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Ludovica Zecchini e Laura Castelli
Leggi i suoi articoli«Gli oggetti arrivano dopo». Durante l’edizione 2026 del Salone del Mobile di Milano (21-26 aprile), Sabato De Sarno ribalta la prospettiva con INSIEME, un progetto corale che restituisce visibilità a chi sta dietro il fare. Sulla facciata della Piscina Cozzi, 79 ritratti di artigiani - provenienti da 12 aziende italiane - compongono un racconto visivo che parla di competenze, identità e lavoro condiviso. Realizzato con Vanity Fair e inserito nel progetto globale Inside Out, INSIEME traduce l’artigianato italiano in una narrazione contemporanea: collettiva, concreta, profondamente umana.
Come nasce il progetto e perché hai deciso di mettere al centro le persone e il loro processo creativo, più che gli oggetti?
Il progetto nasce da una reazione a un sistema sempre più veloce, in cui tutto si consuma rapidamente: immagini, eventi, contenuti. Oggi si partecipa spesso senza un reale desiderio di capire. Dopo oltre vent’anni nella moda, ho sentito il bisogno di fermarmi. Questo tempo di pausa mi ha restituito una cosa fondamentale: la libertà, ma soprattutto un nuovo rapporto con il tempo. Rallentando, ho iniziato a guardare le cose in modo diverso. Non mi interessa più solo il risultato finale, ma tutto ciò che lo precede: il processo, il lavoro, le persone. Mi interessa capire come si arriva a una forma, a un oggetto, quali storie e quali competenze lo rendono possibile. Da qui nasce l’idea: spostare l’attenzione dall’oggetto a chi lo crea.
Come hai scelto gli artigiani coinvolti e come si è sviluppato il dialogo con loro?
La selezione è stata forse la parte più complessa, perché l’Italia è piena di realtà straordinarie. Abbiamo scelto di partire dai materiali - vetro, ceramica,metallo, pietra, legno, tessile - come metodo di orientamento. Sono andato direttamente nei laboratori, incontrando le persone. Non ho chiesto pezzi iconici o commerciali, ma qualcosa che li rappresentasse davvero. Spesso sono emersi oggetti fuori produzione, lavori d’archivio o pezzi irripetibili, legati a competenze specifiche o a persone che oggi non ci sono più.
Quello che è emerso è un intreccio di storie: degli oggetti, ma soprattutto degli artigiani, dei fondatori, delle generazioni che si succedono. Di solito vediamo solo le mani che lavorano; raramente i volti. Questo progetto vuole ribaltare questa prospettiva. L’obiettivo è invitare il pubblico a soffermarsi: dietro un oggetto c’è tempo, dedizione, spesso mesi di lavoro e un sapere che rischia di scomparire. Ma c’è anche un’altra dimensione, per me fondamentale: restituire qualcosa. Durante la mia carriera ho incontrato persone che mi hanno dato visibilità; oggi sento il bisogno di fare lo stesso per altri.
In questo senso, il progetto sembra voler riportare in primo piano ciò che normalmente resta invisibile, non solo il gesto ma anche le persone dietro il lavoro. È così?
Sì, esattamente. Proprio stamattina ho ricevuto il messaggio di un artigiano di Firenze che mi ha scritto: “grazie, perché di solito veniamo raccontati solo attraverso le mani che lavorano, mai attraverso il volto”. È una cosa che mi ha colpito molto, perché dice tutto. Siamo abituati a osservare il gesto, ma raramente ci soffermiamo sulla persona che lo compie. Questo progetto nasce proprio con l’intenzione di spostare lo sguardo, di invitare a guardare in modo diverso, con più attenzione. Dietro ogni oggetto ci sono storie che spesso rimangono invisibili: un tappeto di inizio Novecento realizzato da una comunità dopo mesi di lavoro, oppure un ragazzo di 22 anni che, dopo anni di apprendistato in bottega, riesce a creare un vaso utilizzando un materiale quasi scomparso. Sono racconti preziosi, che meritano di essere visti e riconosciuti.
Il progetto si lega all’iniziativa Inside Out di JR. In che modo questa collaborazione rafforza la tua visione?
Conosco JR da tempo e il suo lavoro è sempre stato centrato sulle persone. Attraverso i suoi progetti porta volti e storie nello spazio pubblico, spesso legati a temi sociali. Era la persona giusta per tradurre visivamente questa idea. Ha fotografato i volti degli artigiani coinvolti (72) trasformandoli in un’opera manifesto. È un gesto semplice ma potente: dare un volto a chi solitamente resta invisibile. Mi interessava anche creare un dialogo tra realtà molto diverse: botteghe poco conosciute accanto a eccellenze riconosciute. Non volevo costruire una mostra solo con nomi affermati, ma mescolare livelli di visibilità diversi, mantenendo lo stesso rispetto per tutti.
Sabato De Sarno. Foto Federico Ciamei
Il giallo è il codice visivo del progetto. Perché questa scelta?
Il giallo è il colore della luce. Nei miei progetti il colore è sempre fondamentale. Ogni progetto ha una parola e un colore. Qui il giallo non è decorazione, è un elemento simbolico. Volevo dare luce all’artigianato e alle eccellenze italiane.
La Piscina Cozzi è uno spazio molto particolare, carico di memoria. Perché proprio questo luogo?
Sono molto legato a Porta Venezia. È un quartiere libero, vivo. La Piscina Cozzi è un luogo umano. Non è uno spazio freddo. È un posto che per anni è stato attraversato da persone. Ci sono segni, tracce, presenza. Mi interessava questa conversazione con uno spazio non neutralizzato. Non abbiamo coperto, abbiamo lasciato visibile. Anche le imperfezioni fanno parte del luogo.
Quanto hanno inciso la tua formazione e il tuo percorso nella moda?
Molto. Pensavo fossero mondi lontani, ma ho trovato molte analogie. Anche nell’artigianato esiste una struttura simile a quella degli atelier: maestri, apprendisti, passaggi di competenze. Quello che mi ha colpito è la dedizione. Sono persone che ripetono lo stesso gesto centinaia di volte per arrivare a un risultato perfetto. È lo stesso tipo di cura che ho visto nella moda. Se il progetto funziona, è perché riesce a cambiare lo sguardo: non più “mi piace o non mi piace”/ e un oggetto cool o non cool, ma “chi c’è dietro questo oggetto? O “come è stato fatto?”
In fondo c’è anche una tua biografia in questo progetto. Napoli?
Sì. Napoli mi ha insegnato a guardare le cose , non a giudicarle ma capirle.
E oggi cosa cerchi, dopo questo percorso?
Cerco un posto dove continuare a fare quello che sto facendo. Un luogo dove posso esprimermi e restare libero. E dove, soprattutto, non dimentico di divertirmi.
L’eccellenze artigiane coinvolte possono essere considerate dei beni culturali viventi?
Assolutamente sì! Lo sono, eccome. E ne sono ancora più convinto dopo aver conosciuto le realtà aziendali coinvolte nella mostra, dove ho scoperto oggetti realizzati trenta o quarant’ anni fa, che oggi le aziende non riescono a riprodurre, perché non ci sono più certe conoscenze. Nel caso, ad esempio, della sirena prodotta da Solimene, in azienda stanno provando a produrre un esemplare simile all’originale, utilizzando la tecnica del bronzo sulla ceramica, però senza la persona che conosceva questa tecnica per ora è stato impossibile ottenere una riproduzione fedele. Questo ci dice che le persone sono l'unica cosa che fanno la differenza, con il loro know-how, le loro conoscenze, la loro esperienza.
Manifesto INSIEME, curato da Sabato De Sarno, Inside Out Project di JR. Foto Enrico Luoni
Conoscenze che è importante che vengano tramandate.
Sì, assolutamente. Sono rimasto sorpreso dalla quantità di giovani che si avvicinano a questi lavori artigianali. Bisogna avere veramente tanta passione, perché sono lavori in cui si può anche impiegare un giorno intero per realizzare un solo vaso. E poi sonolavori che comportano tanta fatica fisica. L’artigianato peraltro è uno degli ultimi baluardi dell’intelligenza artificiale: crede che l’avvento delle nuove tecnologie possa in qualche modo scalfire un mondo fatto di mani, esperienza e materia? La differenza la fanno le persone: l’AI può essere d’aiuto, può supportare questi lavori, ma non sostituirà mai l’uomo, perché certe scelte, certi sbagli, certi cambi di direzione possono essere presi solo dall’uomo. Uomo che spesso, grazie alle sue conoscenze, scandisce il tempo di produzione degli oggetti: così, da Venini, è il maestro del vetro a decidere le tempistiche di produzione, influenzate ad esempio dalmodo di rapportarsi del vetro con il clima e le temperature esterne(se fa freddo il vetro internamente si raffredda più velocemente; se fuori fa molto caldo, fa più fatica a raffreddarsi: si tratta di capire dal colore del liquido del vetro se si può proseguire, se occorrefermarsi o addirittura tornare indietro). E poi spesso è il tempo stesso di produzione a produrre a sua volta cultura: pensiamo ai casi in cui intere comunità o famiglie si radunano per annodaretappeti. Sono momenti ricchissimi di scambio culturale, in cui vengono tramandate conoscenze e esperienze.
Nel comunicato stampa si parla di “archivi non fermi”, come nel caso di Rubelli. Che ruolo attribuisce agli archivi aziendali: sono strumenti di memoria o dispositivi attivi di creazione?
Gli archivi sono fondamentali e tutelarli è importantissimo, perché l’archivio è la storia di un’azienda. Chiunque entra in un posto,porta qualcosa di personale e l'archivio è esattamente il racconto di tutte le persone che sono passate in quel luogo. È molto bello quando le aziende aprono i loro archivi al pubblico, perché sono luoghi che regalano non sono bellezza, ma anche conoscenza, in cui si può studiare, conoscere, vedere delle alternative a quello che già si sa. Quando esco da una mostra mi porto a casa sempre qualcosa; quando guardo delle fotografie, c'è sempre qualcosa che rimane con me. Gli archivi hanno lo stesso potere.
Un’ultima domanda: dove finisce la sua visione e dove inizia la costruzione editoriale del progetto?
La mostra nasce da una mia idea e Vanity Fair l’ha supportata. Simone (ndr Marchetti) ed io condividiamo gli stessi valori: ilvalore che diamo al Made in Italy, al lavoro, alle persone. Questo mi ha convinto che Vanity Fair era il partner ideale per il mio progetto, perché se vuoi raccontare le persone, devi farlo nel modo giusto.