfingi in marmo di Carrara, a guardia dell’acqua che ci attende; due statue settecentesche delimitano il percorso visivo dietro al quale spuntano effimeri ciliegi del Giappone e torreggianti cedri blu, a distanza. L’impressione è di mistero dietro agli spazi visibili e, dietro gli specchi d’acqua e leggeri zampilli, si intuisce che v’è dell’altro e si è invogliati ad andare oltre, alla scoperta dell’invisibile, certi che altre meraviglie ci attendono. Russell Page non ha seguito qui vecchi prototipi italiani o francesi, ma piuttosto ha innovato il glorioso tema del teatro di verdura caro al Settecento, senza cadere nelle trappole banali del post-modern; solo che qui il «dietro l’angolo» non è prevedibile, le stanze regalano una sequenza apparentemente docile di scorci, ma lasciano supporre visuali infinite là dove la vista non giunge. E la casa è grata alle geometrie che dai suoi balconi son ben visibili a un piano nettamente più basso, in imperfetta simmetria. Una bella mostra al Garden Museum di Londra celebra questa primavera il genio di Russell Page (oramai conclamata star del settore nel secolo da poco concluso) e questo giardino, il nostro giardino, vi è degnamente rappresentato. Onore agli inglesi! Un’ultima, ahimè amara, nota: la gioia che il giardino instilla nei visitatori nei giorni fausti di luce diretta è una ricompensa più che simbolica e alla sua preservazione dedichiamo tempo, fatica e denaro oltre il possibile. Ma per quanto ancora ci sarà concesso di salvaguardare il lascito che il lampo di genio ha creato? L’Italia non è un Paese per vecchi, l’amministrazione fiscale non premia per nulla (e anzi condanna come ingiusto privilegio) gli sforzi immani che i privati prodigano per la salvezza di questi antichi e inimitabili manufatti. E non dell’italianissima latitanza di qualsivoglia aiuto dalle istituzioni ci lamentiamo, ma della vessazione che, senza sosta e con veloce crescendo, la legislazione tributaria e l’indifferenza governativa ci propina: demagogica miopia da terzo mondo, inettitudine a capire ciò che è semplice in un Paese che un tempo disponeva in quantità di merce rara e invidiabile. L’Arte, la Storia e il Paesaggio (per saperne di più: www.villasilviopellico.it/visits/).
Una veduta del giardino di Villa Silvio Pellico a Moncalieri disegnato da Russell Page.
Una veduta del giardino di Villa Silvio Pellico a Moncalieri disegnato da Russell Page.
Una veduta del giardino di Villa Silvio Pellico a Moncalieri disegnato da Russell Page.
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